Cappella del Crocifisso


Cappella del Crocifisso

Questa grande cappella fu costruita fra il 1668 e il 1670 da Giovanni Battista Bertone, commendatore di San Leonardo di Chieri ed ex Grande Ammiraglio della flotta dei Cavalieri di Malta. Per realizzarla fu necessario eliminare alcuni altari e la sacrestia, e ricostruire quest’ultima nel luogo dove si trova oggi.

All’esterno appare come un grande parallelepipedo. All’interno è divisa in due parti: il presbiterio, con volta a catino, e la nave, con volta a botte. Il primo è dominato dall’imponente “macchina” lignea dorata che fa da splendido sfondo all’altare e alla grande pala della Crocifissione. Tutta la cappella è caratterizzata da un fastoso complesso decorativo in stucco, con una grande profusione di personaggi e putti recanti i segni della Passione di Cristo.

Sulle volte gli stucchi incorniciano affreschi con scene dell’Antico Testamento; sulle pareti quattro grandi teleri con altrettante scene della Passione di Cristo.

Sugli autori di questo imponente complesso decorativo fino agli anni Novanta del Novecento è regnata la più totale incertezza. Recentemente Giuseppe Dardanello li ha attribuiti allo scultore, stuccatore ed architetto luganese Bernardino Quadri. A Giovanni Francesco Sacchetti ha attribuito, invece, sia pure con il punto interrogativo, le scene dell’Antico Testamento affrescate nelle cornici in stucco della volta.

In mezzo alla navata spicca la lapide che chiude la tomba di famiglia. Su di essa il conte Ernesto di Sambuy. Vittorio Amedeo Balbo Bertone di Sambuy, morto a Vienna nel 1846, fu l’ultimo a venir sepolto in questa cappella di famiglia.

CHARLES DAUPHIN. Crocifissione (1668-1670).

CHARLES DAUPHIN. Crocifissione (1668-1670)

Il quadro è stato attributo ad autori diversi: a qualche artista caravaggesco o al francese Le Brun (Antonio Bosio); all’ambito rubensiano (Augusto Cavallari-Murat). Oggi è concordemente ritenuto opera di Charles Dauphin, il pittore lorenese discepolo di Simon Vouet, attivo a Torino dagli anni Cinquanta del Seicento. Anno di esecuzione viene normalmente considerato il 1662 (Michela di Macco e Giuseppe Dardanello). Ma poiché la cappella fu costruita fra il 1668 e il 1670, sembra più corretto collocarla fra quelle due date.

È uno dei capolavori del Dauphin, un’opera che coniuga drammaticità e bellezza. Cristo, al culmine della sofferenza, guarda il cielo nell’atto di invocare il Padre; Maria si accascia svenuta, sorretta dall’postolo Giovanni; la Maddalena guarda in credula e in lacrime Gesù morente; il soldato sprona via il cavallo, lo sguardo fisso su quell’inquietante condannato. I personaggi sono investiti da violenti fasci di luce, su uno sfondo tragicamente fosco. Le figure sono finemente modellate, in contrasto con la drammaticità della scena ”. (Artisti nel Duomo di Chieri).

L’aver rappresentato Cristo con i piedi inchiodati separatamente e le braccia quasi verticali, alla maniera “ugonotta” non si deve ad una qualche adesione del pittore alle idee ereticali ma alla sua formazione nella bottega del parigino Vouet.

ANONIMO. Caduta di Gesù sotto il peso della croce (1668-1670)

ANONIMO. Caduta di Gesù sotto il peso della croce (1668-1670)

ANONIMO. Flagellazione (1668-1670)

ANONIMO. Flagellazione (1668-1670)

I due teleri che occupano interamente la parete sinistra della cappella del Crocifisso rappresentano le scene della Flagellazione a della Caduta di Gesù sotto il peso della croce: due opere dalla forte drammaticità, dovuta alle tonalità scure, alle figure ingigantite dal fatto di essere poste in primissimo piano e al grande senso di movimento delle stesse.
A tutt’oggi di queste due opere, probabilmente dovute alla stessa mano, non si conosce l’autore. Ma non mancano le ipotesi. Antonio Bosio e (sulla sua scia) Bartolomeo Valimberti le attribuiscono a Giovanni Francesco Sacchetti: tesi insostenibile, anche solo facendo un confronto stilistico con il Gesù nel Getsemani della parete di fronte, sicuramente opera del Sacchetti. Per Oreste Santanera potrebbero essere il frutto di una collaborazione fra Charles Dauphin e Bartolomeo Caravoglia, due pittori presenti in questa cappella ognuno con un’altra opera: con la Crocifissione, il primo, con l’ Ecce Homo il secondo. Ma anche questa ipotesi non regge al confronto stilistico. Lo stesso Santanera, del resto, avanza un’altra attribuzione: al pittore chierese Giovanni Battista Brambilla. Per Claudio Bertolotto, che giudica queste tele “straordinarie”, “sembrano richiamare i dipinti di cultura romana del valsesiano Pier Francesco Gianoli, autore fra l’altro degli affreschi di due cappelle del Sacro Monte di Varallo e di quelli con episodi della Passione nel Battistero del Duomo di Novara”.


SACCHETTI GIOVANNI FRANCESCO. Agonia di Gesù nell’Orto del Getsemani . (1672)

SACCHETTI GIOVANNI FRANCESCO. Agonia di Gesù nell’Orto del Getsemani . (1672)

È uno dei quattro teleri che adornano le pareti laterali della cappella del Crocifisso, costruita fra il 1668 e il 1670 dal cavaliere di Malta fra Giovanni Battista Bertone: rispetto a chi entra, è il primo quadro della parete destra. Come gli altri tre, e come la pala dell’altare, descrive uno dei momenti cruciali della Passione di Cristo, tema generale della decorazione pittorica plastica della cappella.

