Cappella della Madonna delle Grazie


Cappella della Madonna delle Grazie

Il 26 luglio 1630, nel pieno della peste, i Conservatori della Sanità, riconoscendosi ormai incapaci di far fronte all’emergenza, formularono il solenne voto di erigere, all’interno della Collegiata, una cappella in onore della Madonna delle Grazie, se per sua intercessione il contagio fosse cessato. Il giorno successivo il Consiglio Comunale ratificò il voto. Ma non essendoci nella chiesa uno spazio libero, nel mese di agosto i Consiglieri incaricati presero contatto con Aurelio Valimberti, nobile chierese, per ottenerne la cessione di metà (una delle due campate delle quali era composta) della sua cappella dedicata a San Giuliano, situata nella navata sinistra, poco oltre l’ingresso.

Ottenutala, fra il 1630 e il 1631 incaricò i fratelli Rusca, impresari luganesi, di trasformarla in cappella votiva municipale; da Pietro Botto di Savigliano fece scolpire la statua della Madonna da collocare sull’altare; ai fratelli Cerutti, nipoti di Francesco Fea, affidò la decorazione pittorica. Nel febbraio del 1636 avvenne l’inaugurazione della cappella, che da allora in poi è stata (ed è) al centro della devozione dei chieresi.

Poco più di un secolo dopo, il Comune decise di trasformarla ed ampliarla. Non si conosce il motivo di una tale decisione, ma lo si può supporre: nel Duomo, Confraternite come quella del Corpus Domini e famiglie prestigiose come i Bertone si erano costruite grandi e lussuose cappelle, nei confronti delle quali quella del Comune appariva ben poca cosa. Donde, probabilmente, la decisione di costruire qualcosa di più competitivo. Nel 1756 ne diede l’incarico a Bernardo Antonio Vittone, il quale prolungò la cappella sfruttando una porzione di orto ceduta al Comune dal prevosto del momento, la rivesti completamente di marmi policromi, sul nuovo altare marmoreo costruì un’elegante edicola, la illuminò “alla bernina”, cioè con fonti di luce naturale nascoste, ad Ignazio Perucca affidò la decorazione scultorea e a Giuseppe Sariga quella pittorica. Il risultato fu il gioiello architettonico e decorativo che si può tuttora ammirare.

In seguito, la cappella è stata oggetto di restauri nel 1840, nel 1875-80, nel 1950 e, da ultimo, nel 2010.

SARIGA Giuseppe. Affreschi della cupola (1760 ca).

SARIGA Giuseppe. Affreschi della cupola (1760 ca).

SARIGA Giuseppe. La peste. (1760 ca).

SARIGA Giuseppe. La peste. (1760 ca).

SARIGA Giuseppe. Il voto e la fine della peste. (1760 ca).

SARIGA Giuseppe. Il voto e la fine della peste. (1760 ca).

Nella cappella municipale della Madonna delle Grazie del Duomo, due quadri collocati ai lati dell’altare descrivono altrettante fasi della peste che devastò Chieri nel 1630. Sono due opere di Giuseppe Sariga, un pittore nato nei dintorni del lago di Lugano ma vissuto e attivo in Piemonte dove lasciò molte opere. A Chieri c’è una sua pala anche nella chiesa di San Bernardino e ne esistevano due, oggi andate disperse, nella distrutta chiesa di San Francesco. Una sua opera si trova nella chiesa parrocchiale di Andezeno e ricerche recenti (2014) hanno rivelato essere di sua mano una bellissima Immacolata Concezione nella parrocchiale di Riva presso Chieri.

I due quadri della cappella della Madonna delle Grazie furono eseguiti attorno al 1760, in occasione del suo ampliamento eseguito da Bernardo Vittone. Documenti dell’archivio capitolare attestano che per essi il Sariga ottenne un compenso di 300 lire.

Quello a sinistra dell’altare descrive l’infuriare della peste, con in primo piano una folla di malati e moribondi e sullo sfondo carri che trasportano cadaveri. Un angelo che sorvola la città brandendo una spada di fuoco suggerisce la lettura del tragico evento come castigo di Dio (la stessa interpretazione, del resto, che nei loro interventi ne davano i membri del Consiglio comunale). Nel quadro di destra la scena è completamente diversa: il clero, le autorità, le confraternite e il popolo, radunati in piazza, invocano dalla Madonna delle Grazie la fine della peste. L’angelo che rinfodera la spada simboleggia l’esaudimento delle preghiere e la fine del castigo.

A Giuseppe Sariga (forse indicato dallo stesso Bernardo Vittone, autore dell’ampliamento della cappella) fu affidata anche la decorazione del cupolino: l’artista vi affrescò angioletti svolazzanti fra le nubi sullo sfondo di un cielo azzurro. Il compenso che percepì per questo ulteriore lavoro fu di 130 lire.

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