Riva presso Chieri – Santena. Ricordati i partigiani “GIANNI” e “MORINO” fucilati il 13 aprile 1945.
Sono stati ricordati venerdì 17 aprile a Riva presso Chieri in Via Pessione 2, i partigiani Tosco Giovanni “GIANNI” e Mazzoccato Marino “MORINO” fucilati dai fascisti il 13 aprile 1945.
Alla commemorazione presenti il Vice Sindaco di Riva presso Chieri Silvio Vittone e il Sindaco di Santena Roberto Ghio con le associazioni Alpini e Carabinieri e l’associazione “Le radici, la memoria” di Santena, inoltre presenti gli studenti di terza media di Riva presso Chieri .
Sono passati 81 anni ma gli ideali per i quali sono morti quei ragazzi per liberare l’Italia dalla dittatura nazi fascista e scrivere la Costituzione della Repubblica Italiana vanno ricordati sempre ogni giorno per non dimenticare.

Di seguito, parti di un testo redatto dalla Associazione “le Radici, la Memoria” di Santena.
“Dopo l’8 settembre 1943 e fino al 25 aprile 1945, sulla strada che porta da Santena a Moncucco Torinese (passando per i Marocchi, Poirino, Pessione, Riva presso Chieri) era possibile trovare uomini, ragazzi e ragazze in bicicletta, che andavano da Santena a Moncucco Torinese o viceversa. Non avevano giorni e orari fissi, poteva succedere spesso o saltuariamente, da soli o in piccoli gruppi. La sera non tornavano a casa, restavano a Moncucco o nei dintorni, dormivano nei fienili e nelle stalle delle cascine, non svolgevano un lavoro retribuito, erano militari disertori e civili; tutti clandestini, in Patria, che non avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana nazi-fascista di Mussolini-Hitler. Erano Partigiani. Come ci ricordava sempre Linda, che allora era una ragazzina e abitava a Moncucco: «Dopo l’8 settembre 1943, a Moncucco, arrivarono un mucchio di uomini, di tutte le età, con piglio militare, ma senza divisa. Su quella strada, sempre in bicicletta, era possibile trovare anche delle ragazze (Giovanna, Caterina, Marianna, ecc… staffette partigiane) spesso accompagnate, a distanza, da don Bonifetto, sacerdote, viceparroco a Santena. Si recavano all’asilo nido di Moncucco, da suor Serafina, portavano vestiti di ricambio e viveri. Ma le ragazze non dormivano a Moncucco, in serata rientravano a Santena nelle loro abitazioni. A volte da Santena andavano a Moncucco con un “biroc” (un carro leggero) trainato da un cavallo o da un mulo; in quel caso si fermavano una notte, nella cascina di Casalegno Ambrogio (contadino e collaboratore dei Partigiani) nello stesso cortile del cascinale dove abitava anche Linda, a due passi dall’asilo nido di suor Serafina». Vi erano poi due fratelli Mario adolescente e Guglielmo bambino, detti “germania” che andavano tutte le settimane con il cavallo e il biroc a portare viveri, armi, prigionieri, altro. Mario sul biroc, Guglielmo in bicicletta percorreva la strada prima di Mario, faceva da staffetta, avvisare Mario se c’erano dei blocchi stradali dei fascisti. Ed è successo in quel caso Guglielmo tornava indietro veloce con la bicicletta avvisava suo fratello Mario che lasciava la strada principale e si addentrava in una stradina di campagna e raggiungeva il primo cascinale utile. Si fermava il tempo necessario perché i fascisti togliessero il blocco poi riprendeva la strada per Moncucco. Guglielmo racconta che i viaggi più difficili erano quando trasportavano prigionieri, che venivano incarcerati nel castello di Moncucco controllato dai partigiani, o quando trasportavano armi. A Santena molti cascinali erano di riferimento ma quello principale era la cascina Lay. Guglielmo raccontava anche che suo padre era molto preoccupato quando partivano, che Mario avrebbe voluto fare il partigiano ma lui (il padre) non era d’accordo, ma gli consentiva di fare questa parte nella resistenza al nazi fascismo e permetteva l’uso del carro e del cavallo di famiglia. Suor Serafina gestiva l’asilo di Moncucco Torinese, con altre tre suore, nell’edificio oggi adibito a sede del Comune di Moncucco. Suor Serafina era chiamata la Capitanessa per il grande ruolo che aveva nella gestione dei militari e civili sbandati e clandestini che formarono le “brigate partigiane di Giustizia e Libertà divisione Nino Montano” a Moncucco. Oggi possiamo affermare che senza suor Serafina non sarebbe stato possibile “gestire” quel periodo senza stragi di massa, come successo altrove.
