PIEMONTE ARTE: MONCALIERI, REYCEND, PINO TOR., SALSASIO, PINEROLO, RIVARA, LATTES…

MONCALIERI: GUIDO DAVICO, INTORNO AL MONDO PAVESIANO

Alla Famija Moncalereisa, la stagione espositiva si riapre con la mostra «Immagini di viaggio. Immagini da Cesare Pavese» di Guido Davico. Architetto e pittore, il suo percorso unisce l’essenzialità delle immagini al rigore compositivo, l’incisività della linea alla stesure di un colore estremamente misurato. E così prendono forma i suoi paesaggi, le vedute di Moncalieri, la «Fortezza» di Sumeg» in Ungheria, secondo un’interpretazione che – sottolinea Gian Giorgio Massara – «Guido ferma sul foglio con perizia non disgiunta dall’emozione dettata dallo scorrere delle ore». Un’emozione che ritroviamo, di volta in volta, in opere legate ai viaggi in Grecia, India, Croazia, Mosca, Istanbul, in una sorta di suggestivo incontro con la «Moschea Blu» o di «San Basilio» o, ancora, di «Saint-Savin» a Lourdes. Accanto alla Sacra di San Michele e all’Isola dei Gabbiani, si scopre il mondo dello scrittore Cesare Pavese con le colline di Langa, Brancaleone Calabro e i «Fantasmi di guerra». Impressioni, quindi, di una realtà rivisitata che emerge e ricorda i versi di «Lavorare stanca»:«Fra le foglie/che stormivano al buio, apparivano i colli/dove tutte le cose del giorno, le coste/e le piante e le vigne/eran nitide e morte/e la vita era un’altra, di vento, di cielo,/ e di foglie e di nulla» (da «La notte»). E proprio in occasione dei concorsi di pittura, organizzati dal CEPAM a Santo Stefano Belbo, Guido Davico ha trasmesso l’attenzione per gli scritti di Pavese in dipinti che, in più edizioni, sono stati premiati: da «Le colline di Doro» a «Due sigarette nella notte».

Angelo Mistrangelo

 Moncalieri, Famija Moncalereisa, via Alfieri 40, orario:lunedì-venerdì 9-12,30/14,30-18, dal 21 settembre al 7 ottobre.

 

TORINO, MUSEO ACCORSI: LA “NATURA DELICATA” DI ENRICO REYCEND

Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto – Torino

27 settembre 2018 – 20 gennaio 2019

«Ma vede, per me la natura è sempre delicata», Enrico Reycend a Roberto Longhi

La Fondazione Accorsi-Ometto prosegue nel suo intento di riscoperta dei pittori piemontesi dell’Ottocento, questa volta dedicando una mostra a un artista torinese, Enrico Reycend, troppo a lungo dimenticato dalla critica e dalla storia dell’arte novecentesche. L’esposizione, a cura di Giuseppe Luigi Marini e in collaborazione con lo Studio Berman di Giuliana Godio, è particolarmente significativa perché presenta una panoramica dell’attività del pittore attraverso una settantina di opere che vanno dagli esordi espositivi agli anni tardi della sua produzione. Enrico Reycend nacque a Torino il 3 novembre 1855. La sua famiglia discendeva da librai e mercanti d’arte di Monestier de Briançon, nel Delfinato che nel 1675 si trasferirono a Torino e portarono avanti una proficua attività fino al 1863. Reycend studiò all’Accademia Albertina, lasciandola nel 1872 senza diplomarsi. Esordì alla Promotrice nel 1873 con due paesaggi della periferia urbana dove Antonio Fontanesi conduceva gli allievi a lavorare en plein air. Dal 1874 al 1920 espose anche nelle sale del Circolo degli artisti. Da artista solitario e schivo, ma dotato di una marcata individualità, Reycend in pochi anni raggiunse un proprio linguaggio pittorico, allontanandosi dalla pittura di Fontanesi. Nel 1878 partecipò all’Esposizione universale di Parigi, dove vide direttamente la pittura di Jean-Baptiste Camille Corot, che considerava, come Fontanesi e i paesisti di Rivara, il maggior innovatore della pittura. Dal 1881 espose in diverse città italiane, diventando un’alternativa, più intimista e poetica, al verismo di Delleani; nuovamente a Parigi nel 1890 e nel 1900 e dal primo decennio del Novecento anche nel resto d’Europa, negli Stati Uniti e in America del Sud. Divenne socio onorario di Brera e prese parte alle prime tre Biennali di Venezia. Con lo scoppio del conflitto mondiale il pittore ricevette i primi rifiuti da parte di varie giurie: i suoi dipinti sembravano ormai superati, rispetto a una pittura più alla moda e alle sperimentazioni avanguardistiche del primo Novecento. Più avanti, oppresso dalle difficoltà economiche, si limitò a replicare i medesimi soggetti, perdendo quel tratto personale che l’aveva per lungo tempo contraddistinto. A metà degli anni Venti, giunse il tracollo economico: casa Reycend di via Villa della Regina 30, che i genitori avevano acquistato a fine Ottocento, fu venduta e l’artista andò in affitto in poche stanze in via Lagrange 29, dove morì il 21 febbraio 1928. La sua figura cadde immeritatamente nell’oblio: dal suo esordio nel 1872 al giorno della sua morte, era passato mezzo secolo e l’arte italiana era stata attraversata da un’impressionante accelerazione progressiva che ne aveva trasformato i linguaggi e le idee. La sua opera, pertanto, venne condannata, come in generale l’Ottocento italiano, a espressione di una cultura attardata, sostanzialmente ‘provinciale’. La vera «riscoperta» dell’artista e delle caratteristiche «uniche» del suo personalissimo linguaggio poetico nel paesisimo, piemontese e non solo, del tardo Ottocento e del primo Novecento, dovette attendere l’autorevole intervento di Roberto Longhi, che non si limitò alla Biennale di Venezia del 1952, quando, occupandosi dei «paesisti piemontesi», aggiunse alla triade Fontanesi – Avondo – Delleani il nome e le opere di Reycend e scrisse del valore dell’artista, e poi, sulle pagine della rivista «Paragone», rivelò la propria attenzione, anche come collezionista in prima persona nei confronti di quel misconosciuto artista. Lo riconobbe come il più informato pittore del proprio tempo per l’originale linguaggio di tangenza impressionista: un interesse e un’attrazione che aveva convinto lo storico dell’arte a mettere insieme una piccola, ma selezionata collezione di sue opere che, sempre nel 1952, con generosa liberalità, donò alla Galleria d’Arte Moderna di Torino. Da quel momento tutta la critica, in primis quella piemontese, fece a gara per valorizzare e approfondire l’originale pittore sino ad allora praticamente ignorato: a cominciare dalla grande retrospettiva di ben 110 dipinti organizzata dalla Galleria Fogliato di Torino nel 1955. La rassegna era accompagnata da un ricchissimo e illustratissimo catalogo di quanto esposto, firmato da Michele Biancale e con un ampio saggio introduttivo di Marziano Bernardi. A prescindere dalla presenza di opere e dal meritato riconoscimento critico del pittore torinese in numerose rassegne, in realtà, la sola, importante «rievocativa», ricca di 79 dipinti, venne allestita nell’estate 1989 al Palazzo – Liceo Saracco di Acqui Terme, curata da Angelo Dragone. Dopo quasi trent’anni dall’ultima esposizione, è doveroso, quindi, rendere omaggio a questo grande artista che, nelle sue pennellate dai colori vivaci e nello spezzettarsi della luce, seppe riprodurre l’ambiente circostante, con particolare sensibilità.

