PIEMONTE ARTE: GIARDINI A PALAZZO MADAMA, FONTANESI IN GIAPPONE, AOSTA, SAVIGLIANO, RITTANA, GIAVENO, SALE SAN GIOVANNI

Coordinamento redazionale di Angelo Mistrangelo

 

Palazzo Madama. GIARDINI. L’arte di vivere la natura nel Settecento

A cura di Clelia Arnaldi di Balme

 Fino al 6 gennaio 2027

 Guardaroba e Piccolo Gabinetto Cinese

Piazza Castello, Torino

 

 

Ha aperto al pubblico mercoledì 15 luglio l’esposizione Giardini. L’arte di vivere la natura nel Settecento, a cura di Clelia Arnaldi di Balme.

Antico o moderno, all’italiana o all’inglese: con i suoi colori, i suoi rumori e i suoi profumi, il giardino accompagna la vita dell’uomo e consente un rapporto quotidiano con la natura. Attraverso una selezione di disegni, tavole botaniche e incisioni, la mostra conduce il visitatore in una passeggiata ideale tra i giardini del Settecento, alla scoperta della loro storia e delle abitudini di chi li viveva giorno per giorno, per svago o per mestiere.

Il percorso si apre con una sezione dedicata al giardino “all’italiana”, nato nell’Italia centrale del Rinascimento e caratterizzato da aiuole disegnate con rigore geometrico, terrazzamenti, fontane e sculture. Il giardino di Boboli a Firenze viene declinato come modello in tutta l’Europa e gode di particolare fortuna come immagine del potere. Le incisioni di Antonio de Pienne per il volume delle Regie villae poetice descripte, stampato a Torino nel 1771, illustrano i parterre de broderie delle residenze reali sabaude, dove le siepi piantate a disegni geometrici creano veri e propri ricami vegetali, fissando i principi di grandiosità, rigore simmetrico e artificialità delle forme, che distinguono il giardino barocco.

L’esposizione prosegue con il giardino nel teatro del Settecento: qui lo spazio verde incarna l’artificio umano che si impone sulla natura, ed è sede ideale di intrattenimenti sociali non ufficiali, mentre la selva è luogo misterioso che produce smarrimento e il boschetto è luogo solitario adatto a confidenze. I disegni scenografici di Filippo Juvarra (Messina 1678 – Madrid 1736) e dei fratelli Bernardino e Fabrizio Galliari (Andorno 1707 – 1794 e 1709 – 1790) per i teatri di corte di Torino ci accompagnano alla scoperta delle valenze simboliche e letterarie dei giardini settecenteschi.

Anche il progetto di Filippo Juvarra per il giardino della villa di Luigi Mansi a Segromigno, nella Lucchesia, abbozzato dall’architetto messinese nel 1706 e completato più tardi, nel 1725, descrive parterre à broderie e fontane alla francese. Il risultato del lavoro di Juvarra si può ammirare anche nella veduta prospettica incisa nel 1790 su disegno dell’abate e geografo lucchese Giovanni Francesco Giusti.

Nel progettare il giardino, l’architetto deve considerare molteplici aspetti, dai livellamenti del pendio alle opere di ingegneria idraulica per il corretto funzionamento delle fontane. Juvarra concepisce tre giardini in uno: due zone con giochi d’acqua e aiuole geometriche, tra le quali si inserisce il prato con viale che conduce al loggiato di ingresso della villa. Dietro al palazzo un fondale scenografico a esedra, composto di edicole e tempietti, gruppi di sculture e piccole fontane.

Infine, le incisioni di Ignazio Sclopis (Torino 1727 – 1793), tra cui la veduta del parco di Stupinigi con i suoi viali a raggiera, approfondiscono le attività ricreative che si svolgono in giardino, dalle passeggiate all’ascolto della musica nei padiglioni dedicati ai concerti, dalle regate ai giochi di palla.

Il percorso si chiude con i giardini “all’inglese” e “all’orientale”, frutto di diverse visioni della natura, che figurano nei progetti di Francesco Bettini (Maderno 1737 – 1816), architetto e studioso di botanica, rientrato a Roma dopo aver vissuto lunghi periodi a Parigi e a Londra. Il giardino all’inglese nasce sulla base di suggestioni letterarie intorno al tema del sublime e del bello, elaborate in Inghilterra dalla metà del Settecento. Il sentimento scavalca ogni razionalità e aiuta a cogliere la dimensione infinita del paesaggio, l’immenso e la forza della natura. Il giardino non è più geometrico, si apre alla libertà della natura, con un aspetto più romantico.

