Cappella


Cappella

La splendida cappella,  dedicata alla Purificazione di Maria Vergine e a San Grato,  progettata nel 1772 da Mario Ludovico Quarini per il Regio Ospizio di Carità (l’odierna Casa di Riposo Giovanni XXIII) è da anni inutilizzata perché in cattivo stato.

Sembra che se ne stiano progettando i restauri, ma al momento essa è ridotta ad una specie di ripostiglio, dove è ammassata gran parte dei dipinti di proprietà dell’Istituto

 IGNOTO PITTORE PIEMONTESE, Presentazione di Gesù al tempio e Purificazione di Maria SS. (1772 ca.)

IGNOTO PITTORE PIEMONTESE, Presentazione di Gesù al tempio e Purificazione di Maria SS. (1772 ca.)

IGNOTO PITTORE PIEMONTESE, Presentazione di Gesù al tempio e Purificazione di Maria SS. (1772 ca.).Olio su tela, cm. 200 x 160.

Il dipinto, di forma ovale, con cornice di legno dorato, è collocato, con funzione di pala, sopra l’altar maggiore, inserito in una ulteriore cornice di stucco sormontata da due angeli che sostengono una corona di legno dorato. Raffigura la Presentazione di Gesù al tempio e la Purificazione di Maria SS.ma: infatti,  proprio alla Purificazione (e a San Grato) è dedicata la cappella progettata dal Quarini, come si evince anche dalla lapide collocata all’esterno, sopra l’ingresso: “d. o. m.  – Mariae se purificanti – divoq. Grato episcopo –  dicatur – anno mdcclxxii”.

La scena è dominata dalla Vergine, vestita di una tunica rossa e di un manto azzurro, che, salendo due gradini, porge il Bambino Gesù al sommo sacerdote per il rito della Circoncisione. In alto, compaiono il Padre Eterno e la Colomba dello Spirito Santo; ai  piedi dei gradini si notano le due bianche colombe destinate ad essere offerte  al tempio; a sinistra della Vergine, in penombra, si scorge San Giuseppe con un cero in mano; a destra due Sante, la prima delle quali, con la ruota in mano, sembra essere Santa Caterina d’Alessandria, la cui presenza in questa scena è, però, del tutto misteriosa.

L’ignoto autore è probabilmente un pittore di area piemontese e il quadro dovrebbe risalire agli anni attorno al 1772. Infatti, sembra essere modellata su di esso la cornice in  stucco che,  insieme al complesso decorativo di cui è parte, fu probabilmente disegnata da Mario Ludovico Quarini insieme alla struttura della chiesa.


IGNOTO AUTORE PIEMONTESE, San Grato vescovo di Aosta (1772 ca.)

IGNOTO AUTORE PIEMONTESE, San Grato vescovo di Aosta (1772 ca.)

IGNOTO AUTORE PIEMONTESE, San Grato vescovo di Aosta  (1772 ca.) Olio su tela, cm. 200 x 160.

Il quadro ha la stessa forma ovale e le stesse dimensioni di quello della Presentazione di Gesù al Tempio e della Purificazione di Maria SS.: il che fa supporre che sia stato commissionato insieme a quello, e come quello collocato nella cappella fin dalla sua costruzione, visto che essa è dedicata anche a San Grato, oltre che alla Purificazione.

Il Santo, con le insegne episcopali (piviale, mitria e pastorale) è raffigurato in ginocchiato nell’atto di invocare il Cielo, che si apre davanti a lui. Il quadro si rifà ad una tradizione secondo la quale San Grato di Aosta, intercedendo presso Dio, sarebbe riuscito a convogliare in un pozzo una terribile tempesta di grandine che, altrimenti, avrebbe causato la distruzione dei vigneti. Alle spalle del santo, infatti, figura un pozzo. Davanti a lui, in un vassoio, è raffigurato il capo di San Giovanni Battista che, secondo un’altra tradizione, sarebbe stata oggetto di una sua particolare devozione


CARLO LANFRANCHI e IGNOTO FIGURISTA PIEMONTESE, L’Evangelista Luca entro una ghirlanda di frutta (1670-80 ca.)