Dopo il Settembre 1943 alcuni santenesi si iscrissero al partito fascista perché avevano un’occupazione: statale, para statale, commerciale, lavoravano in aziende che producevano armi, altro, tale scelta gli permetteva di non perdere il lavoro e di non andare in guerra per essendo militarizzati. Con il passare dei mesi e la violenza nazi-fascista sulla popolazione aumentò fortemente, tutti si aspettavano nell’autunno del 1944 che gli alleati Anglo-Americani decidessero di avanzare dal centro sud Italia, occupare il nord, cacciare i tedeschi e far finire la guerra prima dell’inverno 1944-1945, ma così non fu. Fummo Costretti a continuare la guerra per liberare l’Italia. Dopo i difficili mesi invernali del 1944, nella primavera del 1945 tutti capirono che il regime fascista era alla fine. I Partigiani al Nord e gli Alleati Anglo-Americani al Centro-Sud stavano liberando l’Italia dal fascismo e dalla occupazione militare tedesca nazista. Un documento dei tedeschi dichiara il chierese e basso Monferrato zona controllata dai partigiani. A Moncucco tra i tanti Partigiani santenesi c’era “Gianni” (Giovanni Tosco): il suo gruppo era comandato da “Chelino” (Michele Pollone), santenese; inquadrati nella Divisione “Nino Montano” G.L. (Giustizia e Libertà) comandata dal capitano dell’Esercito Italiano Vittorio Negro, santenese. Il 13 aprile 1945, era un venerdì, Gianni chiese di poter lasciare Moncucco anche solo per poche ore per far visita alla sua famiglia, a Santena, perché sua sorella Caterina l’11 Aprile aveva compiuto 18 anni. Il comandante non era d’accordo, perché in zona c’erano squadracce fasciste che uccidevano per il semplice gusto di uccidere, in particolare una squadra di camice nere che saccheggiava il territorio tra Chieri e Villanova d’Asti, composta da molti ex galeotti delle nuove, liberati dalla GNR in cambio della loro adesione alle camice nere e da fascisti locali anche santenesi. Ma alla fine si trovò un compromesso, “chelino” disse: “non vai da solo, andate in due, ti terrà compagnia Morino” Così fu. Suor Serafina consegna a Gianni dei fazzoletti ricamati dalle suore, come dono per la sorella Caterina, per il suo compleanno. “Gianni e Morino” partirono in bicicletta diretti a Santena. Verso le 11 raggiungono Riva, si apprestano ad attraversare il paese, lo conoscevano bene, ma quel giorno c’è un silenzio tombale, non una voce, strade deserte, tutte le porte chiuse, sembra un paese morto. “Gianni e Morino” pensano: saranno passate le camicie nere, pedaliamo più veloce, usciamo in fretta dal paese, ma nel pieno centro di Riva sentono urla, grida, capiscono che le camicie nere sono ancora lì, in paese. Viene spontaneo scappare, cambiare direzione, si infilano in un vicolo laterale, sulla loro destra, ma i fascisti li vedono, si mettono a gridare e al loro inseguimento, i due ragazzi lasciano le biciclette e fuggono a piedi sperando di trovare rifugio. Ma le case sono tutte chiuse, sprangate, come succedeva quando arrivavano le famigerate camicie nere. Gianni e Morino non hanno scampo, presi e picchiati selvaggiamente; i fascisti non conoscevano le loro identità, non avevano documenti se non un pezzo di carta con i loro nomi di battaglia: “gianni e morino”, tantomeno che fossero Partigiani. Gianni e Morino non avevano documenti, non erano armati, erano due giovani, ma per la loro giovane età