Negli stessi anni, la letteratura di viaggio e le relazioni dei missionari fanno conoscere i giardini cinesi, che fino all’inizio del secolo erano noti solo attraverso le decorazioni di porcellane, tessuti e lacche. I giardini costruiti dagli imperatori della dinastia Quing (1644 – 1911) nelle residenze di Pechino e delle regioni settentrionali della Cina plasmano l’andamento del terreno e ricreano gli elementi naturali in modo artificiale. Nei giardini d’Europa, come in Cina, compaiono rocce, acqua, alberi e arbusti, pagode e piccoli edifici all’orientale disposti con apparente casualità su colline realizzate dall’uomo.

Un’ultima vetrina è infine dedicata ai due volumi di acquerelli botanici opera del conte Lorenzo Freylino (1754 – 1820), dal titolo “Francisci Laurentii Freylini … Hortus herbarii repertorium botanicae figuris ab eodem collectis delineatisque, excerptum, ac demonstratum”. Freylino allestisce un giardino botanico con piante rare e esotiche presso il suo palazzo a Buttigliera d’Asti e approfondisce i suoi interessi scientifici scambiando piante e semi con gli scienziati botanici italiani e stranieri più autorevoli del tempo. I due volumi raccolgono 123 tavole datate tra il 1773 e il 1813.Il progetto grafico è a cura di Simona Alborno con la collaborazione di Giuseppe Salerno. Ingresso incluso nel biglietto delle collezioni permanenti.

In occasione dell’apertura della mostra verrà riallestita anche la Sala Tessuti. Qui sarà riproposta l’esposizione Bianco al femminile, a cura di Paola Ruffino, che illustra la stretta connessione, materiale e simbolica, che lega il bianco, il colore naturale della seta e del lino, alla donna.Cinquanta manufatti tessili custoditi dalle collezioni di Palazzo Madama: dal ricamo in lino medievale, ai merletti ad ago o a fuselli, al ricamo in bianco su bianco fino agli abiti da sposa: una storia secolare – tutta declinata al femminile – intrecciata nelle mussole di cotone, nelle garze di seta, nei rasi leggeri.

Il nuovo allestimento è visibile dal 15 luglio con il biglietto delle collezioni permanenti.

 

INFO UTILI

 ORARI: lunedì e da mercoledì a domenica: 10 – 18. Martedì chiuso.

Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura.

INFORMAZIONI

palazzomadama@fondazionetorinomusei.it  – t. 011 4433501 https://www.palazzomadamatorino.it/it/

 

ANTONIO FONTANESI. Transcending Landscape | Apre in Giappone un grande progetto espositivo della Fondazione Torino Musei

 

Un grande progetto espositivo tra Kyoto, Tokyo e Nagoya (2026–2027)

a cura di Elena Volpato e Alessandro Botta

The National Museum of Modern Art, Kyoto18 luglio – 4 ottobre 2026

Mitsubishi Ichigokan Museum, Tokyo17 ottobre 2026 – 24 gennaio 2027

Nagoya City Art Museum6 febbraio 2027 – 4 aprile 2027

 

L’attività della sesta linea culturale di Fondazione Torino Musei, dedicata alle attività internazionali, si arricchisce di un nuovo capitolo con il grande progetto espositivo dedicato ad Antonio Fontanesi (1818–1882), prodotto dalla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino in occasione delle celebrazioni per il 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone. Tra il 2026 e il 2027 l’esposizione toccherà tre importanti sedi museali nelle principali città giapponesi di Kyoto, Tokyo e Nagoya, esito di una cooperazione scientifica e istituzionale di eccellenza tra i due Paesi.

La mostra è realizzata grazie alla collaborazione tra The National Museum of Modern Art, Kyoto, il Mitsubishi Ichigokan Museum, Tokyo e il Nagoya City Art Museum, insieme alla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino e alla Fondazione Torino Musei con il sostegno  del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale attraverso la Direzione Generale per la Crescita e la Promozione delle Esportazioni, e la collaborazione speciale dell’Ambasciata d’Italia a Tokyo e degli Istituti Italiani di Cultura di Tokyo e Osaka e in partnership con la Camera di commercio di Torino.

