CHIERI. SORPRESE DI ARTE E DI STORIA. Un prestigioso monastero scomparso e quasi dimenticato

Il monastero di Sant’Andrea delle monache cistercensi. Parlarne serve per conservarne almeno la memoria

 

Fra i monasteri che costellano la storia di Chieri, ce n’è uno che per secoli godette di grande prestigio ma del quale oggi non rimane più niente: il monastero di Sant’Andrea delle monache cistercensi. Parlarne serve per conservarne almeno la memoria.

Il 1° agosto 1241, all’incrocio fra Strada Roaschia e Strada Vallero, nei pressi del Fonte Stivolato,  e quindi in aperta collina, su un terreno ricevuto in dono da Bernardo Balbo, le nobildonne chieresi Dulcia, vedova di Guglielmo Broglia, e Matilde Guailati fondarono un monastero di monache cistercensi che prese il nome di Santa Maria de Domo Dei.

Solo venti anni dopo, nel 1261, tra il Ponte Nuovo, via Tana e via San Pietro, ma questa volta all’interno delle mura cittadine, tale Maestro Rolandino fondò  la “Prepositura” di Sant’Andrea: una cappella con annessa casa del “Preposito” (o Prevosto).

Per più di un secolo le due istituzioni vissero una vita tranquilla. Ma fra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento la situazione cambiò per entrambe. La prevostura di Sant’Andrea conobbe una profonda decadenza; il monastero cistercense di Santa Maria, per il quale la collocazione fuori delle mura non aveva mai costituito un problema, ora, per le mutate condizioni politiche e sociali,  problematica lo era diventata. Perciò  le monache erano in cerca di una alternativa più sicura. La trovarono nella ormai decrepita prepositura di Sant’Andrea, che venne loro ceduta da fra’ Antonio Scarta di Gambarana, prevosto del momento.

All’atto del trasferimento le monache erano soltanto dieci. Ma nel 1597 ad esse si unirono quelle del monastero di Buonluogo, presso Castagnole Piemonte. E con il passare del tempo il loro numero continuò a crescere. Nel 1802, anno della soppressione napoleonica, erano 47, e la struttura che le ospitava era diventata un grande edificio barocco.

Oltre a promuovere iniziative di carattere religioso, culturale e pratico, il monastero di Sant’Andrea brillò per una vivace attività artistica. Fra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento ospitò tre sorelle, figlie del pittore Sebastiano Taricco di Cherasco, ed esse pure pittrici (che grazie a questa loro capacità erano state accettate in monastero senza versare alcuna dote), che oltre ad  impartire lezioni di pittura riempirono ogni angolo del monastero con i loro quadri. Grande importanza vi si dette anche alla musica. Vi si suonavano svariati strumenti e vi si insegnava a farlo. Nel momento della soppressione (1802) donna Luisa Gazoli impartiva lezioni di musica e di canto; donna Placida Righini suonava il cembalo e l’organo; donna Dorotea Grandi eccelleva nel canto, così come donna Ombellina Pignatelli; donna Cecilia Astesana  padroneggiava vari strumenti; donna Angela Gioannini suonava egregiamente il basso e il violoncello. Ma su tutte primeggiava la conversa Suor Rosa, che eccelleva nel suono del violino: “al pari di ogni miglior filarmonico”, si legge in un documento dell’epoca.

 Antonio Mignozzetti

(1 – Continua)