 

PINO TORINESE, MOSTRA FOTOGRAFICA “NO TU DU | COME TI CHIAMI?” 

Verrà inaugurata VENERDI’ 21 SETTEMBRE alle ore 18.30 presso i locali della Biblioteca “Angelo Caselle” di Pino Torinese (Centro Polifunzionale, via Folis 9) la mostra fotografica  “NO TU DU | COME TI CHIAMI?” realizzata in collaborazione con la Pro Loco pinese. Una raccolta di scatti e racconti dal Senegal, con immagini e riflessioni dalla periferia di Dakar realizzate nell’ambito del progetto di collaborazione tra il Comune di Pino Torinese e Pikine Est.

 

 

 

 

SALSASIO IN ARTE: MOSTRA DI ERMANNO CAVAGLIA’

Domenica 23 settembre alle ore 11,30 circa, in conclusione della Processione per la Festa Patronale della Madonna della Mercede, presso la chiesa antica di Borgo Salsasio verrà inaugurata la mostra d’arte pittorica “Salsasio in Arte” del pittore Ermanno Cavaglià. La mostra che è stata allestita presso la sala parrocchiale della chiesa antica di Salsasio in via Torino 191, con ingresso da vicolo Madonna della Mercede sarà poi aperta al pubblico tutte le domeniche di settembre e ottobre dalle ore 9 alle 11. Dal mese di novembre in poi, la “galleria salsasiese” si potrà visitare su prenotazione. Si potranno ammirare opere pittoriche religiose e non, con alcune particolari opere ambientate a Salsasio. Ermanno Cavaglià è nato a Torino e dopo aver trascorso numerosi anni a Villastellone, si è poi trasferito a Borgo Salsasio di Carmagnola in cui, continuando a portare avanti la sua passione per l’arte, ha iniziato a collaborare con la parrocchia di Salsasio e con molte associazioni della zona, donando anche alcune sue opere personalizzate per la Parrocchia e le varie associazioni. Una sua impronta è anche visibile nella Caserma Albanese Ruffuo di Roma, dove giovane Bersagliere, dopo un periodo di servizio militare a Napoli venne inviato, esonerato dal servizio con il compito di occuparsi della pittura per il Corpo dei Bersaglieri.

 

 

 