 Antonio Fontanesi. Transcending Landscape. A European Artist at the Opening of Japan, curata da Elena Volpato e Alessandro Botta, propone una rilettura della figura di Fontanesi come protagonista della pittura di paesaggio europea dell’Ottocento e come artefice di uno dei più significativi momenti di incontro tra la cultura artistica occidentale e il Giappone dell’epoca Meiji.

A centocinquant’anni dal soggiorno giapponese di Antonio Fontanesi e a quasi cinquant’anni dalla storica esposizione Fontanesi, Ragusa e l’arte giapponese nel primo periodo Meiji (Tokyo e Kyoto, 1977-1978), il progetto torna a indagare il ruolo svolto dall’artista in Giappone, dove tra il 1876 e il 1878 fu chiamato a insegnare presso la Kōbu Bijutsu Gakkō, contribuendo in modo determinante alla formazione della moderna scuola giapponese di pittura. Attraverso il suo insegnamento, fondato sull’osservazione diretta della natura e sulla pratica del lavoro dal vero, Fontanesi introdusse un nuovo approccio alla rappresentazione del paesaggio destinato a esercitare una profonda influenza sulle generazioni successive di artisti giapponesi.

La mostra riunisce oltre duecento opere, provenienti da collezioni italiane e giapponesi, tra dipinti (con capolavori come La quiete, Novembre, Aprile e Le nubi), disegni e opere grafiche, offrendo la più ampia ricognizione dedicata negli ultimi decenni alla sua attività artistica e alla sua eredità culturale. Il percorso espositivo ripercorre le principali tappe della sua carriera, dagli anni della formazione e del soggiorno svizzero alle esperienze francesi e inglesi, fino al ritorno in Italia e agli ultimi esiti della sua ricerca.

Articolata in otto sezioni tematiche, l’esposizione mette in luce l’evoluzione di una visione del paesaggio che supera la dimensione descrittiva per diventare espressione di stati d’animo, percezioni atmosferiche e tensioni interiori. Il rapporto con le esperienze di Constable, Turner, Corot e della scuola di Barbizon, l’attenzione agli effetti mutevoli della luce e alle relazioni tra uomo e natura, così come l’interesse per il lavoro agricolo e per il paesaggio urbano, restituiscono l’immagine di un artista profondamente europeo e al tempo stesso sorprendentemente moderno.

Un nucleo centrale della mostra è dedicato al soggiorno giapponese e al dialogo instaurato con i suoi allievi. Accanto alle opere realizzate da Fontanesi durante la permanenza in Giappone saranno presentati dipinti e disegni degli artisti formatisi sotto la sua guida, oltre a opere conservate nei musei giapponesi che testimoniano la fortuna critica e la duratura ricezione della sua poetica nel Paese.

La sezione conclusiva approfondisce infine l’eredità lasciata da Fontanesi tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, evidenziando la sua influenza su artisti quali Daniele Ranzoni, Tranquillo Cremona, Leonardo Bistolfi, Medardo Rosso, Felice Casorati e Carlo Carrà.

Il ciclo di mostre dedicate a Fontanesi in Giappone rappresenta una delle espressioni più compiute del percorso di internazionalizzazione promosso dalla Fondazione Torino Musei: un disegno culturale che pone al centro la produzione di conoscenza, la promozione del patrimonio, la valorizzazione dell’articolato know-how professionale della Fondazione e la costruzione di relazioni stabili per rafforzare la presenza delle istituzioni museali torinesi nel contesto internazionale e per contribuire attivamente alle politiche di diplomazia culturale promosse dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Un approccio che interpreta l’internazionalizzazione non come semplice circolazione delle opere, ma come occasione per sviluppare progetti condivisi, mettere in dialogo competenze diverse e dare vita a nuove prospettive di studio e di collaborazione tra i musei.

In questo quadro, si inserisce il lavoro della GAM, che conserva la più importante raccolta di opere di Antonio Fontanesi, confluita nelle collezioni del museo nel 1905 grazie al lascito di Giovanni Camerana, amico ed esecutore testamentario dell’artista. A partire da questo patrimonio, il museo ha sviluppato negli anni un approfondimento dedicato alla figura di Fontanesi e ai suoi rapporti con il Giappone, ponendo le basi per un progetto di respiro internazionale.