CARLO LANFRANCHI e IGNOTO FIGURISTA PIEMONTESE, L’Evangelista Luca entro una ghirlanda di frutta (1670-80 ca.)

CARLO LANFRANCHI e  IGNOTO FIGURISTA PIEMONTESE,  L’Evangelista Luca entro una ghirlanda di frutta (1670-80 ca.). Olio so  tela, cm. 155 x 124.

Questo di San Luca faceva parte di una serie di quattro quadri, che avevano  per oggetto  gli  Evangelisti, lasciati in eredità al Regio Ospizio dal ricco benefattore Giuseppe Domenico Randone. Dei quattro quadri ne restano solo tre, essendo andato disperso quello raffigurante San Matteo. Solo il quadro di San Luca, del quale si parla in questa scheda, nel 1999, grazie al contributo del Rotary Club, è stato restaurato per essere esposto nella mostra “Aspetti della Pittura del Seicento a Chieri”.

L’Evangelista Luca, in atteggiamento ispirato, è raffigurato a mezzo busto con la penna nella mano destra ed un fascicolo aperto nella sinistra. Accanto a lui si intravede la testa del vitello, figura nella quale egli viene tradizionalmente simboleggiato.

L’Evangelista è inserito in una ghirlanda di frutta: pere, mele, grappoli d’uva, zucche, cedri e, addirittura, un “casco” di banane.
“Si tratta di un’opera di alta qualità – scrive Alberto Cottino –  specialmente per quanto riguarda l’inserto di natura morta, e rappresenta un rarissimo esempio per il Piemonte di santo inserito entro una ghirlanda di frutta, un’iconografia tipicamente fiamminga… La ricchissima natura morta risente,  a mio avviso,  in maniera piuttosto evidente del naturalismo di origine caravaggesca….  La figura di San Luca… appare un po’ più modesta di esecuzione , e di altra mano forse locale: come denota un esame attento della materia pittorica… la ghirlanda è stata infatti eseguita per prima  e completata della figura solo in un secondo tempo…” (A. Cottino, 1999, pp. 135-136).

Quanto agli autori dell’opera, lo stesso studioso propende per il fiammingo-piemontese Carlo Lanfranchi come autore della ghirlanda e per un ignoto pittore locale come esecutore della figura dell’Evangelista.


CARLO LANFRANCHI e IGNOTO FIGURISTA PIEMONTESE, L’Evangelista Giovanni entro una ghirlanda di fiori (1670-80 ca.)

CARLO LANFRANCHI e IGNOTO FIGURISTA PIEMONTESE, L’Evangelista Giovanni entro una ghirlanda di fiori (1670-80 ca.)

CARLO LANFRANCHI e  IGNOTO FIGURISTA PIEMONTESE,  L’Evangelista Giovanni entro una ghirlanda di fiori (1670-80 ca.). Olio so  tela, cm. 155 x 124.

Anche questo quadro faceva parte della serie di quattro aventi per oggetto gli Evangelisti, attualmente ridotta a tre a causa della scomparsa di quello raffigurante San Matteo.

L’Evangelista Giovanni, l’unico rappresentato senza barba a sottolineare la sua giovane età rispetto agli altri Apostoli, indossa una tunica scura ed un mantello rosso vivo.  In atteggiamento ispirato, con la destra tiene la penna, con la sinistra il quaderno sul quale è intento a scrivere il suo Vangelo o l’Apocalisse. Al suo fianco compare l’immagine scura del suo simbolo, l’aquila. La ghirlanda nella quale è inserito è composta di una grande varietà di fiori multicolori.

Non essendo stato restaurato, questo quadro non è di facile lettura. Ma si può supporre che esso pure, come quello di San Luca, quanto alla ghirlanda sia opera di un  pittore fiammingo- piemontese  che si ispira ad un  naturalismo di origine caravaggesca (forse  Carlo Lanfranchi),  mentre potrebbe essere di un autore locale l’immagine dell’Evangelista.