PINEROLO: GIOVANNI CESTARI A PALAZZO VITTONE

La Collezione Civica d’Arte di Palazzo Vittone a Pinerolo ospita dal 22 settembre la mostra retrospettiva dedicata a Giovanni Cestari (1921-2003), con la presentazione della monografia edita da Taodesign, curata da Gian Giorgio Massara e Angelo Mistrangelo. All’inaugurazione Mario Marchiando Pacchiola illustrerà il percorso artistico del pittore nato a Francolino, in provincia di Ferrara, che ha vissuto dal 1964 al 1980 nel piccolo centro di Macello e, in particolare, era solito «girare per la campagna pinerolese» con gli amici pittori Renato Bruera, Silvio Gatti, Ferruccio Tosello e Giovanni Carena. Promossa dal nipote e pittore Giorgio Cestari, la rassegna offre un panorama della sua esperienza già presentata, nel 2005 e 2006, rispettivamente alla Saletta Mostre Pro Loco Pinerolo e Collezione Civica d’Arte di Palazzo Vittone. La stagione pittorica di Giovanni Cestari si identifica con una piacevole ricerca intorno alla natura, al paesaggio e a una figurazione sviluppata in lunghi anni di un impegno assiduo e di esperienze espressive. Un discorso, che ora si rinnova con il ricordo delle sue passeggiate nel pinerolese attraverso cascinali e alberi nel vento, dove ha composto le opere «Chiesa di Buriasco», dipinta nel 1986, lo scorrere delle acque del «Chisone» del 1977 e la veduta con sullo sfondo «Il Campanile di San Maurizio» del 1988. Un percorso, il suo, che appartiene alla pittura di scuola piemontese, a un mondo di sensazioni che rivelano una nitida visione d’insieme e quel continuo e immutato amore per il territorio, che ha scoperto e trasferito nei quadri «Meriggio», con le case di campagna e i cortili inondati dal sole, «Macello», paese in cui ha vissuto dal 1964 al 1980, e le tele con colline, montagne, campi ricoperti di neve. Immagini, impressioni, luoghi, emergono dal candore di una rappresentazione del vero, che ha imparato a cogliere e interpretare durante la frequentazione dell’atelier di Benedetto Ghivarello: «…il mese di agosto del 1930 – si legge nello scritto di un anonimo amico dell’artista – trascorsi il mio periodo di ferie nel piccolo comune di Magdeleine (Valtournanche) e conobbi il pittore Benedetto Ghivarello (Detu per gli amici) che da alcuni anni trascorreva i mesi estivi in quella splendida località…Lavoratore instancabile, non passava giorno che non avesse fatto il dipinto minuscolo che curava con tanto amore…impiegava circa lo stesso tempo a fare i piccoli quadretti 12×16 sempre eseguiti a spatola quanto ad ultimare un 25×35 sua misura abituale e quasi sempre trattato a pennello…». Vi è, infatti, negli scorci d’ambiente di Cestari una sincera adesione al lavoro del maestro e la volontà di fissare il portale di una villa o un bosco, in una sorta di narrazione risolta con l’impiego della spatola, con l’accensione dei rossi, dei verdi primaverili, dei bruni autunnali. Si tratta di vedute che andava ricercando, giorno dopo giorno, insieme agli amici e pittori Silvio Gatti, Renato Bruera, Ferruccio Tosello e Giovanni Carena. E proprio di quest’ultimo ha avvertito il clima di un dipingere immediato, sensibile e appena delineato con il tocco liquido dell’acquerello: da «Solitudine» del 1985 a «Passeggiata nella neve» del 1981. Di Carena si ricorda la retrospettiva del 1993, a tre anni dalla scomparsa, ospitata dalla Galleria Losano di Pinerolo, con i rapidi disegni, le inedite sculture, «qualche concreta figura femminile» realizzata dall’artista che «A cavallo…della bicicletta, parte con cavalletto legato alla schiena, verso la pianura pinerolese, si perde in mezzo al grano e ai fiordalisi…», come sottolinea Mario Marchiando Pacchiola in  «Cittadini del mondo».

E dalle pagine del volume, affiorano gli aspetti creativi di «pittori e scultori nella vita pinerolese ‘800-’900»: da Bertea, esponente della Scuola di Rivara, a Sofia di Bricherasio, allieva di Delleani, da Felice Carena, formatosi alla scuola di Giacomo Grosso all’Accademia Albertina, a Spazzapan e Galante, allo scultore Aghemo, autore del busto del sen. Giovanni Agnelli, sino a Faraoni, Scroppo, Borgna e Giorgio Gosso, Irene Invrea, Carla Tolomeo, Stefano e Michelangelo Cambursano. E fra questi, Pacchiola inserisce Cestari che «sente intimamente la pittura ed è sincero nel vero del paesaggio che ritrae con felice intuito di colore».

Un colore che caratterizza la raffigurazione della campagna nei dintorni di Macello e il quadro espressionista «Rose bianche» del 1974, mentre tra gli acquerelli si ravvisa l’essenza della «Passeggiata nella neve», de «Le rive del Chisone», dei lirici guazzi con fiori e di un tipico scorcio di Macello, con due piccole figure tra le case.

In molte occasioni, Cestari tratteggia uomini e donne sotto l’ombrello o lungo sentieri innevati, tra strade e piante e rami raggelati.

E dal pinorelese al Canavese, si definisce l’itinerario fra vita e arte di Cestari, che ha partecipato a rassegne estemporanee, premi, incontri nell’ambito delle iniziative culturali dei sodalizi artistici «Cenacolo» e «Ars et Labor».

L’opera «Ai piedi di Monte Oliveto» del 1982, donata dal nipote Giorgio Cestari alla Collezione Civica, era esposta con quelle di Garis, della Dotti e di Augusto Levis, Preverino, Serafino, Scarsi, Baretta, Beisone, Mastroianni e Laterza.

E nel pregevole libro monografico «Pinerolo. La Collezione Civica d’Arte di Palazzo Vittone», a cura di Mario Marchiando Pacchiola, con un saggio di Claudio Bertolotto, Cestari è presente con le opere su cartone «Ai piedi di Monte Oliveto» e «Campagna di Macello», che fanno parte di una collezione – suggerisce Francesco Poli nella presentazione – che «è cresciuta nel tempo anche attraverso la generosità di molti degli artisti che hanno partecipato alle mostre promosse dalla Pro Pinerolo: dipinti, sculture, incisioni, medaglie».

Un frondoso albero, una lontana vetta, uno svettante campanile, affiorano dai quadri di Cestari e raccontano di giornate trascorse a dipingere, in prevalenza, nella campagna di Pinerolo, esprimono le sue emozioni dinanzi a una natura rivisitata, amata, fissata con un colore vivace e impreziosito dalla luce atmosferica.

Pinerolo, Collezione Civica d’Arte Palazzo Vittone, piazza Vittorio Veneto 8, orario:sabato 15,30-18, domenica 10,30-12/ 15,30-18, sino al 21 ottobre.

 

TORINO, CAMERA: LA FOTOGRAFIA NELLA POP ART

CAMERA POP. La fotografia nella Pop Art di Warhol, Schifano & Co. offrirà l’emozione di ammirare una sequenza davvero mozzafiato di opere: 150 tra quadri, fotografie, collage, grafiche che ripercorrono la storia delle reciproche influenze tra fotografia e Pop Art, il movimento che ha segnato l’arte e la cultura degli anni ’60.