sicuramente erano disertori o renitenti alla leva. E questo per i fascisti bastava: andavano uccisi, fucilati sul posto. Vennero trascinati al n° 2 di via Pessione, dove c’erano altri cinque uomini presunti disertori, presi in mattinata alla frazione Masio di Poirino (quattro giovani della famiglia Avataneo e un Burzio commerciante di Poirino). Ancora botte, poi spinti contro il muro di cinta della casa e li uccisi con una raffica di mitra. Poi i fascisti si misero a cantare vittoria e rivolsero agli altri cinque prigionieri indicando i due ragazzi a terra appena uccisi, gridando: «Se non parlate, se non ci dite dove sono nascosti i vostri compagni partigiani, gli altri disertori e chi vi aiuta, anche voi farete la stessa fine». Erano le 11,30 di Venerdì 13 aprile 1945. Mancavano pochi giorni alla Liberazione, molti territori erano già stati liberati. Le colline del chierese e del Monferrato erano già sotto il controllo del Comitato di Liberazione Nazionale. Chieri fu liberata il 19 Aprile, in quel luogo oggi c’è una targa in ricordo. Francesco Avataneo, uno dei 5 ragazzi prigionieri, della Frazione Masio, che ci ha permesso di recuperare l’avvenimento minuto per minuto raccontava che Gianni, quando si è reso conto che lo stavano per uccidere ha chiesto di un sacerdote per potersi confessare, il capo dei fascisti gli rispose: se vuoi ti confesso io e aprirono il fuoco sparando una raffica di mitra contro Gianni e Morino.I corpi composti e portati nel cimitero di Riva, trasportati a Moncucco e li sepolti nel cimitero, senza cerimonia e funzione religiosa, sotto il controllo dei partigiani. La cerimonia sarà fatta nel 1945 finita la guerra a Santena dove riposano i corpi di Tosco Giovanni e Musso Giuseppe.
Ciao “Gianni” Giovanni TOSCO, ciao “Morino” Marino MAZZOCATO: che il vostro sacrificio e quello di tutte/i le/gli Italiane/i che hanno combattuto contro la dittatura fascista e l’occupazione militare nazista dell’Italia, fino alla Liberazione del paese, per scrivere la Costituzione Repubblicana e costruire la Repubblica Italiana, resti sempre vivo in noi e venga trasmesso alle nuove generazioni per non dimenticare, per vivere in pace.
Grazie: alla sorella Tosco Caterina “rina” che ha continuato a tenere viva la storia e il sacrificio di suo fratello con un impegno costante nella ricerca, contribuendo anche alla nascita della Associazione “le Radici, la Memoria”;
ad Avataneo Francesco, uno dei 5 giovani militari disertori prigionieri che ci ha permesso con le sue testimonianze di ricostruire ogni momento di quei momenti terribili;
a Fasano Luigi che nel 1945 era un ragazzino abitava a meno di 200 metri dal luogo, contadini, ha raccontato il clima di terrore che si viveva in quel periodo ed è stato lui con i suoi famigliari ed altri rivesi a portare soccorso, quando i fascisti se ne sono andati. Raccontava che hanno “sistemato i corpi dei due giovani uccisi e messo sotto la testa della paglia a formare un cuscino. il tutto in attesa che fossero recuperati i corpi;
a Pollone Giovanna. A Santena la notizia arrivò subito dopo, comunicata al papà di Gianni. In quel momento e luogo era presente anche Pollone Giovanna, santenese e sorella di “chelino”, già staffetta e partigiana in G.L. che partì per Moncucco immediatamente in bicicletta. Arrivò a Riva nel primo pomeriggio, ma purtroppo Gianni e Marino erano morti.”