L’esposizione è il risultato di un intenso lavoro condiviso, maturato nell’arco di due anni attraverso il confronto costante tra studiosi, curatori e istituzioni italiane e giapponesi. L’incontro tra prospettive scientifiche differenti ha consentito di ampliare la comprensione della figura di Fontanesi, offrendo una lettura più ricca della sua vicenda artistica, del suo insegnamento e della profonda influenza esercitata sulla pittura moderna giapponese.

Antonio Fontanesi. Transcending Landscape propone dunque un modello di cooperazione internazionale che interpreta il patrimonio come motore di dialogo, capace di generare valore culturale e aprire nuovi orizzonti di collaborazione.

 

Apre ad Aosta alla Chiesa di San Lorenzo la mostra Rosalie D’Hérin Seris (1871-1956). La prima donna fotografa in Valle d’Aosta

 

L’Assessorato Istruzione, Cultura e Politiche identitarie della Regione autonoma Valle d’Aosta comunica che venerdì 24 luglio 2026, alle ore 18, sarà inaugurata l’esposizione Rosalie D’Hérin Seris (1871-1956). La prima donna fotografa in Valle d’Aosta, allestita presso la Chiesa di San Lorenzo di Aosta, curata da Daria Jorioz e realizzata dalla Struttura Attività culturali, espositive e Politiche identitarie nell’ambito della valorizzazione degli archivi del Bureau Régional Ethnologie et Linguistique.

Il pubblico è invitato a conoscere la vicenda poco nota di un’autrice che ha documentato la storia della Valle d’Aosta attraverso la ritrattistica fotografica negli anni Venti del Novecento ed è stata la prima donna professionista in questo settore nella nostra regione. Il percorso espositivo si compone di una pregiata antologia di opere selezionate dalla curatrice tra i settecento fototipi originali negativi in bianco e nero alla gelatina-bromuro su lastra di vetro che compongono il Fondo Seris, con l’intento di ripercorrere l’importante contributo della fotografa valdostana alla storia della fotografia. Le ventinove immagini presentate in mostra, riprodotte in grande formato, sono state stampate filologicamente da Enrico Peyrot, alcune con procedimento ai sali d’argento, altre con tecnologia digitale.

La mostra dedicata alla fotografa di Saint-Vincent – dichiara l’Assessore Erik Lavevazsottolinea il valore collettivo degli archivi fotografici e multimediali della Valle d’Aosta. Il loro patrimonio, accompagnato dalle preziose energie delle donne e degli uomini che ci lavorano, è un tassello fondamentale della nostra coscienza storica: sono luoghi che conservano la memoria della nostra comunità, che in essi può trovare percorsi in cui riconoscersi e cogliere allo stesso tempo l’evoluzione della nostra comunità”.

Marie Rosalie D’Hérin Seris è una figura atipica nella storia della fotografia in Valle d’Aosta. Nata nel 1871 in un villaggio di Montjovet, in un contesto contadino, nel suo destino sembra non esserci posto per grandi ambizioni. Il primo contatto con la fotografia avviene quando, poco più che ventenne, incontra un fotografo ambulante piemontese specialista in ritratti. La giovane decide di seguirlo per imparare l’utilizzo dell’apparecchio fotografico e poco più tardi trascorre alcuni mesi a Torino per apprendere e perfezionare la tecnica fotografica e di stampa, facendo poi ritorno in Valle d’Aosta, dove si specializza nel ritratto in studio e in esterno. I suoi clienti sono gli abitanti del luogo e i villeggianti della Fons Salutis di Saint-Vincent, agiati borghesi che amano farsi ritrarre in gruppo nell’ambiente termale.

Rosalie D’Hérin Seris, la cui prima attestazione come fotografa è contenuta in un documento del 1899, – sottolinea la curatrice Daria Joriozpuò essere considerata una figura pionieristica non solo in Valle d’Aosta, ma anche in ambito italiano. La sua predilezione della luce naturale che accarezza i volti, la scelta di pose e ambientazioni non convenzionali, la prospettiva leggermente ribassata adottata per i ritratti singoli, l’inserimento nell’inquadratura di piante e scorci architettonici, rendono le sue immagini riconoscibili e il suo stile personale e mai scontato”.

Questa prima esposizione monografica a lei dedicata e il volume che l’accompagna sono un omaggio alla determinazione e alla passione di una donna che ha saputo con le sue sole forze farsi strada sin dai primi anni del Novecento in un settore considerato prevalentemente maschile.

Il catalogo bilingue italiano-francese, curato da Daria Jorioz e riccamente illustrato con oltre cinquanta immagini, è edito dalla Tipografia Valdostana.