“La Pop Art è stata un fenomeno mondiale, esploso negli anni Sessanta negli Stati Uniti e in Europa, e diffusosi rapidamente anche nel resto del mondo, che ha rivoluzionato – osserva Walter Guadagnini, curatore della mostra e Direttore di CAMERA – il rapporto tra creazione artistica e società, registrando l’attualità in modo neutro, fotografico per così dire, adottando gli stessi modelli della comunicazione di massa per la realizzazione di opere d’arte. In questo senso, la fotografia è stata, per gli artisti Pop, non solo una fonte di ispirazione, ma un vero e proprio strumento di lavoro, una parte essenziale della loro ricerca”.

In mostra, dal 21 settembre, gli americani Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Ken Heyman, Jim Dine, Ed Ruscha, Joe Goode, Ray Johnson, Rosalyn Drexler; gli inglesi Richard Hamilton, Peter Blake, Allen Jones, Joe Tilson, David Hockney, Gerald Laing, Derek Boshier; i tedeschi Sigmar Polke, Wolf Vostell; gli italiani Mario Schifano, Mimmo Rotella, Michelangelo Pistoletto, Franco Angeli, Umberto Bignardi, Gianni Bertini, Claudio Cintoli, Sebastiano Vassalli e tanti altri. Tra i fotografi, si sottolinea la presenza di Ugo Mulas – cui sarà dedicata un’intera sala, dove verranno esposte le serie realizzate negli Stati Uniti e quella della Biennale di Venezia del 1964 – e di Tony Evans, fotografo dei protagonisti della Swinging London dei primissimi anni Sessanta.

 

RIVARA, MUSEO DI ARTE CONTEMPORANEA: “GOTICO INDUSTRIALE”

Salvatore Astore. Maura Banfo. Domenico

Borrelli. Adriano Campisi. Carlo

D’Oria. Ferdi Giardini. Paolo Grassino.

Enrico Iuliano. Paolo Leonardo. Nicus

Lucà. Sergio Ragalzi. Francesco Sena.

Luigi Stoisa.

OPENING

DOMENICA 23.09.2018

DALLE ORE 11.00

Gotico Industriale mette in evidenza, in una chiave unitaria, due generazioni di artisti che hanno lavorato a Torino dagli anni ‘80 ad oggi, restituendone una lettura e una sintesi politica esemplare. Gotico nel senso di “vertiginoso” e “barbaro”, una sorta di stato di ebbrezza e orrore di essere altro dal progresso, simultaneamente centrifughi e centripeti rispetto al sistema dell’arte. Industriale, invece, da intendersi nel doppio senso di “nativo industriale” – vita mediata (se non immersa) dai “ritmi” operai -, e di “post” industriale – percezione di un futuro sempre meno strutturato intorno a questa mediazione. Il processo di dismissione del cosiddetto modello fordista e la perdita di centralità della catena produttiva, ha l’effetto di costringere tutti, negli anni ‘80, consciamente o inconsciamente, a prefigurare un domani (che è oggi) senza Fiat. Un mondo governato da presse, da turni e ferie obbligate, si trova a fare improvvisamente e progressivamente a meno di una sorta di paradigma consolidato. Un fade out nostalgico che definiamo, con una punta feticista, “ideologia del baracchino”. Gli artisti del Gotico Industriale, egualmente inattuali rispetto alla musealizzazione del contemporaneo e al post-modernismo “colto”, distanti da ogni identificazione e da ogni luna di miele con i materiali della grande produzione – di cui però sono utilizzatori compulsivi – si mettono in contatto col mondo attraverso una riappropriazione “crudele” della figurazione. E proprio mentre la Torino-metafora del paese praticamente si dissolve, in una metamorfosi che è in corso ancora oggi, essi mettono al centro della loro “ribellione” l’uomo, la figura umana e le sue deviazioni, in una sorta di umanesimo dolente e contrariato. Le opere hanno spesso il colore della ruggine, dei materiali sintetici, del petrolio. L’uso degli spazi tratteggia una denuncia simbolica e geografica di in-appartenenza. Si sviluppa un’attitudine vagamente nichilista che si contrappone nell’ordine: al dominio di un’immagine dell’artista come figura chiave del rapporto tra società e rivoluzione, (che si fa poi inesorabilmente istituzione); ad anni di discorsi linguistici nati negli anni ‘60, in cui alla materia presentata in quanto “prima” veniva conferito statuto di natura; al mito della capillarizzazione dell’arte degli anni ‘70. In un orizzonte lontano da ogni paradossale positivismo, ogni tentativo di raggiungere una strada nuova, in qualche modo coerente con il sound della città, doveva necessariamente passare per una forca di mostruosità. E nel momento in cui nasce l’istituzione per eccellenza – il museo di Rivoli – che investe la scena internazionale con la visione molto particolare di Rudy Fuchs, germinano quasi di nascosto nuove forme di figurazione gotica ed industriale. Forme nate in deserti urbani, nere e solidificanti come la pece, rugginose come l’aria dei battilamiere e filologicamente anarchiche come una serie di rivolte senza apparente organizzazione. Da questo bagno di solitudine e con il carico liberatorio di chi viene finalmente a patti con le immagini del monstrum, il rimosso, si finisce per stabilire la più grande e definitiva cesura dal mondo dell’Arte Povera.

 

TORINO E MONFORTE: MOSTRA “MARIO LATTES DALL’INFORMALE AL FIGURATIVO”

Opere inedite e nuove acquisizioni della collezione della Fondazione Bottari Lattes

Inaugurazione: Giovedì 27 settembre ore 18 Torino – Spazio Don Chisciotte, via Della Rocca 37B.