CARLO LANFRANCHI e IGNOTO FIGURISTA PIEMONTESE, L’Evangelista Marco entro una ghirlanda di frutti (1670-80 ca.)

CARLO LANFRANCHI e IGNOTO FIGURISTA PIEMONTESE, L’Evangelista Marco entro una ghirlanda di frutti (1670-80 ca.)

CARLO LANFRANCHI  e  IGNOTO FIGURISTA PIEMONTESE, L’Evangelista Marco entro una ghirlanda di frutti (1670-80 ca.). Olio so  tela, cm. 155 x 124.

Insieme a quelli raffiguranti Luca e Giovanni, e a quello scomparso raffigurante San Matteo, questo quadro faceva parte di una serie di quattro aventi per oggetto gli Evangelisti.

L’Evangelista Marco, in atteggiamento ispirato, è raffigurato con la penna nella mano destra e un quaderno aperto nella sinistra. Accanto a lui, sotto il quaderno, spunta la testa del leone, suo simbolo.

Il suo busto è inserito in una ghirlanda ricchissima di frutta:  mele, pesche, melograni, “caschi” di banane e, soprattutto, grappoli d’uva.

Come quello dell’Evangelista Giovanni, anche questo quadro non è stato restaurato, perciò non è di facile lettura, ma con Alberto Cottino si può supporre che, come quello di San Luca, l’unico restaurato,  quanto alla ghirlanda sia opera di un  pittore fiammingo-piemontese  che si ispira ad un  naturalismo di origine caravaggesca (forse  Carlo Lanfranchi),  mentre potrebbe essere di un autore locale l’immagine dell’Evangelista.


 AUTORE IGNOTO, San Giuseppe, (XX sec.)

AUTORE IGNOTO, San Giuseppe, (XX sec.)

AUTORE IGNOTO, San Giuseppe, (XX sec.)

Una tela di forma ovale, in una splendida cornice di legno dorato. Non se ne conosce la provenienza.
Diversamente dalla iconografia più frequente, San Giuseppe viene raffigurato come un prestante giovane uomo.


IGNOTO PITTORE LOMBARDO - PIEMONTESE, Annunciazione, (inizio XVII sec.)

IGNOTO PITTORE LOMBARDO – PIEMONTESE, Annunciazione, (inizio XVII sec.)

IGNOTO PITTORE LOMBARDO – PIEMONTESE, Annunciazione, (inizio XVII sec.) Olio su tela, cm. 200 x 145.

È un quadro molto deteriorato, bisognoso e meritevole di restauro. Nella parte inferiore la tela del supporto ha addirittura bisogno di riparazione.

La Vergine, vestita di rosso e di blu e con un velo grigio sul capo, è inginocchiata in un atteggiamento di umile accettazione, occupa la parte sinistra della scena. Di fronte a lei, l’Angelo indica con la mano destra il cielo, al centro del quale compare la colomba dello Spirito Santo e con la sinistra stringe il tradizionale giglio. Coppie di angioletti solcano il cielo.

Si tratta di un’opera di buon livello, di fattura molto fine e dalla delicata gamma cromatica.  Gli elementi stilistici tardo-manieristi lo fanno datare all’inizio del Seicento. L’ignoto autore dovrebbe essere un piemontese che guarda alla pittura lombarda del Seicento, soprattutto al Procaccini.


IGNOTO PITTORE PIEMONTESE, Angelo custode (metà del sec. XVIII).

IGNOTO PITTORE PIEMONTESE, Angelo custode (metà del sec. XVIII).

IGNOTO PITTORE PIEMONTESE, Angelo custode (metà del sec. XVIII). Olio su tela, cm. 270 x 155.

Quadro dalla forma mistilinea, risalente alla metà del Settecento circa, inserito in una splendida cornice lignea intagliata e dorata.