Biglietti

Ingresso omaggio

Dove

Chiesa di San Lorenzo

Piazza Sant’Orso – Aosta

Quando

Apertura al pubblico dal 25 luglio 2026 al 28 febbraio 2027.

Orari

martedì-domenica, dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18.

 

Savigliano. Al Museo civico-gipsoteca le foto di Mario Daniele

Apertura al pubblico dal 19 luglio al 20 settembre.  Il 24 luglio, “Notte al museo”

Dal 19 luglio al 20 settembre, presso il Museo Civico-Gipsoteca di Savigliano è aperta al pubblico la mostra “Il Silenzio dello sguardo. Mario Daniele, fotografie 2008-2023”, a cura di Chiara Ravera, Paola Sosio e Silvia Olivero.

L’allestimento della mostra, in omaggio al grande interesse di Daniele per i luoghi di cultura da lui frequentati e fotografati, prevede nell’area mostre temporanee l’esposizione di alcune opere di arte contemporanea provenienti dalla collezione di arte programmata e poesia visiva del Museo, e in Gipsoteca l’accostamento con alcune sculture di Davide Calandra.  Le curatrici della mostra – oltre a Silvia Olivero, direttrice del Museo Civico – sono Chiara Ravera, insegnante ed architetto, amica di Mario e della famiglia Daniele, e Paola Sosio Contemporary Art Milano, galleria di riferimento, che ha rappresentato alcuni lavori di Mario Daniele.

La mostra sarà aperta al pubblico, con ingresso libero, nei seguenti giorni e orari: il sabato dalle 15 alle 18.30; la domenica dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18.30. Dal 14 al 18 settembre sarà possibile per le scuole la visita infrasettimanale, su prenotazione.

La fotografia di Mario Daniele sarà protagonista anche dell’evento “Notte al Museo” – venerdì 24 luglio, a partire dalle ore 17 – con la presentazione del libro “Perdersi” di Mario Daniele, a cura di Paola Sosio e Claudio Composti, L’Artistica Editrice Savigliano. Interverrà Roberto Berné, docente di fotografia e noto stampatore Fine Art. Dalle ore 19 ci sarà l’ Apericena su prenotazione (info su www.museocivicosavigliano.it). Alle ore 21, concerto della Hoochie Coochie blues band, i cui componenti vantano collaborazioni importanti con bluesman italiani e internazionali.

Seguirà, a conclusione dell’evento, una visita serale alla mostra. Ingresso libero.

RITTANA. CONVERSAZIONI SULL’ARTE. CONFERENZA DI ENRICO ZANELLATI

GIAVENO. TRA CIELO E SOFFITTA. LE MUSE DI ALESSANDRI 1950-1962

30 dipinti da collezioni private

Giaveno (TO), Museo Alessandri – 24 luglio / 27 settembre 2026

Inaugurazione: Venerdì 24 luglio 2026 ore 18.00

A cura di Concetta Leto

Tra i due atelier torinesi in cui ha lavorato, “Il Cielo” di via Mercanti e ‘La Soffitta’ di via Aurelio Saffi a Torino nasce la prima grande stagione pittorica di Alessandri.Il Museo Alessandri di Giaveno, con il patrocinio della Regione Piemonte, del Consiglio Regionaledel Piemonte, della Città Metropolitana di Torino e della Città di Giaveno, presenta “Tra Cielo eSoffitta. Le Muse di Alessandri 1950-1962”, mostra temporanea che riunisce 30 dipinti provenientida collezioni private.Un percorso che riporta l’attenzione sulle prime espressioni del visionario e fantastico Alessandri,realizzate prima che l’artista abbandonasse la figura per dedicarsi completamente al suo mondo diinvenzione.Donne sedute, distese, in piedi, di schiena, vestite o nude. Figure che non sono ritratti ma paesaggicorporei: formati allungati, pose diagonali, gambe che escono dal quadro, un’idea di infinito e diabbandono totale.La grammatica pittorica di questi anni è fatta di forti contrasti: verdi, gialli, rosa, viola e blu sui corpiarancioni, rossi e ocra che ardono. Gli sfondi dei dipinti a macchie fauves non descrivono mai unluogo ma creano un’atmosfera.Si sente l’eco di Matisse nella semplificazione e nel colore puro, di Gauguin nella monumentalità, edi Toulouse-Lautrec per il segno.Nel 1957, mentre l’Italia correva verso l’astratto, Alessandri va controcorrente e torna al corpo. Unascelta anacronistica di cui è fiero e che lo condurrà oltre il realismo.Tra “Cielo e Soffitta” ci restituisce un Alessandri che trasforma il tormento in vocazione che glirichiederà di abbandonarsi sempre di più alla narrativa fantastica.