Sabato 29 settembre ore 18 Monforte – Fondazione Bottari Lattes, via G. Marconi 16

Orari mostre

Spazio Don Chisciotte – Torino

Da giovedì 27 settembre a sabato 27 ottobre 2018

martedì-sabato ore 10.30-12.30 / 15-19

Fondazione Bottari Lattes – Monforte d’Alba

Da sabato 29 settembre a sabato 1 dicembre 2018

lunedì-venerdì ore 10-12 / 14.30-17; sabato ore 10-12 / 15.30-18.30

«Il pennello di Lattes segue gli impulsi, le emozioni, gli abbandoni di una irrimediabile inquietudine». Così Vittorio Sgarbi nel 1988 ha descritto i lavori di Mario Lattes, editore, pittore, incisore e scrittore, ma anche ideatore di iniziative culturali, scomparso nel 2001. Una selezione di opere rappresentative della pittura e della poetica di questo eclettico artista, molte delle quali inedite e mai esposte prima, sono presentate nelle due sedi della Fondazione Bottari Lattes, per la mostra “Mario Lattes dall’informale al figurativo”, a Torino presso lo Spazio Don Chisciotte (inaugurazione giovedì 27 settembre alle ore 18) e a Monforte d’Alba presso la Fondazione Bottari Lattes (inaugurazione sabato 29 settembre alle ore 18). La Fondazione Bottari Lattes, nata nel 2009 proprio per ricordare Mario Lattes e promuovere cultura e arte sulla scia della sua multiforme attività (conserva la biblioteca privata del pittore e l’archivio storico), dispone di una vasta collezione dell’artista, arricchita da nuove acquisizioni, dalla quale sono state selezionate le opere della doppia mostra. “Mario Lattes dall’informale al figurativo” espone una sessantina di opere di Lattes per ripercorrere un’avventura artistica poliedrica che abbraccia mezzo secolo di attività pittorica, dagli anni Cinquanta agli anni Novanta, e documentare i diversi modi espressivi e i numerosi interessi del pittore. A Monforte d’Alba si possono ammirare le opere di grande formato, mentre a Torino sono esposti i lavori di minori dimensioni, che, pur nel piccolo formato, sanno esprimere, quasi in maniera concentrata, tutta la poetica e l’essenza artistica di Lattes.

Artista raffinato, capace di dare vita a immagini oniriche, Mario Lattes ha sperimentato tecniche e linguaggi eterogenei, con i quali ha espresso il dolore dell’esistenza e la propria rivendicazione di libertà da ogni pregiudizio. La sua opera racchiude momenti d’ispirazione ora astratta ora espressionista, ora visionaria, per approdare a suggestioni visive, senza mai essere imprigionata in categorie o movimenti. Dagli oli su tela o su carta, fino agli acquerelli, le tempere e le tecniche miste, i collages e i frottages, la produzione pittorica di Lattes si distingue anche per i temi affrontati: le contraddizioni della vita, il dolore e le difficoltà nella quotidianità, le memorie e la consapevolezza della propria frammentata identità, l’identità ebraica, la ribellione alle idee preconfezionate, alla volgarità delle mode. Imprescindibile per comprendere il suo immaginario visivo è la conoscenza dei suoi romanzi, delle sue letture e della sua collezione, poiché la sua creatività versatile si esprimeva con un incessante passaggio da un linguaggio all’altro. La sua opera pittorica dopo un iniziale periodo, è sempre stata figurativa, con valenze visionarie e fantastiche, tale da evocare illustri discendenze, da Gustave Moreau a Odilon Redon a James Ensor. La pittura, le incisioni e i romanzi sono legati da un forte filo conduttore, talvolta anche nella scelta di soggetti identici, trasfigurati dalla diversità dei mezzi espressivi. Tanto che, il critico d’arte Marco Vallora commentava nel 2008: «Lattes è sempre là dove non te lo attendi, anche tecnicamente».

Questa rassegna, articolata nelle due sedi della Fondazione, si giova di varie nuove acquisizioni, assai significative per penetrare sempre più nell’universo interiore dell’artista e confermare come la sua opera pittorica sia costituita da frammenti di un discorso lungo quanto una vita, tessere di un mosaico esistenziale, in sé compiute ma al contempo indissolubilmente legate.

 

Anche le opere di piccolo formato, ben rappresentate allo Spazio Don Chisciotte, dimostrano, e anzi esaltano l’intensità e la concentrazione dell’ispirazione, come sempre accompagnata dalla curiosità attenta dello sperimentatore che non si ferma innanzi alle più ardite e disinvolte contaminazioni di tecniche, linguaggi, stili.

 

A FOSSANO ARRIVA L’OPERA OMNIA DI LEONARDO

Venerdì 21 settembre l’inaugurazione dell’evento che propone 17 riproduzioni del genio fiorentino