L’Angelo, in bianche vesti, occupa la parte centrale della scena, e tiene per mano il bambino, che cammina alla sua sinistra. Lo sfondo cupo indica il timore per l’ignoto. Gli sterpi e le spine che ingombrano la strada davanti ai piedi dei due viandanti, simboleggiano i pericoli della vita.

Sembra trattarsi dell’opera di un pittore accademico locale che si ispira alla maniera di  Pier Francesco Guala, ma senza possederne la felice pennellata.


AUTORE IGNOTO, Sant’Anna e Maria Bambina (inizio sec. XIX)

AUTORE IGNOTO, Sant’Anna e Maria Bambina (inizio sec. XIX)

AUTORE IGNOTO, Sant’Anna e Maria Bambina (inizio sec. XIX).Olio su tela, cm. 210 x 140.

Sant’Anna indossa una veste blu, il manto color ocra ed un copricapo verde che le  scende fino alle spalle. È assisa su un elaborato seggio ligneo a volute. Sta insegnando a leggere a Maria Bambina mostrandole una pergamena che tiene srotolata sulle ginocchia.

L’opera, di autore ignoto, si può attribuire ad un pittore del tardo Settecento, come suggeriscono gli angioletti che si librano nella parte alta della scena.


PITTORE IGNOTO (LORENZO DUFOUR?), Santa Rosa da Lima, (1668-70 ca.)

PITTORE IGNOTO (LORENZO DUFOUR?), Santa Rosa da Lima, (1668-70 ca.)

PITTORE IGNOTO (LORENZO DUFOUR?), Santa Rosa da Lima, (1668-70 ca.). Olio su tela, cm. 145 x 115.

La Santa (1586-1617), vestita con il saio domenicano, viene raffigurata in “piano americano” portando in  braccio Gesù Bambino che le offre una rosa, evidente riferimento al suo nome. Altro riferimento simile è la corona di rose che due paffuti angioletti le pongono sul capo.

Si tratta di un quadro seicentesco che richiama molto da vicino quello conservata nella cappella di Santa Rosa da Lima della chiesa di San Domenico. Se non che, il quadro della chiesa domenicana ha molte somiglianze stilistiche con quello della chiesa dell’Annunziata raffigurante due angeli che sostengono un vassoio con il capo di San Giovanni Battista che da Alberto Cottino viene attribuito a Lorenzo Dufour. Ne consegue che sia il quadro di San Domenico sia questo del Giovanni XXIII potrebbero  meritare la stessa attribuzione.

Di questo, come di molti altri quadri del Giovanni XXIII,  non si conosce la provenienza. Franco Cottino ipotizza che possa essere appartenuto al soppresso monastero delle monche domenicane di Santa Margherita le quali, come i frati di San Domenico, potrebbero aver avuto il desiderio di possedere un ritratto della prima Santa sudamericana appartenente al loro ordine. Ma si tratta di una ipotesi non suffragata da prove.


AUTORE IGNOTO, San Giuseppe Cottolengo?, (secolo XX, dopo il 1934)

AUTORE IGNOTO, San Giuseppe Cottolengo?, (secolo XX, dopo il 1934)

AUTORE IGNOTO, San Giuseppe Cottolengo?, (secolo XX, dopo il 1934)

Il quadro raffigura un Santo in gloria nel quale sembra potersi individuare San Giuseppe Cottolengo.

Non se ne conosce l’autore né la data di esecuzione. Ma poiché il Cottolengo venne canonizzato nel 1934, un quadro che lo descrive in gloria non può che essere stato dipinto dopo quella data.


ANTONIO ANDRIETTO, Immacolata Concezione (1670-75 ca.).

ANTONIO ANDRIETTO, Immacolata Concezione (1670-75 ca.)

ANTONIO ANDRIETTO, Immacolata Concezione (1670-75 ca.). Olio su tela, cm. 200 x 135.

