Sala del Consiglio


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FRANCESCO FEA, San Carlo Borromeo venera il Sacro Chiodo, 1626.

FRANCESCO FEA, San Carlo Borromeo venera il Sacro Chiodo, 1626.

FRANCESCO FEA, San Carlo Borromeo venera il Sacro Chiodo, 1626. Olio su tela, cm. 215×110.

Nello schedario della Casa di Riposo Giovanni XXIII questo quadro viene semplicemente definito “San Carlo Borromeo”. Nel volume “Aspetti della pittura del Seicento a Chieri”, del 1999, Alberto Marchesin gli attribuisce giustamente il titolo: “S. Carlo in adorazione del Sacro Chiodo”  per la sua evidente dipendenza dall’opera omonima del Moncalvo conservata nella chiesa di Sant’Antonio della città natale del Maestro.

Il Santo viene raffigurato in piedi, davanti all’altare, nel gesto di venerare uno dei chiodi della Passione di Cristo inserito al centro della croce che gli sta davanti. Alle sue spalle, un angelo gli sta ponendo sul capo una corona di fiori. Sul secondo gradino dell’altare si legge: “s. carolus borromeus cardinalis obyt  die tertia 9bris 1584” (il  cardinale San Carlo Borromeo morì il 3 novembre 1584).

Da Antonio Bosio apprendiamo che questo quadro, come quello gemello del Beato Amedeo di Savoia, si trovava nella cappella di San Bernardino, della omonima Confraternita, quando questa era ospite del convento di San Francesco dei Frati Minori conventuali, e  la seguì nei suoi spostamenti, prima nella casa di Giovanni Battista Brunetto, adibita a Cappella (1675), poi nella chiesa che la Confraternita commissionò ad Antonio Bettino, quindi nella chiesa attuale, costruita da Bernardino Quadro nel 1696 circa, nel 1744 dotata della cupola del Vittone.  Dal libro degli Ordinati della Confraternita sappiamo che in quest’ultima il quadro, insieme a quello gemello, fiancheggiava la pala principale. Non sappiamo quando e perché sia stato trasferito nella Casa dell’Elemosina (poi Ospizio di Carità).

Lo stesso libro degli Ordinati indica in Francesco Fea l’autore sia del quadro sia dell’indoratura della cornice e nel 1626 l’anno di esecuzione.


FRANCESCO FEA, Il Beato Amedeo di Savoia, 1626.

FRANCESCO FEA, Il Beato Amedeo di Savoia, 1626.

FRANCESCO FEA, Il Beato Amedeo di Savoia, 1626. Olio su tela, cm. 215×110.

Il Beato è raffigurato in piedi, con una veste di broccato che gli arriva ai piedi, sulle spalle una cappa di ermellino e al collo il collare della SS. Annunziata. Con il gomito sinistro si appoggia ad un altare (o tavolo), coperto di un tappeto verde, sul quale è collocata la corona ducale. Con la mano sinistra regge lo scettro, con la destra fa l’elemosina ad un povero. Un angioletto gli svolazza vicino al capo; altri due, in  basso a destra, sostengono il suo stemma.  Sul gradino dell’altare si legge: “b. amedeus sabaudiae dux tertius obyt vercellis tertio calendis aprilis 1477” (il Beato Amedeo, terzo duca di Savoia, morì a Vercelli il 3 aprile 1477).

Da Antonio Bosio apprendiamo che questo quadro, come quello gemello di San Carlo Borromeo, si trovava nella cappella di San Bernardino, della omonima Confraternita, quando questa era ospite del convento di San Francesco dei Frati Minori conventuali, e, insieme alla pala del Moncalvo,  raffigurante la Madonna col Bambino e i Santi Bernardino e Michele Arcangelo,  la seguì nei suoi spostamenti, nel 1675 nella casa di Giovanni Battista Brunetto, adibita a Cappella, poi nella chiesa che la Confraternita commissionò ad Antonio Bettino, quindi nella chiesa attuale, costruita da Bernardino Quadro nel 1696 circa e nel 1744 dotata della cupola del Vittone. Dal libro degli Ordinati della Confraternita sappiamo che, insieme a quello gemello,  fiancheggiava la pala principale. Non sappiamo quando e perché sia stato trasferito nella Casa dell’Elemosina (poi Ospizio di Carità).

Lo stesso libro degli Ordinati anche di questo quadro, come di quello di San Carlo, indica in Francesco Fea l’autore e nel 1626 l’anno di esecuzione.


IGNOTO PITTORE INGLESE, Ritratto di bimbo (inizio del sec. XIX).

IGNOTO PITTORE INGLESE, Ritratto di bimbo (inizio del sec. XIX).

IGNOTO PITTORE INGLESE, Ritratto di bimbo (inizio del sec. XIX). Olio su tela, cm. 51 x 41.