Venerdì 21 settembre alle ore 18.00, presso la Sala Rossa del Consiglio Comunale a Fossano (Via Roma, 91), verrà inaugurata la mostra curata da Antonio Paolucci “Leonardo. Opera Omnia”. L’evento è il secondo appuntamento con i grandi maestri dell’arte italiana dopo l’esposizione dedicata a Caravaggio, ospitata con successo dalla Città degli Acaja nel 2017. Il percorso espositivo, articolato in tre sedi (il Castello degli Acaja, il Museo Diocesano e la Chiesa della Santissima Trinità), presenta ai visitatori 17 riproduzioni di altrettante opere di Leonardo, scelte tra le più rappresentative del suo percorso artistico e proposte nelle loro dimensioni reali. Acquisite con il contributo di numerosi fotografi professionisti e successivamente sottoposte a controllo e restyling, le riproduzioni sono conformi agli originali e in altissima risoluzione. Sono inoltre dotate di un sistema di retroilluminazione sofisticato che, permettendo di regolare l’intensità luminosa e la temperatura di colore, garantisce una resa ottimale nei diversi ambienti. Curatore della mostra è Antonio Paolucci, riconosciuto tra i massimi esperti d’arte a livello internazionale. La mostra sull’opera di Leonardo, insieme a quella realizzata lo scorso anno su Caravaggio e all’evento previsto per il prossimo anno su Raffaello, nasce da una riflessione sul tema della fruibilità dei capolavori dei grandi maestri: organizzare mostre monografiche, infatti, è tecnicamente inattuabile, in quanto le opere sono disperse in musei, chiese e collezioni private di tutto il mondo. L’utilizzo di riproduzioni della stessa dimensione degli originali permette, invece, la possibilità di godere dell’opera pittorica di un grande autore in un unico spazio espositivo e la rende così accessibile ad un pubblico più ampio. L’esposizione è promossa e organizzata da Rai, Rai Com, Comune di Fossano, Diocesi di Fossano e Progettomondo.mlal, in collaborazione con Fondazione Artea e Regione Piemonte e sarà visitabile fino al 13 gennaio 2019 con i seguenti orari: venerdì dalle 15 alle 19, sabato, domenica e festivi dalle 10 alle 19. I biglietti d’ingresso sono disponibili presso il Castello degli Acaja al costo di 8 euro (intero), 5 euro (ridotto) e 2 euro (scuole). Parallelamente alla mostra saranno organizzati numerosi eventi collaterali, che vedranno coinvolti i partner dell’iniziativa, le realtà culturali, associative e le scuole del territorio, in grado di completare con input differenti l’esperienza della figura leonardesca. Il calendario completo degli eventi collaterali sarà presto disponibile sui siti www.visitfossano.it e www.fondazioneartea.org.

 

NUOVA GUIDA DI VEZZOLANO

Sabato 22 Settembre alle ore 15 a Vezzolano verrà presentata la nuova edizione del volume di Maurizio Pistone “Vezzolano – Guida alla Canonica Regolare di Santa Maria”

Edizioni del Capricorno – Torino

Si tratta di un aggiornamento del volume edito nel 2010, che ha avuto un buon successo con oltre settemila copie vendute. La nuova edizione è rinnovata nella forma grafica, il testo è arricchito con le acquisizioni più recenti della storiografia e alcuni approfondimenti su diversi particolari che possono sfuggire ad una prima osservazione. Mantiene in ogni caso l’organizzazione della guida precedente, divisa nelle tre grandi sezioni: La storia – La visita – La regola agostiniana. L’opera fruisce della colla­borazione di tre importanti e noti specialisti: la dott.ssa Valentina Barberis, attuale direttrice del complesso monumentale, il prof. Aldo A. Settia, docente emerito di Storia Medievale presso l’Università di Pavia, e la precedente direttrice di Vezzolano arch. Paola Salerno, che saranno presenti con l’autore a illustrare alcuni temi della più recente ricerca storica e artistica. Alla presentazione interverranno anche il prof. Giancarlo Andenna, docente emerito dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e il dott. Simone Caldano, assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Ferrara e Presidente dell’Associazione Piemonte Medievale. A conclusione della giornata i musici dell’Associazione la Ghironda di Asti faranno una breve esibizione ispirata al capitello vezzolanese di “Salomone che suona la viella”

 

ALLA PALAZZINA DEL VALENTINO MOSTRA SOCIALE DELLA «PROMOTRICE»                          