L’Immacolata è rappresentata a figura intera al centro del quadro, circondata da un alone di luce, vestita di bianco e con un mantello azzurro svolazzante, scortata da testine alate raggruppate tre a tre. Ha le mani giunte. Come la Donna dell’Apocalisse  ha una falce di luna sotto i piedi e schiaccia il capo del serpente, biblico simbolo del Demonio.

Sul retro del quadro è riportato il nome dell’autore:  ant.o  andr.to  pin.t (Antonio Andrietto dipinse). Si tratta, quindi, di uno dei numerosi quadri dell’Immacolata dipinti da quel pittore, nato a Como e vissuto a lungo a Chieri, dove morì il 12 gennaio 1713 venendo sepolto nella Collegiata di Santa Maria della Scala.

L’Immacolata era la protettrice delle varie Università dei Lavoratori Fustanieri che si erano costituite in diverse chiese di Chieri, ognuna delle quali voleva avere il suo quadro da esporre sull’altare in occasione della festa. Oltre a questo, ce n’è uno a San Giorgio, uno presso il convento della chiesa della Pace, un terzo nella sacrestia della Collegiata di Santa Maria della Scala (Duomo) e un altro ancora (esso pure appartenente all’Istituto Giovanni XXIII) nella “Sala delle Consorelle” della chiesa di San Bernardino.

I quadri sono sostanzialmente uguali, con qualche piccola differenza: sono diversi i colori delle vesti; nel quadro di San Giorgio e in quello della Pace la Madonna ha una corona di dodici stelle che manca negli altri; in quello di San Bernardino all’immagine  dell’Immacolata sono state aggiunte le Anime del Purgatorio, diventando, quindi, una Madonna del Suffragio.


IGNOTO PITTORE PIEMONTESE, La Vergine Maria appare a San Luigi di Francia (fine sec. XVIII).

IGNOTO PITTORE PIEMONTESE, La Vergine Maria appare a San Luigi di Francia (fine sec. XVIII).

IGNOTO PITTORE PIEMONTESE, La Vergine Maria appare a San Luigi di Francia (fine sec. XVIII). Olio su tela, cm. 95 x 70.

Il Santo re, che indossa una parrucca bionda e ricche vesti regali settecentesche, fra le quali spicca il mantello rosso con la mantellina bianca bordata di ermellino, è inginocchiato davanti alla Vergine che gli appare assisa su una nube con un mazzo di gigli bianchi in mano. Gigli bianchi stringe in mano anche l’angioletto che, davanti al Re, è seduto sopra un drappo rosso. Poggiata in terra, fra il Re e l’Angelo, è la corona regale.

Il quadro rivela una tecnica elementare, che lo relega fra i numerosi dipinti devozionali diffusi nelle chiese del Piemonte.

I costumi dei personaggi, la foggia delle testine alate e il complesso dell’impostazione ne fanno collocare l’esecuzione verso la  fine del XVIII secolo.


AUTORE IGNOTO, San Giuseppe (XIX sec.)

AUTORE IGNOTO, San Giuseppe (XIX sec.)

AUTORE IGNOTO, San Giuseppe (XIX sec.)

Un altro quadro di San Giuseppe, di provenienza ed epoca ignota, probabilmente del sec. XVIII. Come nella maggior parte dei casi, qui il Santo è raffigurato di età molto avanzata.


MATTIA PRETI, Il Golgota (seconda metà del sec. XVII)

MATTIA PRETI, Il Golgota (seconda metà del sec. XVII)

MATTIA PRETI, Il Golgota  (seconda metà del sec. XVII) Olio su tela, cm. 80 x 240.

Nel catalogo dell’Istituto Giovanni XXIII questo quadro, dai colori tenebrosi resi ancora più scuri  dalla sporcizia che vi si è accumulata nel tempo, è definito “Il Golgota”. Ma sarebbe più appropriato definirlo “Caduta di Cristo lungo la salita al Calvario”: infatti al centro vi appare Gesù che, caduto sotto il peso della croce, viene avvicinato dalla Veronica che gli asciuga il volto sudato e insanguinato. Dietro di lui si notano gli altri due condannati che verranno crocifissi con lui. Attorno, una folla di soldati ed altri personaggi esagitati che conferiscono un grande movimentano alla scena.

