Bioarchitettura & città ecosostenibili. Ma Chieri…

Un salto indietro di un vecchio architetto stimolato da una città di Chieri priva di una sua identità, e da un’illusione, da quella integrazione tra verde urbano, città sostenibile e cultura uomo-natura che a fondo studiai e quando ero piccolo mio padre mi mostrò.

 

 

Razzolando tra le strade di Chieri quel “passato” che doveva servire a costruire il futuro sembra un sogno svanito tra le illusioni di un bel mondo che avrebbe potuto essere. Alla fine degli anni 70, alla facoltà di architettura di Torino già si studiava la bioarchitettura realizzata dal pioniere della città ecosostenibile: l’architetto torinese Paolo Soleri, e Arcosanti, la sua città “per l’uomo” nel deserto dell’Arizona, costruita nel 1970 e tuttora popolata.

Stabilito che il riscaldamento globale e il futuro della razza umana dipendono da decisioni che non si possono più rimandare, incluse quelle relative alle bolle di calore generate dalle “regioni urbane”, a che punto siamo adesso?

L’imbuto di calore ascensionale pretende un massiccio intervento di riforestazione su larga scala, per ombreggiare, umidificare, abbassare la temperatura al suolo, assorbire CO2 e restituire ossigeno all’atmosfera.

In Italia, a causa della morfologia del terreno, l’estremo ovest della Pianura Padana, negli ultimi decenni ha patito una maggiore diminuzione delle precipitazioni e un ripensamento dell’urbanistica in ottica “eco sostenibile” pretende risposte concrete e non più intenzioni di inadeguata dialettica.

I progetti di bioarchitettura sono in forte ascesa in tutti gli studi più avanzati e consapevoli in ogni angolo del mondo. Megalopoli come Singapore, Vancouver, Berlino e altre città minori si stanno riciclando in tema di sostenibilità, aumentando gli spazi verdi e gli edifici a basso impatto ambientale sempre più parte del paesaggio urbano anche nelle nostre città. Sono risposte definitive?

Questa sommessa proposta, ereditata dall’esperienza più vasta e di lunga data, focalizzata sulle tante possibilità di una piccola città come Chieri, vuole essere uno stimolo e un suggerimento su quanto si può fare di concerto, per poi agire in più direzioni, partendo da un costo minimo per ogni intervento e dalla massima resa che se ne può ricavare.

La sequenza è nota, non è complessa, ma va attuata secondo i punti:

  • definitivo stop al consumo di terreno agrario e boschivo a scopo viario e di urbanizzazione;
  • definitivo stop all’agro-voltaico e dei parchi fotovoltaici al posto di terreni agricoli;
  • censimento di tutte le aree urbanizzate dismesse e riutilizzabili;
  • censimento di tutte le superfici piane urbanizzate, atte ad accogliere impianti fotovoltaici, quali:
  1. parcheggi antistanti aziende e supermercati;
  2. coperture piane di fabbricati pubblici e privati;
  • censimento di tutte le aree adatte ad essere incluse in un progetto su vasta scala di riforestazione urbana;

I materiali da costruzione impiegati dalla seconda rivoluzione industriale sono i responsabili principali delle isole di calore. Però, raffreddare un’area urbana che causa l’aumento fino al 25% della propria temperatura al suolo, non è un’impresa facile. Esistono diversi tipi di approccio progettuale, dalla riconsegna di superficie verde alla Terra, allo studio di materiali a bassa inerzia termica di origine naturale.

Tornare a ombreggiare strade urbane e suburbane sarebbe una prima mossa verde a costo zero, ma gli architetti impegnati nei progetti della “città sostenibile” immaginano interventi drastici cosparsi di verdeggianti edifici ed è doveroso sperare che prima o poi si traducano in opera, sebbene il problema sia globale e richieda un movimento di riconversione urbana organizzato a livello etico-politico e mondiale.

Un esempio intrigante quanto ardito è rappresentato da Telosa, la città del futuro disegnata dallo studio di architettura d’avanguardia & sperimentazione danese BIG per conto di un’idea neo futurista del miliardario americano Marc Lore, intenzionato a costruire un’avveniristica città ecologica nell’arco di 10 anni.

Circolando tra le strade di Chieri, epitaffio di un asfalto da terzo mondo, anacronistico toboga di dossi, vorticoso andirivieni di grosse vetture senz’anima, alberi zero per ombra zero nell’estate torrida che verrà, spicca una panchina tecnologica! Ma che ombra, ossigeno, e casetta per uccelli, proprio non fa, ci si chiede i megaprogetti di una media cittadina priva di un teatro da 250 posti, priva di un futuro da bioarchitettura e foresta urbana, così come merita il tempo che ci sta rotolando addosso alla velocità del riscaldamento globale, ci si rende conto che è solo uno dei tanti avamposti di una Bell’Italia sul viale del supermercato che verrà, dell’ultimo quadrato di cemento previsto da ogni miope Piano Sciagurato Regolatore, ormai uguale in tutte le città.

Qualcosa si può fare! E fare si deve se fare si sa!

Carlo Mariano Sartoris