Cappella di S. Antonio Abate


Cappella di S. Antonio Abate

È solo nominalmente una cappella: in realtà si tratta del braccio destro del transetto. All’inizio appartenne al duca di Savoia Amedeo VIII, al quale era stata donata dal Capitolo dei Canonici. In suo omaggio, sia all’interno sia all’esterno era stata disseminata di insegne sabaude. Un rosone in pietra, con scolpita la croce di Savoia circondata dal Collare dell’Ordine dell’Annunziata, è tuttora collocato al centro della crociera, e in cima alla parete destra è ancora visibile, scolpito in pietra, il motto di Casa Savoia Fert.

Le pareti erano interamente ricoperte di affreschi: Antonio Bosio attesta di averne viste tracce durante i restauri di fine Ottocento. Secondo una tradizione, alla quale molti autori hanno prestato fede, nella nuova cappella Amedeo VIII avrebbe fatto seppellire il secondogenito Antonio, morto in fasce. Il solito Bosio sostiene di aver visto una piccola bara in occasione dell’accennata visita al cantiere di restauro.

Abbastanza presto, però, il Duca rinunciò alla cappella cedendola alla famiglia Villa (1450), dalla quale passò ai Balbo di Vernone (1584 circa), ai Borello (1632 circa), ai Romanone (1710) e, infine, all’Ospedale San Luigi di Torino, erede dei Romanone, che nel 1880 vi rinunciò a favore del Capitolo.

Alla fine dell’Ottocento la cappella cambiò aspetto in seguito al trasferimento, sopra l’altare, del grande tabernacolo marmoreo del Sanmicheli, con la conseguente rimozione della pala esistente.

CACCIA Guglielmo (detto Il Moncalvo), Madonna col Bambino e i Santi Antonio e Sebastiano (1615 ca.)

CACCIA Guglielmo (detto Il Moncalvo), Madonna col Bambino e i Santi Antonio e Sebastiano (1615 ca.)

Almeno fino al 1584, sull’altare di questa cappella ci fu un gruppo statuario del quale si sa soltanto che comprendeva tre statue di bronzo e cinque di terracotta. In epoca imprecisata, al suo posto comparve la pala raffigurante la Madonna col  Bambino e i Santi Antonio abate e Sebastiano, che alla fine dell’Ottocento ha a sua volta ceduto il posto al tabernacolo marmoreo del SS. Salvatore e attualmente occupa la parete destra della cappella.

Nonostante la cornice alquanto dimessa e la collocazione defilata che non lo valorizza, questo grande dipinto si impone all’attenzione per la composizione classicamente semplice ed armoniosa, si direbbe quasi raffaellesca. L’atmosfera vi è pervasa di serena religiosità, accentuata dallo sfumato vagamente leonardesco. La scena è giocata sugli sguardi rapiti dei due Santi verso la Vergine, e su quello materno di lei nei loro confronti. Antonio Bosio la attribuisce  decisamente al  Moncalvo. Tutto, del resto, nel quadro, fa riferimento al grande artista monferrino, il quale potrebbe averlo dipinto negli anni attorno al 1615, quando lavorò a Chieri chiamatovi dal priore Giacinto Broglia per decorare la chiesa di San Domenico.

In basso vi figura lo stemma dei Romanone. Ma non si sa se essi possedessero già questo quadro e dalla precedente collocazione lo abbiano trasferito nella nuova cappella (in questo caso è presumibile che lo stemma ci fosse già)  o se lo acquisirono insieme ad essa (nel qual caso lo stemma Romanone sarebbe stato evidentemente aggiunto).

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