STORIA DELLA CHIERI MODERNA (6) –  Il  24 luglio 1797 anche a Chieri scoppia la “rivolta del pane”

La rivolta del pane vista da G. Boggio

Anche a Chieri lo scontento popolare si toccava con mano. Ogni occasione era buona per venire alle mani. Tanto che l’Amministrazione Comunale si sentì obbligata ad affiggere un manifesto con il quale imponeva che “… non sarà lecito a qualsivoglia persona di qualunque grado, stato e condizione di girare per le pubbliche contrade di questa città dopo suonate le undici sotto pena di essere arrestato…”.

Ma, organizzata in una riunione tenutasi alle cascine Tavano (sulla strada Chieri-San Giovanni di Riva), allo scoccare della mezzanotte fra il 23 e il 24 luglio scoppiò la rivolta: due gruppi vocianti, uno formatosi sul piazzale della chiesa della Pace l’altro sulla strada del Piccio (l’odierna via Roma), si riversarono verso il centro della città urlando e bussando alle porte delle case. (Curioso che, stando ad alcune testimonianze,  al baccano si mescolasse il suono flebile di un violino). Erano in gran parte “giornalieri”, cioè lavoranti occasionali in campagna o nelle botteghe, e ortolani e artigiani. Non erano tutti chieresi. Una trentina venivano dai paesi circostanti e qualcuno anche da più lontano, a riprova del fatto che l’azione non era spontanea ma organizzata.

Si diressero verso piazza Mercadillo (l’odierna piazza Mazzini) e tutti insieme assalirono il Palazzo Municipale, trovando riunito il Consiglio Comunale che, evidentemente, si aspettava qualcosa. I Consiglieri cercarono di far ragionare  coloro che sembravano i capi, ma non ci fu verso. Per tenerli buoni dovettero accontentarli nelle loro richieste, fra le quali quella che fossero loro consegnati i fucili della Guardia Civica.

All’alba, costringendo le Autorità a seguirli, i rivoltosi si riversarono nella piazza del Piano (l’odierna piazza Cavour) risalendola fino ai piedi della chiesa di San Bernadino. Qui, attorno ad un tavolino improvvisato, dettarono al Segretario Comunale i nuovi prezzi, da loro stabiliti e più bassi di circa un terzo rispetto a quelli in vigore, delle derrate alimentari, in primo luogo del pane e dei vari tipi di pasta (motivo per cui  questa agitazione è stata anche chiamata “rivolta dei tagliatelli”.

E con questo sembrava che tutto fosse finito. Invece in vociante corteo i rivoltosi si recarono al ghetto degli Ebrei e al monte dei pegni dove urlando e minacciando di abbattere le porte, pretesero la restituzione dei pegni senza il pagamento di alcun riscatto e la consegna dei fucili che erano in deposito. Poi si dispersero a gruppi per la città, irrompendo nei conventi, nei monasteri e nelle case dei cittadini più abbienti, pretendendo di mangiare e bere gratis.

Si concludeva così, con un bilancio disastroso, la prima giornata di “rivoluzione”. Le Autorità, colte di sorpresa, avevano dovuto cedere su tutti i fronti. Ma meditavano la riscossa.

 

(Da: A. Mignozzetti, “PAGINE DI STORIA CHIERESE, civile e religiosa, 1789-1985”, Chieri 2022, pp. 29 – 34, passim).    

 

(Continua)