Ritorna alla Palazzina della Società Promotrice delle Belle Arti l’annuale «Esposizione Arti Figurative», che propone un percorso attraverso 12 sale, con 506 opere di 344 soci artisti tra pittori, scultori, grafici e pittori. Vi in questo «corpus» di opere, l’essenza di una continua ricerca intorno al linguaggio dell’arte, alle soluzioni tecnico-espressive, alla nuova visione della società e di questo nostro tempo quanto mai complesso e proiettato verso una realtà tecnologica avanzata. Promossa e organizzata dalla Presidenza e dal Consiglio Direttivo della Società Promotrice, presieduto da Giovanni Prelle Forneris, la rassegna è stata realizzata con la collaborazione della Commissione Artistica formata da Giampiero Actis, Pierpaolo Bisio, Bartolomeo Delpero, Claudio Giacone, Nene Martelli, Sergio Vasco, mentre si deve a Orietta Lorenzini l’attenzione riservata alla cura dell’allestimento e della redazione del catalogo, come sempre denso di immagini. Il discorso si snoda lungo un itinerario di lavori che attestano l’impegno e le consolidate esperienze di quegli artisti, ormai scomparsi, che appartengono, in gran parte, alla scuola torinese e piemontese, in una sorta di narrazione che unisce il ritratto di Dina eseguito da Umberto Mastroianni all’intensità del segno della «Testa d’uomo» di Luigi Spazzapan, le sculture di Piero Ducato alla composizione di Sandro Cherchi. In tale direzione, il dialogo tra arte e ambiente, emozioni e materiali innovativi, costituisce un punto di riferimento per entrare in contatto con la musicalità della linea dell’incisione «Allotropia» di Francesco Franco e il «Napoleone» di Piero Ruggeri, con il dipinto «Io sono il migliore» di Antonio Carena e i «Ciottoli» di Albino Galvano del MAC, sino agli ulivi di Enrico Paulucci, alla fantasia veneziana di Trento Longaretti, alle lezioni americane di Nini Maccagno (più volte ripresa nei ritratti di Cesare Ferro Milone) e al concerto parigino di Luigi Le Voci (ricordato con una mostra al Teatro Regio nel maggio di quest’anno)e Paolo Derusticis, Ernesto Treccani, Almerico Tomaselli. E fra le opere esposte, si coglie il senso di una stagione che annovera momenti surreali e simboliche immagini, impressioni naturalistiche e figure, fiori, nature morte, che concorrono a creare un itinerario espositivo legato al «Giorno d’autunno» di Giuliano Emprin, alle «Maschere» di Teonesto Deabate e «Le bagnanti« di Alfredo Levo, in una sequenza di raffigurazioni dalle armoniose atmosfere: dal romantico «Ritorno alla campagna» di Adriana Giorda a «Martinafranca» di Mario Lisa e «Modella nello studio» di Massimo Quaglino. Insieme al raffinato e letterario «Ego I» di Fiorenzo Rota, si nota la poetica scrittura di Francesco Tabusso, l’«Estate al mare» di Emilio Scarsi, il «Self portrait» di Loris Dadam (recentemente scomparso), il vivace cromatismo di Giacinta Villa e «Ritratto a fiori» di Sara Carbone. E ancora Resy Cattarin, Guglielmo Mezzari, Fernando Leschiera, Felice Malgaroli e Sandro Carletti. E la mostra rivela, di tavola in tavola, «La colomba» di Romilda Suppo, la piacevole «Natura morta con mele» di Maria Antonietta Prelle, il «Paesaggio» di Metello Merlo con la «Campagna» di Cesare Tubino, «L’ala di una colomba bianca» di Tullio Tulliach, il «Piccolo mercato a Mazzè» di Felice Vellan (storico esponente del Circolo degli Artisti), i ponti di Venezia di Giacinto Vittone e il Po di Bruno Fisanotti. Un percorso, perciò, che mette in evidenza meditate rappresentazioni, rasserenanti vedute, forme nello spazio delineate da Michele Baretta con «L’infermiera», il «Piccolo teatro» di Roberto Bertola e il tipico «Arlecchino« di Serafino De Laurenti, il «Nudo di schiena» di Nello Cambursano, i gatti di Giuseppina Colonna Gamero e l’anguria di Mario Gamero e il paesaggio innevato di Pippo Bercetti. Dal prezioso acquerello di Luciana Bey, si approda all’«Estate» di Maria Lilla Cimini, alla materia colore di «Rocca Verano» di Francesca Graziani Giovannini, la struttura compositiva di Oddino Gagliardi e l’opera «E le acque si divisero» di Vincenzo Albano. La sequenza dei lavori esprime, di volta in volta, il dialogo tra cultura visiva e interiori sensazioni, tra tensione espressiva e rasserenenti visioni che si sviluppano dall’acrilico «Donna, albero e Sole nero» di Luigia Rinaldi alla «Marina silente» di Anna Maria Palumbo, dall’«Intreccio» di Beppe Gallo a «Ninfee» di Bruno Molinaro e il «Forte di Fenestrelle» di Guido Appendino, «Omaggio all’Ariosto» di Gabriella Malfatti, Bartolomeo Delpero,  Lia Laterza, Maria Ausiliatrice Laterza, Viglieno Cossalino con una natura silente, la Veremejenko e la Chirone Guglielminetti, Valeria Carbone, Laura Zecchini, Roberto Davico, Dora Paiano, Rita Scotellaro e Galeotti MAzzoleni. L’ampio panorama di rappresentazioni racchiude «Alba sulla neve» di Giorgio Cestari e «Le coppie» di Goffredo Radicati di Primeglio, le artiste biellesi Gabriella Muzio e Mariella Perino, e gli scultori Arcidiacono, Unia, Moi, Giovannone, Annarosa Longo, Pierangelo Devecchi, Claudia Sacerdote, Lisena Aresu, Francesco Cardovino, il polimaterico di Tin Carena e i dipinti della Perosino, Fusero, Claudio Giacone con «Luce e ombra» e la tecnica mista di Ceriana Mayneri. Una rassegna e un incontro, quindi, con Mario Pich, presidente del Piemonte Artistico e Culturale, e Pierluigi Bovone, Matteo Notaro, Lea Ricci, Mario Bisoglio, Greta Stella, Maria Rosa Frigieri, Pierpaolo Bisio, Claudio Fassio, Piero Balossino, Claudio Pepino e la Giovenale. E con Livio Pezzato, sono state presentate le composizioni di Michele De Stefano, la «Premiata liuteria di Solero» di Franco Pieri e il «Nudo» della Mantovani, la nevicata di Vannella e Cambursano, Domenico Coppola (Gigli), Selvo e Donato De Ieso, «Riflessioni sul lago» di Giovanni Bevilacqua, Attilio Cutrupi e la foto digitale «Il cavaliere, la morte e il diavolo» di Franco Tomatis. Sempre densa di preziosi fogli, la sezione riservata alla grafica propone Carmen Vinciguerra, Alfredo Negro, il poetico «Velieri» di Araldo Cavallera e la Cambogia di Luisa Porporato, Guglielmo Keller, Giachin Ricca. Mentre tra i luminosi acquerelli si possono vedere quelli di Lidia Delloste e Delio Meinardi, di Giuseppe Garau e Adelma Mapelli, sino ad Anna Borgarelli, Gian Pietro Farina, Giusy Garino, Gianfranco Naretto, Elena Ribero, Marisa Boano. Di Annamaria Giraudo si nota «Estate ad Arma di Taggia», che si accosta ai fiori della Whitten, Alfredo De Leonardis, Maria Teresa Scapolla, alle chine di Graziella Voghera e Rosetta Vercellotti. E, ancora, si ricorda Anna Velliscig, Anna Cervellera, Guido Geuna, Vanessa Laustino, Marisa Di Bartolo e l’«India» di Susanna Micheletto. E da Moby Dick di Pietro Giorgio Viotto, si giunge alla tela di Luciana Pistone e Michele Morello, Daniela Bruno, «Pinneapolis III» di Tiziana Inversi, Andrea Tullich, «Poesia invernale» di Marisa Manis, Carlo Alberto Rivetti, Flavio Falconi, Natalia Alemanno, il sogno del migrante di Emma Viora, Loredana Zucca, i «vetri» di Anna Sciarrillo e Anna Tulliach.

