“Avezzana, un gran personaggio. Ecco perché non va criticato…”
Daniela Bonino, che ha scritto nel 2011 il libro “Il Generale Avezzana uomo del Risorgimento”, commenta l’articolo che Antonio Mignozzetti ha scritto su 100torri.it
Ho letto l’articolo dell’amico Antonio Mignozzetti su Giuseppe Avezzana e concordo in pieno con la sua opinione che l’unità d’Italia, in particolare l’annessione del regno delle Due Sicilie, sia stata più una guerra di conquista che un processo di unificazione, però ho sentito la necessità di rispondere per chiarire meglio la personalità di Giuseppe Avezzana attraverso alcuni piccoli episodi della sua lunga e avventurosa vita.
Avezzana deplorava il clima di oppressione che il Governo aveva instaurato nel sud Italia dopo l’unità: in un suo intervento in Parlamento dichiarò che brutalità simili a quelle che si perpetravano nel Mezzogiorno non le aveva viste nemmeno nella guerra civile in Messico.
Parlava con cognizione di causa perché aveva una buona conoscenza di quello che era stato il regno delle Due Sicilie, per diversi motivi; uno, perché sua figlia Pierina aveva sposato Giandomenico Romano, che era stato suo aiutante di campo nel periodo della Repubblica Romana, ed era stato loro ospite a Napoli più volte e per parecchio tempo; due, perché tra il 1861 e il 1879 sedette in Parlamento quasi ininterrottamente, tranne che per una legislatura, sempre rappresentante di collegi del sud e in questa veste si spese a favore dei popoli meridionali.
Il 12 marzo 1866 prese la parola in Parlamento per respingere un’accusa dell’onorevole Bixio, il quale aveva sostenuto che a Napoli rifiutavano il pagamento delle imposte.
Avezzana riferì che in quella città moltissimi patrioti si erano radunati per cercare le ragioni dello sperpero di tanti milioni che erano versati nelle casse dello Stato e indicare i più opportuni rimedi. Affermò che a Napoli, come altrove, un grave malcontento avevano sollevato le minacce di nuove imposte, perché ognuno ci scorgeva un sistema di governo che avrebbe condotto a una rovina certissima, e quell’incontro era non solo un diritto garantito dalla costituzione, ma un utile e necessario esercizio di quel diritto, perché tutti i cittadini avevano il dovere d’illuminarsi vicendevolmente e d’illuminare il Governo nelle questioni di così alto interesse. Terminò dicendo: “dichiaro, senza paura di essere smentito, che nessun discorso accennò al rifiuto di pagamento delle imposte, siccome affermò l’onorevole Bixio. Né saprei esprimervi l’ordine, la dignità, la temperanza che si mantennero in quell’adunanza di circa 4000 cittadini, che mostrarono come in quel nobilissimo paese, se gli animi son caldi di libertà, sanno pure rimanere ne’ limiti della ragione e della legge.”
Nel 1869, nel periodo in cui non era in Parlamento e abitava a Napoli, assistette a un convegno sulla libertà di stampa, nel corso del quale era stata affermata l’essenza della libertà di stampa, non come una semplice garanzia costituzionale, ma come uno dei più potenti mezzi per l’emancipazione delle classi lavoratrici, scopo primo e ultimo della vera democrazia, ed era stata aperta una sottoscrizione di soccorso per la libera stampa. Il nome di Avezzana era comparso in cima all’elenco, con un versamento di 10 lire, mentre la media variava tra 0,50 e 1,50 lire, sebbene non navigasse certo nell’oro.
Il 30 aprile 1873 raccomandò la sollecita ed equa distribuzione di 6 milioni di ducati che Garibaldi il 23 ottobre 1860 aveva decretato in Napoli a favore dei danneggiati politici delle province meridionali dal 1848 al 1860, e propose un voto di censura agli amministratori della somma che avevano fino allora impedito la dimostrazione tangibile della riconoscenza della patria a quei benemeriti.
D’altra parte, che Avezzana non abbia mai nutrito intenzioni di sopraffazione lo dimostra un suo intervento nel corso della discussione sulla legge proposta da Benedetto Cairoli per concedere la cittadinanza italiana agli emigranti. In quell’occasione disse: “Dal momento che ho avuto l’uso della ragione ho sempre creduto che fossero miei concittadini tutti quelli nati in qualunque parte della penisola o delle isole italiane. Non ho mai fatto distinzione fra le varie parti d’Italia, ed ho sempre assistito co’ miei mezzi e coi miei consigli e trattato come fratello l’Italiano che a me si presentava. A questo riguardo vado più lungi di quel che ci si propone. Credo che il benessere delle nazioni sia opera delle popolazioni, quindi quanto più sarà numerosa la popolazione, tanto più felici e forti saremo… Io vado più lungi e voglio aprire le porte al mondo intero. Venite pure, venite a fertilizzare le nostre terre; noi vi apriamo le porte; noi, ovunque siate nati, vi consideriamo in tutto come simili a noi”.
C’è ancora un episodio che mette in luce la profonda umanità di Avezzana: il suo intervento per salvare la vita a un giovane condannato a morte per diserzione. È un evento che s’inquadra nel clima di astio e incomunicabilità che si instaurò fra il Governo e il Mezzogiorno dopo l’annessione del regno delle Due Sicilie. Giuseppe Bennici era un siciliano che nel 1860, all’epoca dell’impresa dei Mille, era incarcerato e in attesa di esecuzione con l’accusa di cospirazione contro i Borbone. L’arrivo di Garibaldi lo aveva salvato dalla pena capitale e per questo il giovane si era aggregato al generale, giurando di consacrare la propria vita a chi gliel’aveva salvata. Per i meriti che acquisì fu successivamente accettato nell’esercito regolare, raggiungendo il grado di luogotenente. Quando nel 1862 Garibaldi tentò di ripetere l’impresa, risalendo dalla Sicilia a Roma per completare l’unificazione, Bennici lasciò l’esercito e, senza attendere che le sue dimissioni fossero accettate, raggiunse il generale. Come si sa, quell’iniziativa di Garibaldi fu bloccata dall’esercito regio in Aspromonte e Bennici fu arrestato per diserzione. Condotto a Messina, fu condannato dalla corte marziale alla fucilazione e la sentenza stava per essere eseguita quando la sorte, impersonata questa volta da Avezzana, lo salvò per la seconda volta. Il chierese fece notare al ministro della guerra, generale Petitti, che l’esecuzione era politicamente inopportuna, perché avrebbe rischiato di provocare disordini nell’isola, dove Bennici era conosciuto e stimato. Il ministro propose di fucilarlo di nascosto, ma Avezzana insistette finché la pena venne commutata nei lavori forzati a vita; due anni dopo fu liberato grazie a un’amnistia e raggiunse Garibaldi a Caprera.
Giuseppe Bennici pubblicò in seguito un piccolo libro di memorie dal titolo “Dopo Aspromonte. Ricordi di Giuseppe Bennici” (disponibile su Book Google), e rievocando il processo scrisse d’essere stato salvato da un generale di grande autorità a Torino, senza nominarlo, perché molto probabilmente non seppe mai il nome del suo salvatore.
Avendo scritto una biografia di Giuseppe Avezzana e avendo avuto modo di conoscere e apprezzare quel gran personaggio, sono consapevole di essere di parte, ma vi prego, criticate i Savoia, Cavour, Garibaldi e chi volete, ma non attribuite ad Avezzana responsabilità che gli sono sempre state estranee.
Daniela Bonino