Eseguito attorno al 1672, il quadro è firmato da Giovanni Francesco Sacchetti: un pittore che oggi viene considerato “… uno dei più grandi artisti operanti in Piemonte nella seconda metà del Seicento… una delle figure chiave della pittura del periodo… di levatura non solo piemontese; solitario nella sua grandezza rispetto al contesto artistico coevo”. (F. Monetti e A. Cifani, 1990).

Il dipinto, raffigurante Gesù che, dopo l’Ultima Cena, appartatosi con soli, viene sopraffatto dalla consapevolezza del martirio che si avvicina, “… costituisce uno dei vertici di più ampio lirismo nella pittura piemontese del Seicento… Inquietante è la suggestione che promana dal notturno ventoso che la caratterizza; trame vorticose di ulivi sbattuti dal vento si levano contro la faccia pallida della luna; il Cristo vi appare abbandonato, con gli apostoli in penombra, in una solitudine più morale che fisica; dal cielo scende un angelo consolatore luminoso e rapido…” (ibid.)

La pittura del Sacchetti, con i suoi colori intensi e limpidi e con le sue figure improntate a classica bellezza e finezza, sembra rifarsi al classicismo post-carraccesco alla Guido Reni, ma anche a quello di stampo romano o, per dirla con Cavallari Murat, “all’alveo carraccesco raccolto nella scuola romana” .

CARAVOGLIA BARTOLOMEO. Ecce Homo (1676)

CARAVOGLIA BARTOLOMEO. Ecce Homo (1676)

Sulla parete destra della cappella del Crocifisso, al quadro dell’Agonia di Gesù nel Getsemani di Giovanni Francesco Sacchetti si affianca quello raffigurante la scena dell’Ecce Homo: un’opera che, in base a criteri stilistici, è stata sempre riferita a Bartolomeo Caravoglia. Attribuzione che nel 1999 ha trovato conferma allorché, in sede di restauro, è venuta alla luce la scritta: “Bartolomeus Caravoglia fecit anno 1676”.

La scena, giocata su colori prevalentemente scuri, è molto affollata. In mezzo alle altre spicca, anzi quasi risplende, la figura sofferente di Cristo, flagellato, coronato di spine, con la canna-scettro in mano e il manto porpora sulle spalle. Da un terrazzo, del quale viene sottolineato l’elegante parapetto, e che emerge da uno sfondo il cui disordine architettonico accresce il clima drammatico dell’insieme, da un Pilato vestito come un signorotto del Seicento viene presentato alla folla urlante. Questa probabilmente costituisce la parte più interessante dell’opera, formata com’è da figuri i cui volti deformati e quasi caricaturali sembrano presi da qualche quadro di Hieronymus Bosch. A conferma dell’attitudine di Caravoglia ad assorbire da ogni scuola pittorica ciò che ritiene adatto per raggiungere il suo scopo: in questo caso una efficace descrizione della malvagità della folla che si scalmana nel chiedere la condanna di Gesù.

SACCHETTI Giovanni Francesco (?). Esaltazione della Santa Croce (1668-1680)

SACCHETTI Giovanni Francesco (?). Esaltazione della Santa Croce (1668-1680)

SACCHETTI Giovanni Francesco (?). La sorgente miracolosa (1668-1680)

SACCHETTI Giovanni Francesco (?). La sorgente miracolosa (1668-1680)

SACCHETTI Giovanni Francesco (?). Il serpente di bronzo (1668-1680)

SACCHETTI Giovanni Francesco (?). Il serpente di bronzo (1668-1680)

SACCHETTI Giovanni Francesco (?). Il passaggio del Mar Rosso (1668-1680)

SACCHETTI Giovanni Francesco (?). Il passaggio del Mar Rosso (1668-1680)

Il racconto della Passione, che si dipana sulle tele dell’altare e delle pareti laterali della cappella del Crocifisso, viene completato dagli affreschi della volta. Nella semicupola che sovrasta il presbiterio è rappresentata la movimentata scena della Glorificazione della Croce: sorretto da un personaggio con la tiara (quindi un papa non meglio identificato), il simbolo della Passione viene venerato da schiere di Santi assisi sulle nubi e da stormi di angeli che volteggiano nel cielo azzurro. Sulla volta a botte della navata, in tre cornici, sono affrescate altrettante  scene dell’Antico Testamento nelle quali la Chiesa ha sempre riconosciuto riferimenti alla Croce e alla Passione di Cristo: la prima è quella di Mosè che innalza il serpente di bronzo il quale, secondo il racconto dell’Esodo, guariva chi, morso da un serpente, gli rivolgeva lo sguardo; nelle altre due si vedono Il Passaggio del Mar Rosso e Mosè che fa miracolosamente sgorgare  una sorgente dalle rocce.

Fino ad epoche recenti l’opinione dominante era che fossero opera di maestranze luganesi, le stesse alle quali si devono gli stucchi.  Recentemente (2007) Giuseppe Dardanello, per la chiarezza dei colori e la finezza delle figure, che richiamano quelle del quadro di Gesù nel Getsemani esposto sulla parete destra della stessa cappella, li ha attribuiti, sia pure con un punto interrogativo, a Giovanni Francesco Sacchetti. 

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