INFORMAZIONI MOSTRA

Titolo: Tra Cielo e Soffitta. Le Muse di Alessandri 1950-1962

Sede: MUSEO ALESSANDRI – Via XX Settembre 29, Giaveno (TO)

Date: 24 luglio – 27 settembre 2026

Inaugurazione: Venerdì 24 luglio 2026 ore 18.00

A cura di: Concetta Leto

Biglietto: gratuito

Catalogo in mostra – Editore: Il Graffio di Borgone di Susa

ORARI di APERTURA:

ogni domenica: 10.00 -12.30 / 14.30 – 19.00

Prenotazione obbligatoria per le visite guidate (alle ore 11.00 / 15.00/17.00)

Durata: dal 24 luglio al 27 settembre 2026

 

Saint Vincent. Mostra di pittura di Anna Clara Beccaris

La pittrice canellese Anna Clara Beccaris torna ad esporre in Valle d’Aosta presso la Galleria Civica d’Arte Moderna di via Chanoux a Saint Vincent, dopo la precedente esperienza del 2024. Il titolo della Mostra sarà “La magia del colore”. L’esposizione, come già nella precedente mostra del settembre 2024, serviràad offrire al pubblico una raccolta di dipinti ad olio caratterizzati da una cromia vivace e accattivante. Nelle sue opere il protagonista è il colore che, oltre ad avere una funzione espressiva, diventa uno strumento perplasmare la tridimensionalità. I soggetti sono nature morte, composizioni floreali, figure e paesaggi di cuialcuni ispirati al territorio della Valtournenche.

La mostra resterà aperta dal 30/07/2026 al 09/08/2026, con orari: 10 – 12,30 / 16 – 19 martedì 4 chiuso

Anna Clara Beccaris è nata a Costigliole d’Asti e vive a Canelli (AT). Si è diplomata al Liceo Artistico dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, frequentando i corsi di Francesco Casorati eRomano Campagnoli. In seguito si è laureata presso la Facoltà di Architettura del Politecnico diTorino. E’stata docente di Arte e Immagine nella scuola secondaria di primo grado.Da sempre dipinge. Nelle sue opere emerge la vivacità del colore che, trattato con maestria, creavolume e profondità con un linguaggio fedele all’interpretazione del vero, attraverso l’analisi della realtà naturale e dell’esistenza umana.

I suoi soggetti preferiti sono la figura, il paesaggio, lecomposizioni di fiori, frutta e oggetti del quotidiano. I volumi, evidenziati dalla solarità delle luci,esaltati dalle ombre improvvise, permettono al soggetto di fuoriuscire dalla tela.

Ha partecipato a numerosi concorsi di pittura ed ha esposto le sue opere in parecchie mostre personali e collettive.

 

Sale San Giovanni. Miracoli silenziosi. Ernesto Morales, Mirco Marchelli, Daniela Madeleine Guggisberg, Samir (Benjis) Aletti, Daniele Aletti

 Inaugurazione

Sabato 25 luglio 2026 alle ore 17.30

 Camoroni Arte – Sale San Giovanni

A cura di Marzia Capannolo

 L’evento fa parte della rassegna “OMG – grandArte 2025-2026 – I confini del Sacro”,

con il sostegno di Regione Piemonte e Fondazione Crc

La mostra sarà visitabile dal 25 luglio al 30 agosto 2026

Camoroni ArteVia Camoroni, 3 – Sale San Giovanni (CN)

 La mostra sarà visitabile dal giovedì alla domenica dalle 14.00 alle 18.00

o su appuntamento (+39 389 642 6352 )

Ingresso libero

 

La mostra “Miracoli silenziosi” si presenta al pubblico come il ventiseiesimo evento organizzato da grandArte nell’ambito della rassegna “OMG – grandArte 2025-2026 – I confini del sacro” che proporrà una serie rappresentativa di altre esposizioni d’arte in numerose località dell’intera provincia nel corso degli anni 2025-2026.