Il quadro, su fondo scuro,  raffigura un bimbo a mezzo busto, i capelli rossicci arruffati, vestito di una tunica azzurrina che si apre sul petto.

Lo stile è neoclassico. Sul telaio di legno si legge la scritta a matita: Sir Lawrence, che potrebbe indicare come autore Sir Lawrence Thomas (Bristol 1769 – Londra 1830). Se l’autore non fosse lui, si tratterebbe comunque di un artista che da  alcuni particolari stilistici (la forma del volto, gli occhi globulari) si rivela fortemente dipendente da lui.


IGNOTO AUTORE FIAMMINGO, Sacra Famiglia (seconda metà del sec. XVII)

IGNOTO AUTORE FIAMMINGO, Sacra Famiglia (seconda metà del sec. XVII)

IGNOTO AUTORE FIAMMINGO, Sacra Famiglia (seconda metà del sec. XVII). Olio su rame, cm. 42 x 34.

Il dipinto raffigura la Vergine che, con una veste rossa ed un manto azzurro, e seduta sul serpente del peccato originale  (particolare iconografico proprio della rappresentazione dell’Immacolata Concezione ma inusuale in quella della Sacra Famiglia), reca in braccio Gesù Bambino. Questi, volgendosi, indica il serpente a Giuseppe, il quale, con la mano sinistra poggiata al piedistallo di una colonna, con la destra indica un punto luminoso nel cielo altrimenti carico di nubi.

Probabilmente si tratta della riproduzione fiamminga di una stampa seicentesca, essa pure fiamminga, come lascia intendere anche l’ utilizzo del rame come supporto del dipinto.

L’autore è ignoto, ma la perfezione del disegno, il modellato corposo delle figure, l’armonia della composizione autorizzano ad attribuire l’opera all’entourage del grande Pier Paolo Rubens.

 IGNOTO PITTORE VENETO, Compianto sul Cristo deposto dalla croce, (fine secolo XVII-inizio sec. XVIII).

IGNOTO PITTORE VENETO, Compianto sul Cristo deposto dalla croce, (fine secolo XVII-inizio sec. XVIII).

IGNOTO PITTORE VENETO, Compianto sul Cristo deposto dalla croce, (fine secolo XVII-inizio sec. XVIII). Olio su tela, cm. 32 x 28.

Il piccolo quadro, dotato di una splendida cornice barocca, forse si presenta eccessivamente affollato, ma i molti personaggi: la Vergine che bacia la mano di Gesù, la Maddalena che gli sostiene il capo, i due angioletti che gli sostengono il braccio sinistro, Giovanni, Nicodemo e le altre due figure maschili, con il loro gestire danno alla scena un forte senso di drammaticità. Il colore cupo dello sfondo e quelli smorti delle vesti concorrono a creare l’atmosfera del lutto. In basso, in primo piano, alcuni oggetti della Passione: la spugna posata in un catino, il vaso che aveva contenuto l’aceto misto al fiele, la corona di spine.

Non si sa per quali vie sia pervenuto al Regio Ospizio di Carità questo piccolo gioiello che sembra uscito da qualche bottega veneta fra la fine del secolo XVII e l’inizio del secolo seguente.


AUTORE IGNOTO, Sacra Famiglia con San Giovannino (seconda metà del sec. XVII)

AUTORE IGNOTO, Sacra Famiglia con San Giovannino (seconda metà del sec. XVII)

AUTORE IGNOTO, Sacra Famiglia con San Giovannino (seconda metà del sec. XVII). Olio su tela, cm. 105 x 88.

È un dipinto molto scuro. La Vergine, sulla destra, vestita di rosso, sorregge il Bambino Gesù che mostra un libro aperto a San Giovannino. Dietro quest’ultimo emerge a fatica dall’oscurità la figura di San Giuseppe. A stento si fa strada nella penombra anche il paesaggio dello sfondo.

E’ un’opera seicentesca dalla composizione classica: la Vergine con Gesù Bambino e San Giovannino sono posti in primo piano;  in posizione arretrata è San Giuseppe; fa da sfondo un paesaggio.


SCUOLA DEL MONCALVO, Madonna col Bambino (inizio sec. XVII)

SCUOLA DEL MONCALVO, Madonna col Bambino (inizio sec. XVII)

SCUOLA DEL MONCALVO, Madonna col Bambino (inizio sec. XVII). Olio su tela, cm. 105 x 83.

La Madonna, vestita di rosso e con il manto blu, contempla il Bambino su uno sfondo completamente scuro.

L’insieme degli elementi stilistici fanno ritenere il dipinto un prodotto dell’entourage di Guglielmo Caccia detto il Moncalvo.


Ritratto di bambino

Ritratto di bambino

Ritratto di bambino Olio su tela, cm. 70 x 56.

Un  quadro ottocentesco che raffigura in modo molto realistico ed efficace un bambino dall’aspetto vivace e dalla capigliatura arruffata.


