PERSONAGGI NOVARESI 30. IL PREDICATORE FRA DOLCINO E LA BELLA MARGHERITA

Ritratto di Fra Dolcino

Anche denominato Dolcino di Novara, Fra Dolcino (nella foto un suo ritratto), come venne chiamato soprattutto dalla storiografia ottocentesca (Prato Sesia, 1250 circa – Vercelli, 1° giugno 1307), è stato un predicatore millenarista italiano, capo e fondatore del movimento dei Dolciniani. Le notizie storicamente accertate sulla sua figura sono poche e incerte e le fonti principali (Bernardo Gui e il cosiddetto Anonimo sincrono) sono di parte avversa ai Dolciniani. Secondo alcune di esse il suo vero nome era Davide Tornielli. Non vi è certezza sul suo luogo di nascita così come sulla relativa data di nascita, probabilmente intorno al 1250 a Prato Sesia, nell’alto novarese (il cognome Tornielli dovrebbe essere originario di Romagnano Sesia). Il domenicano Bernardo Gui afferma che Dolcino fosse figlio illegittimo di un prete, forse il parroco di Prato Sesia.

Aderì al movimento religioso degli Apostolici verso il 1290. Nel 1286 Onorio IV prescrisse agli Apostolici di deporre l’abito e di entrare eventualmente in qualcuna delle religioni cristiane approvate. Nel 1294 Gherardp Segarelli, capo riconosciuto degli Apostolici, che avevano scelto una vita di privazione e preghiera, sostenendosi con il lavoro e l’elemosina, venne incarcerato dal vescovo di Parma Obizzo, quindi fu accusato di eresia e condannato al rogo. Fu bruciato il 12 luglio 1300.

Dopo la sua morte Dolcino appare alla testa del movimento rimasto senza un capo. Ispirato da Gioacchino da Fiore, Dolcino prospettava in un futuro prossimo l’avvento di un “Papa angelico” e di una Chiesa dello spirito, che avrebbero superato le debolezze della Chiesa e le corruzioni dei costumi ecclesiastici di quei tempi. In quegli anni egli conduce una attiva opera di proselitismo nell’Italia settentrionale. Viene segnalato tra il 1302 e il 1304 nella

Targa in ricordo di Margherita presso Biella

Lombardia (principalmente intorno al lago di Garda), in Emilia, nel Trentino. Nei pressi di Trento, nel 1303, conosce Margherita Boninsegna, conosciuta anche come “Margherita la bella”, che diviene poi sua compagna di vita e di predicazione.

Nel 1304 Dolcino con i suoi seguaci appare in Valsesia, predicando e assumendo come stile di vita il ritorno integrale e assoluto al messaggio evangelico, con la riappropriazione del rapporto diretto con Cristo, senza la mediazione della struttura ecclesiastica. Pare ricevesse in quel momento grande accoglienza e questo entusiasmo lo convinse ad occupare militarmente la Valsesia, avvalendosi dell’appoggio armato di Matteo Visconti.

Braccato dall’Inquisizione e da un piccolo esercito vescovile e signorile è costretto a risalire progressivamente le valli fino ad attestarsi sulla “Parete Calva”. Inizia da questo momento per Dolcino una vera e propria azione armata che lo fece conoscere anche come capo militare. Sempre più stretti dall’esercito che li seguiva e abbandonati da Visconti, I Dolciniani, nel marzo 1306, con una sortita, si spostarono tra le montagne del Biellese, attestandosi sul monte Rubello, sopra Trivero, da dove scendevano, con scorrerie, per ricuperare cibo e generi di prima necessità.

Nell’estate del 1306 il vescovo Rainerio di Vercelli si rivolse al Papa, che nel settembre rispose, sollecitando le principali autorità civili e religiose delle regioni circostanti ad aiutare Vercellesi e Novaresi nella loro crociata antidolciniana. Dolcino e i suoi resistettero ancora tutto l’inverno malgrado l’assedio e i rigori della stagione che li avevano ridotti alla fame. Nel marzo 1307 però le milizie dei Crociati riuscirono a superare anche le ultime resistenze.

Il 13 marzo 1307, dopo un lungo assedio, il gruppo venne sterminato. Quasi tutti vennero condannati a morte. Fra Dolcino, anch’egli condannato a morte, fu messo al rogo nella città di Vercelli il primo giugno 1307, dopo che ebbe assistito al rogo della sua Margherita, nota a quei tempi anche per la sua bellezza, arsa viva insieme con il suo luogotenente Longino da Bergamo sulle rive del torrente Cervo, vicino a Biella, su un isolotto. Un cronista annota che Dolcino, costretto ad assistere al supplizio dell’amata, le diede continuo conforto “in modo dolcissimo e tenero” (nella foto una targa presso Biella in ricordo di Margherita).

Attuale cippo sul monte Rubello

Dolcino fu poi condotto su un carro per le strade di Vercelli, dove fu torturato più volte con tenaglie arroventate e gli furono strappati il naso e il pene. Sopportò tutto con incredibile resistenza, senza gridare né lamentarsi, solo quando gli strapparono il pene emise un lungo sospiro. Infine fu issato sul rogo e arso di fronte alla Basilica di S. Andrea.

All’apice della sua espansione il movimento di Fra Dolcino contava tra i cinquemila e i diecimila adepti.

Dolcino viene ricordato anche da Dante Alighieri nella sua “Divina Commedia” (Inferno, C. XXVIII, versi. 55-60). Dante destina Dolcino alla bolgia dei seminatori di discordie e degli scismatici, poiché però l’azione della Divina Commedia è ambientata nel 1300, quando Dolcino era ancora vivo, Dante non lo incontra durante la sua visita all’Inferno, ma è Maometto, che si trova in quella stessa bolgia, a preannunciargli il suo arrivo.

Nel 1907, in occasione del seicentesimo anniversario della morte di Dolcino, alla presenza di una folla di circa diecimila persone, che si erano riunite nei luoghi dell’ultima battaglia, fu eretto un obelisco di dodici metri in memoria dei Dolciniani. Nel 1927 l’obelisco fu abbattuto da un gruppo di fascisti. Dopo la caduta del Fascismo, nel 1974, fu poi edificato un cippo più piccolo nello stesso punto del primo, sul Monte Rubello (nella foto). L’inaugurazione fu guidata da Dario Fo e Franca Rame alla presenza di migliaia di persone. Sempre Dario Fo e Franca Rame nel 1977, nella commedia teatrale “Mistero buffo”, parlarono di Dolcino e del suo maestro, visti come precursori del Socialismo.

Pochi anni dopo, nel 1980, Umberto Eco inserì nel suo famoso romanzo “Il nome della rosa” due personaggi che erano stati seguaci di Dolcino. Al rapporto tra Dolcino e Margherita è poi dedicato il romanzo ”Margherita dei ribelli” (2025) di Fabrizio Bozzetti, appunto incentrato sulla figura di Margherita Boninsegna.

Una lapide in ricordo di Fra Dolcino, datata 1907, è presente anche nell’antico chiostro dell’ex convento di San Graziano a Vercelli.

A Dolcino infine è stata intitolata una via nel quartiere novarese di Santa Rita, con atto consiliare n. 126 del 28 febbraio 1977.

Enzo De Paoli