“Miracoli silenziosi”, è un progetto espositivo a cura di Marzia Capannolo che si configura come una profonda meditazione visiva sulle capacità dell’arte di farsi custode e rivelatrice di assoluto. La mostra trova un ideale teatro di risonanze all’interno dell’antica borgata dei Camoroni, dimora e laboratorio creativo degli scultori Daniele Aletti e Daniela Guggisberg. In questo luogo, dove l’architettura storica si fonde con la natura incontaminata dell’Alta Langa, il fare artistico si mette in ascolto degli echi segreti che rivela la geologia del luogo.

Il titolo stesso della mostra, “Miracoli silenziosi”, agisce come un preciso manifesto curatoriale: un invito intimo a recuperare la meraviglia in un’epoca dominata dal rumore e dalla velocità. La meraviglia, qui, non è intesa come stupore effimero o spettacolare, ma come un esercizio di attenzione, un atto di resistenza poetica che si compie nel silenzio e nella meditazione. È la meraviglia che scaturisce dall’incontro con una forma pura, dalla vibrazione della luce, dal potere evocativo della memoria, dalla metamorfosi della materia o dalla riscoperta di un sito industriale sottratto all’oblio.

Il percorso espositivo si articola attraverso le ricerche specifiche dei cinque artisti in mostra, capaci di declinare questo nucleo concettuale secondo i propri personalissimi media espressivi.

La sfida alla pietra è il principio che ispira le opere scultoree di Daniele Aletti; ogni porzione di marmo levigato porta in dote il suo alter ego ruvido che si innesta nello

sguardo dell’osservatore come invito al tatto, all’esperienza della materia nella sua

forma primigenia. La sua scultura si distingue per un rigore evocativo che scava il volume per cercare l’equilibrio tra pesi e tensioni spaziali, traducendo la pietra in strutture che appaiono dialogare con le leggi stesse della terra.

La ricerca di Daniela Guggisberg si concentra sull’annullamento della porosità e sulla rivelazione della sensualità della materia; le sue superfici si aprono al vuoto, si raccolgono in grembi che trattengono la luce e raccontano il tempo del gesto, in una sottrazione formale che esalta la sacralità insita nella natura stessa del blocco scultoreo. La sua pratica fa della gravità della materia un’occasione di riscossa in cui il registro della forma e della sua ideale perfezione si misura con la tentazione di ricondurre l’Arte alla sua natura più intima e leggera.

La meraviglia si fa pura rivelazione atmosferica ed emozionale nella pittura di Ernesto Morales, qui presente con le opere della sua serie “Luce”. Morales spoglia la tela da qualsiasi intento descrittivo per concentrarsi sulla resa cromatica dello spettro luminoso. Attraverso una raffinata tecnica a stratificazioni e velature sottili, la luce emerge dall’oscurità come un bagliore spirituale e perenne. Le sue tele diventano così soglie meditative, spazi in cui la sospensione temporale invita a contemplare l’infinito.

Il potere della memoria e la stratificazione del vissuto guidano la ricerca di Mirco Marchelli, presente in mostra con lavori di piccole e medie dimensioni. Marchelli è un maestro nel nobilitare frammenti storici e materiali quotidiani – tessuti antichi, carte, legni, patine di cera – ricomponendoli all’interno di una personalissima partitura visiva. Nelle dimensioni intime e concentrate dei lavori selezionati, la materia usurpa la sua vecchia funzione per farsi puro segno poetico. L’opera diventa un piccolo teatro della memoria che affascina per il rigore compositivo e per la capacità di far risuonare il passato nel presente.

Infine, la meraviglia si accende davanti alla risignificazione del paesaggio antropico negli acquerelli di Samir Aletti. Al centro della sua produzione vi è la rappresentazione dell’ex complesso industriale del Follone a Mondovì. Attraverso la trasparenza, la fluidità e la delicatezza dell’acquerello, le strutture ferrose e le cattedrali di mattoni del sito industriale perdono la loro originaria pesantezza legata alla fatica e alla produzione. Samir Aletti ne immortala lo stato di archeologica sospensione, trasformando un luogo di archeologia locale in uno spazio lirico, dove il silenzio del vuoto industriale si fa poesia visiva e memoria storica del territorio.

“Miracoli silenziosi” si offre dunque come un cammino sinestetico e condiviso: tra pittura, scultura e grafica, i cinque artisti invitano lo spettatore a varcare la soglia dello Spazio Camoroni per riscoprire il valore del tempo rallentato e dell’attesa, attraverso il sentimento della meraviglia.