Madonna col Bambino.

Madonna col Bambino.

Madonna col Bambino. Olio su rame,  cm. 47 x 40.

Una delicata Madonna col Bambino. L’utilizzo del rame come supporto ne indicano la provenienza in qualche area delle Fiandre.


IGNOTO AUTORE LOCALE, La Carità (inizio del sec. XX)

IGNOTO AUTORE LOCALE, La Carità (inizio del sec. XX)

IGNOTO AUTORE LOCALE, La Carità (inizio del sec. XX) Olio su tela, cm. 180 x 110.

Dipinto inserito in una cornice mistilinea. La Carità, assisa su un seggio di forma concava  contro uno sfondo azzurro, indossa  una veste violetta ed un manto rosso. Allatta un bimbo che sostiene con il braccio destro; con il sinistro circonda la spalla di una fanciulla dalla veste azzurrina e la tunica color ocra. Alle sue spalle uno strano putto incappucciato la osserva.

Si tratta di un sopraporta che fa pendant con quello raffigurante La Speranza e con il medaglione ovale posto al centro della volta: lavori di un ignoto autore di mediocri capacità che all’inizio del secolo XX sembra ispirarsi a Carlo Morgari.


IGNOTO AUTORE LOCALE, La Speranza (inizio sec. XX).

IGNOTO AUTORE LOCALE, La Speranza (inizio sec. XX).

IGNOTO AUTORE LOCALE, La Speranza (inizio sec. XX). Olio su tela, cm 180 x 110.

Sopraporta che fa pendant con quello precedente. Raffigura La Speranza racchiusa in una cornice mistilinea. La Speranza,  assisa su un seggio concavo contro uno sfondo azzurro, indossa una veste verde acceso e un mantello di colore più scuro. Con la mano destra sorregge l’ancora, con la sinistra , indica un punto lontano.

È un lavoro di ignoto autore locale di mediocri capacità che all’inizio del secolo XX sembra ispirarsi a Carlo Morgari.

IGNOTO AUTORE LOCALE, La Fede (inizio sec. XX).

IGNOTO AUTORE LOCALE, La Fede (inizio sec. XX).

IGNOTO AUTORE LOCALE, La Fede (inizio sec. XX).

La figura allegorica del medaglione ovale mistilineo che occupa il centro della volta   rappresenta La Fede e forma un trittico unico con i due sopraporta raffiguranti La Speranza e La Carità: tutti e tre i lavori sono opere di un ignoto autore locale di inizio Novecento che sembra ispirarsi a Carlo Morgari.

La Fede, vestita di bianco e librantesi nel cielo azzurro, secondo la più classica iconografia con la mano destra mostra la Croce e con la sinistra un  calice.


GIOVANNI FRANCESCO SACCHETTI, Mosè salvato dalle acque (1665-70 ca.).

GIOVANNI FRANCESCO SACCHETTI, Mosè salvato dalle acque (1665-70 ca.).

GIOVANNI FRANCESCO SACCHETTI, Mosè salvato dalle acque (1665-70 ca.). Olio su tela, cm. 132 x 98.

Il quadro rappresenta l’episodio biblico della figlia del Faraone che, mentre si bagna nel Nilo,  trova il piccolo Mosè che la madre, per salvarlo da uccisione sicura, aveva posto in un cesto e affidato alle acque. Il piccolo Mosè sgambetta nel bianco lino. L’ancella che l’ha trovato, vestita di una tunica celeste e di un manto rosso, si volge meravigliata verso le altre donne.  In primo piano c’è la figlia del Faraone, vestita di celeste, blu e rosso, che sembra intimare di prendere il bambino e di portarlo alla reggia. Alle sue spalle altre due ancelle. Sullo sfondo, bel panorama montuoso.

Molto armoniosa è la composizione, con le quattro figure femminili e il bambino che formano una linea trasversale che attraversa tutto il quadro. Molto chiari e brillanti  colori.

In passato questo quadro, molto sporco e perciò di difficile lettura,  era stato attribuito ad un pittore veneto della fine del Seicento o dell’inizio del Settecento.

Nel 1999, in occasione della mostra “Aspetti della pittura del Seicento a Chieri. Scoperte e restauri”, nella quale, ripulito e restaurato,  fu esposto e ne divenne anche il dipinto emblematico (comparso sia sulla copertina del catalogo che nelle locandine), Alberto Cottino,  per la raffinatezza del disegno, l’eleganza della figure e la scelta dei colori, lo accostò al classicismo romano. La scoperta della firma, poi, lo rivelò opera di Giovanni Francesco Sacchetti.

Come data di esecuzione, si propende per gli anni Settanta del Seicento, di poco anteriore a quella del “Cristo nell’orto del Getsemani” esposto nella cappella del Crocifisso della Collegiata di Santa Maria della Scala.

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