Chieri, La Grande Pinacoteca

LIRICA: STORICHE VOCI PIEMONTESI a cura di Edoardo Ferrati

Carlo Guasco

Il viaggio nelle storiche voci piemontesi non può che iniziare da Solero (AL) dove il 16 marzo 1813 nacque il tenore Carlo Guasco (foto1). Dapprima studiò matematica e geometria presso le università di Torino e Milano, dedicandosi, nel contempo allo studio del pianoforte sotto la guida del cugino Giuseppe. Superata la perplessità della famiglia, si dedicò al canto con il docente Giacomo Panizza che, nel volgere di pochi mesi, lo condusse alla Scala (1837) dove cantò il ruolo di Ruodi nella produzione del rossiniano Guglielmo Tell. Ebbe grande successo, gli si aprirono le porte della carriera internazionale: principali teatri italiani, Parigi, Londra, Madrid, San Pietroburgo, Vienna. La voce di Guasco, nella prima fase della carriera, si adattava bene alle opere di Rossini, Donizetti, Mercadante Pacini,. Si misurò su un terreno schiettamente romantico, collocandosi sulla linea dei grandi suoi predecessori quali Rubini, Tamberlinck, Donzelli che segnarono tappe fondamentali nella complessa e vivace vicenda tenorile otto-novecentesca. Entrò nel gotha tenorile dalla soglia principale. Un esempio di tenore modernamente inteso. Storico tenore del primo Verdi di cui interpretò le prime assolute de I Lombardi alla prima Crociata (1843), Ernani (1844) e Attila (1846), Serietà professionale e probità artistica caratterizzarono sempre il suo percorso artistico. All’epoca di Guasco un tenore poteva diventare famoso in due modi che risultavano complementari; qualità non comuni oppure legare il proprio nome alla “creazione” di opere e ruoli di autori destinati alla celebrità, Ebbene, in Guasco questi due elementi si fondevano, certo meno corrivi di oggi dove si costruiscono dal nulla fame usurpate. Un vocalista di grandezza che non ebbe rivali quando si trattava di cantare con grazia, dolcezza ed emozione. Firmò anche le prime mondiali delle opere: L’amata e il consulto di Giuseppe Maurardi, Maria di Rohan di Donizetti, La sposa d’Abido di Jozef Michal Potianowski, Galeotto Manfredi di Carlo Hermann.

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Si ritirò appena dopo quindici anni di carriera a Solero, dove mantenne sempre solide radici: ricco, si dedicò alla caccia, sua grande passione, all’attività amministrativa in comune e a quella filantropica. Pe testamento lasciò la sua casa natale al comune, oggi sede dell’asilo infantile “Carlo Guasco”. Il 14-15-16 luglio 2017 si è svolto il primo concorso internazionale di canto  a lui dedicato presso palazzo Cuttica di Alessandria.

 

Giovanni Battista De Negri

L’alessandrino Giovanni Battista De Negri (30 luglio 1861; Nizza M.fto, 3 aprile 1924)-foto 3- fu allievo di Carlo Guasco e si perfezionò a Milano con Luigia Abbadia, soprano di forte temperamento. Esordì al teatro Sociale di Bergamo nella Diana di Chaverny di Sangiorgi. Attivo nella provincia italiana, nel 1876 venne scrittura al teatro Nazionale di Zagabria, dove ritornò più volte in opere di Verdi e sede in cui partecipò alla prima assoluta di Lipinka di Zajic, cantata in lingua corata. A Zagabria conobbe la baronessa Fany Scotti, ottima pianista, che sposò a Vienna tre anni dopo e da cui ebbe una figlia, Margot, anch’essa cantante. Registrò particolari successi ne Il profeta  di Meyerbeer, Ernani di Verdi, La grande facilità nell’ affrontare nuove partiture fece del De Negri uno dei cantanti più richiesti della scena europea, in particolare Praga, Budapest, Varsavia, Vienna, San Pietroburgo, nonché Buenos Aires. Evento importante nella sua carriera fu il trionfale esordio (16 dicembre 1887) nell’Otello al Regio di Torino per ben ventiquattro rappresentazioni, alternandone dodici di Aida. Ammirato per la voce forte, estesa che riproduceva con fierezza tutta la passione del personaggio interpretato. Il 15 gennaio 1891 ebbe la consacrazione alla Scala (Simon Boccanegra) cui l’anno successivo seguì il trionfo in Otello quando il ricordo di Tamagno era ancora vivo e i cui ammiratori ammisero la superiorità del colorito drammatico.