Sul retro del dipinto sta scritto: “Frater Matthias Eques – Jerosolymitanus pinxit – Gregorius Balbus Canonicus – huic xenodochio donavit – anno mdccxxxviii”.  In altre parole, il quadro è opera di Mattia Preti (Taverna 1613 – La Valletta 1699), uno dei più importanti esponenti della pittura napoletana del Seicento, appartenente all’Ordine dei Cavalieri di Malta e morto in quell’isola. È possibile che vi sia la mano anche di qualche suo aiutante.

La scritta citata attesta che nel 1738 il quadro venne donato al Regio Ospizio di Carità dal canonico Gregorio Balbo. Lo stesso che, morendo nel 1757, avrebbe lasciato il Regio Ospizio erede universale dei suoi beni.


IGNOTO PITTORE ROMANO, Sant’Andrea condotto al martirio (sec. XVII)

IGNOTO PITTORE ROMANO, Sant’Andrea condotto al martirio (sec. XVII)

IGNOTO PITTORE ROMANO, Sant’Andrea condotto al martirio (sec. XVII) Olio su tela, cm. 250 x 180.

Al centro del quadro è raffigurato l’apostolo Andrea che, mentre viene condotto al supplizio, cade in ginocchio vedendo in lontananza, in cima al monte, la croce sulla quale sarebbe stato inchiodato. Davanti a lui un aguzzino lo strattona per farlo procedere; un altro alle sue spalle gli solleva il mantello per facilitargli i movimenti; alla sua destra pie donne che lo compiangono, come quelle che compiansero Gesù sulla via del Calvario; attorno, soldati a piedi e a cavallo. Sullo sfondo, un cielo carico di nubi a sottolineare la tragicità dell’avvenimento.

Il dipinto è la copia ribaltata di un affresco di Guido Reni eseguito nel 1608 per la cappella di Sant’Andrea nella chiesa di San Gregorio al Celio di Roma. Probabilmente è stato eseguito non guardando l’originale ma sulla base di una stampa o di un cartone: così si spiega il fatto che la scena vi è ribaltata rispetto all’originale. Comunque, si differenzia dall’originale per molti altri particolari: per lo sfondo, meno ampio; per la gamma cromatica, più scura; per il colore delle vesti di alcuni personaggi; per l’atmosfera complessiva, molto più cupa. Nel complesso, l’autore, di formazione romana,  rivela minori capacità rispetto al Reni.

L’affresco originale dovette essere molto apprezzato se, oltre a questa copia finita a Chieri, se ne conosce un’altra più piccola, forse fiamminga, eseguita su rame e conservata nel museo di Aschaffenburg, in Baviera.

Questo quadro fa pendant con quello, delle stesse dimensioni e dalle stesse caratteristiche, raffigurante La Salita di Gesù al Calvario, esso pure di proprietà dell’Istituto Giovanni XXIII.

IGNOTO PITTORE ROMANO, Salita di Gesù al Calvario (sec. XVII)

IGNOTO PITTORE ROMANO, Salita di Gesù al Calvario (sec. XVII)

IGNOTO PITTORE ROMANO, Salita di Gesù al Calvario (sec. XVII). Olio su tela, cm. 250 x 180.

La composizione del quadro ricorda molto da vicino  quella del dipinto gemello raffigurante Sant’Andrea condotto al patibolo: anche qui Gesù che cade sotto il peso della croce occupa il centro della scena; anche qui si trova raffigurato fra due energumeni, uno che gli sta davanti e cerca di farlo rialzare, l’altro che, dietro,  lo aiuta a sostenere la croce; anche qui pie donne che lo compiangono, e soldati a piedi e a cavallo; anche qui, in lontananza, in cima al monte, in mezzo ad una chiazza di luce, le due croci dei ladroni alle quali a breve si unirà la sua.