Angelo Mistrangelo

 Palazzina al Valentino, Società Promotrice delle Belle Arti, viale Balsamo Crivelli 11, orario:feriali 11-13/16-20, festivi 10,30-13,

lunedì chiuso, sino al 14 ottobre.

 

MARIO SURBONE A BUSTO ARSIZIO

 

TORINO. DON BOSCO STORY SUI MURI DI VALDOCCO

Dopo due settimane di lavoro, le bombolette spray di Mr. Wany, domenica sera, torneranno nelle loro valigie per confrontarsi con nuovi muri. Su quelli all’angolo fra via Maria Ausiliatrice e via Cigna che circondano la Casa Madre dei Salesiani a Valdocco, rimarrà l’impronta dello street artist brindisino, che ha creato nuove connessioni fra i Figli di Don Bosco e il territorio in cui è nata l’esperienza degli oratori e delle scuole professionali. Dedicati al 150° anniversario di consacrazione della Basilica di Maria Ausiliatrice, i 170 metri quadri di graffito hanno suscitato reazioni non solo nei i giovani, legati, per motivi generazionali, alla cultura dell’hip hop e della street art, ma anche nei residenti e nei visitatori di Valdocco,  – entusiasti della performance figurativa di Mr. Wany, e valorizzato un angolo di quartiere che apre alla Torino dei problemi sociali ma anche della solidarietà attiva. A chiudere la narrazione della vita di Don Bosco, un volto espressionista del santo dei giovani chiude lo sguardo dei passanti, dopo che date e suggestioni figurative hanno evocato la sua infanzia e  l’opera avviata con i ragazzi di strada nella Torino dell’Ottocento. La Don Bosco Story sarà una sorpresa piacevole per gli abitanti del quartiere Aurora, per i pellegrini che quotidianamente visitano la Basilica di Maria Ausiliatrice e per i nuovi salesiani e i loro amici che a fine mese celebreranno la partenza missionaria, ossia il mandato ad andare fra i giovani più svantaggiati nei paesi in via di sviluppo.

 

 

 

TORINO, CASCINA ROCCAFRANCA: LEGGERMENTE IX EDIZIONE

Si aprono le porte della nona edizione di Leggermente, il progetto di Cascina Roccafranca, Sistema Bibliotecario Urbano, Biblioteca civica Villa Amoretti e Libreria Gulliver che dal 2011 promuove iniziative, eventi e incontri che ruotano intorno ai libri e alla lettura condivisa. L’edizione 2018-2019 coinvolge, oltre ai promotori, la Circoscrizione 4 -Parella, Campidoglio e San Donato e vede la collaborazione della casa del quartiere + Spazio Quattro, delle librerie – La Gang del pensiero e La città del Sole e la rete di scuole Torino Rete Libri. Prosegue in questa edizione Leggermente in Blu: insieme a operatori specializzati, i bambini affetti da disturbi dello spettro autistico avranno la possibilità di ascoltare, leggere, toccare, interagire con le pagine dei libri, creando momenti unici e speciali. Tornerà anche Leggermente in classe, che coinvolgerà circa 60 classi delle medie inferiori e superiori del territorio e Leggermente in Famiglia che propone una serie di iniziative – dai laboratori di lettura per i più piccoli ai brunch domenicali – rivolte ai bambini in età prescolare e scolare e ai loro accompagnatori. Insieme a questi importanti progetti prosegue quella che ormai è la tradizione di Leggermente: gli incontri tra i gruppi di lettura e gli autori.

Anche quest’anno il progetto apre con un incontro di prestigio:

Giovedì 27 settembre alle ore 18.00 in Cascina Roccafranca – via Rubino 14

Enrico Deaglio presenta Patria 1967-1977 ed. Feltrinelli, che ripercorre le storie note e meno note di un decennio importante che ha segnato pesantemente la storia della nostra Repubblica.

I successivi appuntamenti di Leggermente:

– Sabato 29 settembre alle ore 11.00 alla Biblioteca Civica Villa Amoretti – C.so Orbassano 200

Per la prima volta Leggermente ospita un evento di Torino Spiritualità: Rossella Milone presenta Cattiva ed. Einaudi, un romanzo potente e diretto sul tema della maternità.

– Sabato 20 ottobre alle ore 21.00 a + SpazioQuattro – Via Saccarelli 18

il rinomato autore Maurizio Maggiani inaugura in Circoscrizione 4 con il suo libro freschissimo di stampa L’amore ed. Feltrinelli, il racconto della giornata di uno sposo che in una notte ripercorre i suoi amori.

– Giovedì 8 novembre alle ore 18.00 alla Biblioteca Civica Villa Amoretti – C.so Orbassano 200

Leggermente avrà l’onore di ospitare l’attrice Laura Morante, autrice del libro di racconti Brividi immorali. Racconti e interludi  ed. La nave di Teseo, col quale esordisce in campo letterario.

– Mercoledì 21 novembre alle ore 18 alla Biblioteca civica Cesare Pavese – Via Candiolo 79

Emanuela Canepa, vincitrice del Premio Calvino, presenterà L’animale femmina, ed. Einaudi, un romanzo che mette a nudo le fragilità e le contraddizioni di uomini e donne.

Con questi primi incontri si chiude la prima fase di Leggermente rivolta ai gruppi di lettura. Seguiranno i programmi dettagliati di Leggermente in Famiglia, Leggermente in Blu e Leggermente in Classe.

 

 


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