Il periodo 1894-96 fu particolarmente stressante per l’ininterrotto susseguirsi di ruoli faticosi e diversi nel loro stile vocale. Nel 1897, in seguito a un malore, abbandonò la scena, Tuttavia, con l’avvento del grammofono, non rinunciò ad incidere nel 1902 arie da Otello e Norma per l’etichetta Zonophone. Oggi dimenticato, acclamato al pari di Tamagno tanto da suscitare veri e propri deliri nelle platee Tra i protagonisti delle prime assolute de Il Condor del brasiliano Carlos Gomes (1891), L’assedio di Canelli di Thermignon (1894) e Ractliff di Mascagni (1894)

 

Francesco Tamagno con Verdi

Francesco Tamagno-foto 2 con Verdi- (Torino, 28 dicembre 1850; Varese, 31 agosto 1905) è passato alla storia come la più potente e squillante voce di tenore che si ricordi. Dotato di un registro acuto in oltremodo facile e spontaneo occupò, nell’ultimo trentennio dell’Ottocento, una posizione simile a quella tenuta in precedenza dal francese Duprez. Figlio di un oste di Porta Palazzo, , entrò come corista al Regio di Torino. Nel 1871 interruppe gli studi musicali a causa del servizio militare. Nel gennaio 1874, dopo un periodo come comprimario, e sordì a Palermo (Un ballo in maschera) e  dopo impegni a Venezia e Barcellona, approdò alla Scala (L’Africana di Meyerbeer), sede in cui furono determinanti gli impegni nella stagione 1878-79 con Don Carlo, Re di Lahore di Massenet, Aida. Incassò vibranti successi la Sao Carlos di Lisbona, al Real di Madrid. La fama di Tamagno esplose  alla prima assoluta dell’Otello di Verdi (1887) che lo impose come il maggiore tenore del momento, da lui interpretato nei principali del mondo. Non abbandonò il repertorio che in precedenza lo aveva reso celebre (Guglielmo Tell, Ugonotti, Simon Boccanegra), misurandosi anche con i primi lavori della cosiddetta giovane scuola (Franchetti, Puccini, Leoncavallo, Mascagni, Giordano) . Conservò inalterato il suo patrimonio vocale anche nell’ultimo periodo della carriera. Nel 1906 , poco dopo l’abbandono delle scene si ammalò di angina pectoris, morì in seguito a una congestione cerebrale.

La prima peculiarità fu la sfolgorante risonanza e compattezza dei suoni, sfruttata in senso drammatico, attraverso una dizione netta e incisiva, eccezionale ampiezza dei fiati, impeto del fraseggio. In un primo tempo si valse soprattutto delle sue fenomenali doti ,soprattutto  per dare sfoggio agli atletismi vocali con i quali sopperiva a talune deficienze

stilistiche e musicali.

Quando si trattò di scegliere il protagonista dell’Otello, Verdi non celò le sue perplessità: Incapace di eseguire a mezza voce le frasi lunghe e legate come risulta da un lettera all’editore Ricordi. Fu proprio lo stesso compositore a insegnargli la parte anche circa l’aspetto scenico, con risultati assai sorprendenti per lo slancio, l’eloquenza, , la forza tragica, le modulazioni appassionate, gli scatti frementi e l’azione plastica e vibrante. l’eleganza, tragica. Le pesanti tessiture e le molte repliche di Otello determinarono qualche indurimento nell’emissione: tuttavia, restarono intatti lo splendore e la facilità degli acuti, la bellezza del timbro limpido e di colorito marcatamente chiaro. Le incisioni di Tamagno non offrono l’idea di una voce titanica e di un interprete travolgente. Si ricorda che realizzò i dischi quando aveva superato la cinquantina, con brani da Otello, Guglielmo Tell, Trovatore, Sansone e Dalila, Andrea Chénier, realizzati a Milano per l’etichetta Gramophone & Typewriter. Un artista che, senza dubbio, va collocato nella razza dei  grandi. (1. continua)

 

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