Poiché con tutta evidenza il quadro fa pendant con quello raffigurante Sant’Andrea condotto al martirio, è probabile che siano i medesimi l’autore (un artista di formazione romana) e il periodo di esecuzione (la seconda metà del secolo XVII).

Ma non è detto che, come si ipotizza nella scheda dell’inventario dell’Istituto Giovanni XXIII, anch’esso riproduca un affresco non ancora identificato. Sembra più probabile che sia un’opera originale, nella quale l’autore abbia voluto comporre una scena identica fin nei particolari  a quella del martirio di Sant’Andrea, stabilendo, così, un parallelismo fra i due episodi.


 IGNOTO PITTORE PIEMONTESE, Ritratto di Giuseppe Domenico Randone (fine sec. XVIII, dopo il 1797).

IGNOTO PITTORE PIEMONTESE, Ritratto di Giuseppe Domenico Randone (fine sec. XVIII, dopo il 1797).

IGNOTO PITTORE PIEMONTESE, Ritratto di Giuseppe Domenico Randone (fine  sec. XVIII, dopo il 1797). Olio su tela, cm. 100 x 83.

Giuseppe Domenico Randone fu Rettore, Tesoriere e grande benefattore del Regio Ospizio di Carità. Ciò spiega la presenza di un suo ritratto nell’Istituto: ritratto che probabilmente fu commissionato dalla stessa Amministrazione del Regio  Ospizio. Il personaggio è raffigurato a mezzo busto, parzialmente rivolto verso chi guarda, con la mano destra infilata nel gilet.  Indossa una giacca di velluto color amaranto ed un gilet di raso bianco e una camicia bianca con jabot. Ha i capelli bianchi raccolti a coda e con due rulli sopra le orecchie. In basso è scritto: “Il sig. giuseppe  domenico  randone. di  chieri. istitutore delli spirituali esercizi  privati. morto li luglio 1797. in età d’anni 72”.

L’ignoto autore, che dipinge il quadro alla fine del secolo XVIII o all’inizio del XIX, potrebbe essere un pittore uscito dall’Accademia Albertina che si ispira alla ritrattistica, allora molto in voga, di Lorenzo Pecheux, restandone però molto distante dal punto di vista della qualità pittorica.


 IGNOTO PITTORE PIEMONTESE, San Luigi Gonzaga in gloria appare a Santa Maria Maddalena de’ Pazzi (prima metà del sec. XIX).

IGNOTO PITTORE PIEMONTESE San Luigi Gonzaga in gloria appare a Santa Maria Maddalena de’ Pazzi (prima metà del sec. XIX).

IGNOTO PITTORE PIEMONTESE (seguace di Pier Francesco Guala?), San Luigi Gonzaga in gloria  appare a Santa Maria Maddalena de’ Pazzi (prima metà del sec. XIX). Olio su tela, cm 200 x 140.

Visto il suo soggetto molto particolare, non è facile capire per quale motivo il quadro si trovi in questo istituto. Esso, infatti, si riferisce all’episodio che, secondo il racconto di padre Virgilio Cepari, primo biografo di San Luigi, sarebbe accaduto a Firenze nel 1599. Il Cepari aveva dato da leggere alle monache del monastero di Santa Maria degli Angeli di Firenze la biografia di San Luigi Gonzaga che aveva da poco scritto. Maria Maddatena de’ Pazzi, badessa del monastero, poi Santa a sua volta, fu così  impressionata da quella lettura e dalla figura del Santo che ottenne dal Signore la grazia di poterne contemplare la gloria in cielo.

Nel quadro, il Santo, circondato da angioletti e con a fianco il caratteristico mazzo di gigli bianchi, è raffigurato  inginocchiato su una nube. In basso, sulla destra, Santa Maria Maddalena ne contempla estatica la glorificazione.

Si ritiene che il dipinto possa risalire alla prima metà dell’Ottocento. L’ignoto autore, infatti, sembra ispirarsi ad alcune opere di Pier Francesco Guala.

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