CENTOTORRI/SFOGLIA LA RIVISTA – Igino Vergnano, maestro di pensiero libero

 

Chierese, al ‘Balbo’ da studente e poi da professore. Lo ricordiamo a 10 anni dalla sua comparsa

di Valerio Maggio

 

Ancora una volta nel suo discorso di fine anno il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ci ha ridato un senso, una prospettiva, una speranza ricordandoci le ragioni sulle quali si è costruito e coniugato la legalità, l’unità nazionale, la convivenza civile, la coesione sociale della nostra Italia repubblicana che, in questo 2026, festeggia gli 80 anni. Ha richiamato alla memoria le conquiste più importanti cementate dal patto costituzionale avviato nel ’46; ci ha parlato dei protagonisti del passato che quei valori li hanno difesi e codificati, consentendoci di arrivare fin qui. Figure di valore – laiche e cattoliche – che si sono susseguite non soltanto a livello nazionale ma che sono state presenti anche a Chieri e che, con il loro impegno, hanno lasciato un segno indelebile nella formazione culturale, etica e civile di numerose generazioni e non solo di studenti.

Igino Vergnano (1932 – 2015, già dieci anni sono trascorsi dalla sua morte) è una di queste.

Il 14 luglio, giorno del funerale in Duomo, l’ex allievo Luciano Genta lo ricorda con un appassionato discorso che vi propongo attraverso alcuni significativi passaggi: «Professore di filosofia e storia al liceo Balbo, tra il 1966 e il ’68 – un tempo breve ma decisivo per affermarsi come maestro di pensiero libero e responsabile, di coscienza critica – chierese doc (anche se lui e Chieri non si sono mai davvero amati), membro di una famiglia di imprenditori tessili tra le più radicate in città, al Balbo aveva studiato per poi laurearsi con Abbagnano. In cattedra dal 1956, prima e dopo Chieri nei licei torinesi, dal Segré al Gobetti. Lasciò l’insegnamento attivo per dedicarsi allo studio, alla ricerca, alla formazione didattica, e scrivere quei manuali di educazione civica editi da Paravia, tra i più apprezzati e adottati per molti anni nelle scuole italiane. Il suo “buen retiro” è stata la casa di campagna a Podio, sul crinale tra Chieri e Pecetto: lì ha continuato a lavorare ogni giorno tra libri e giornali, finché non lo ha ghermito la malattia: terribile per chi aveva messo al centro della sua vita la lucidità della mente, la prontezza del ragionamento e si ritrovava come un Giobbe tra le piaghe di una nebbiosa, immobile impotenza. (…) Sono diventato giornalista anche, e forse soprattutto, perché Igino è stato il primo a portare in classe i giornali, a insegnarci a leggere, confrontare, analizzare le notizie, a ragionare senza stereotipi, a smascherare i persuasori occulti, a pensare lungo e largo e a varcare i confini, noi che a fatica riuscivamo a scavallare Pino per scendere nella metropoli. Nelle sue lezioni di filosofia e storia, mai disgiunte, poi nei suoi manuali di educazione civica, o meglio di “partecipazione politica”, nella sua didattica, era ben presente, centrale, il principio del bene comune, principio che doveva governare i pur legittimi beni individuali e privati. Il prof. Vergnano, lo preciso a scanso di equivoci, non era un comunista, anzi a noi acerbi e un po’ sprovveduti, diciamo pure ignoranti, sessantottini di provincia, sembrava fin troppo moderato. Pur sempre un liberale, anche se un liberal-socialista, forse anche un po’ azionista, nel solco che va da Salvemini a Ernesto Rossi, Calamandrei e Bobbio. La sua pietra angolare del bene comune, quella che ha scolpito nelle nostre menti, era ed è la Costituzione nata dalla Resistenza, la Repubblica fondata sul lavoro, lo Stato che riconosce i suoi cittadini eguali senza distinzioni di razza, sesso, lingua, religione. (…) Il prof. Vergnano, con la sua elegante ironia a volte anche un po’ cattiva, ci ha resi consapevoli che le idee devono prevalere sulle ideologie e sui dogmi: ma per questo debbono fondarsi sul rigore, la fatica, la pazienza dello studio, dell’analisi, del confronto, della verifica fattuale. Non a caso un altro elemento caratterizzante della sua didattica era l’uso dei documenti, il rimando ai testi, alle fonti: lo fece allora a lezione, e ancor più nei libri che scrisse con appartata discrezione e costante laboriosità negli anni successivi, dopo aver lasciato la cattedra. Libri che ottennero un forte consenso anche commerciale e segnarono una svolta, un salto di qualità nella storia dell’editoria scolastica per l’educazione civica, materia allora più che cenerentola e oggi purtroppo di nuovo rimossa e annacquata, marginale. Ecco, l’oggi o, meglio, il passato prossimo, non è stato affatto congeniale ad Igino. L’ho visto negli ultimi vent’anni seguire via con crescente indignazione e poi quasi con disperazione esasperata gli eventi pubblici del nostro Paese e del mondo, perché lui vedeva ignorata, negata, manomessa quella Costituzione al cui insegnamento aveva dedicato la vita, vedeva proclamati con retorica e contraddetti nella pratica quei diritti umani universali per cui aveva profuso, da pioniere, le sue ultime fatiche di ricercatore e studioso. (…). Così via via nei nostri dialoghi è andato svanendo l’interesse per la Storia, la politica, il pubblico (anche perché, diciamolo, oggettivamente sempre più deprimenti). Restavano però ancora vivi i ricordi privati, soprattutto quelli di infanzia e giovinezza. Un esempio solo: la passione per il calcio. Una foto giovanile lo ritrae con la maglia azzurra del Chieri, alto, bello e fiero. E così è rimasto fino all’ultimo respiro, accudito dalla moglie Paola con un amore raro.”