STORIA DELLA CHIERI MODERNA. 10) La borghesia al potere

Stemma della Chieri giacobina
Uno dei primi provvedimenti della nuova Municipalità fu di rendere efficace anche a Chieri il decreto governativo che imponeva l’eliminazione dei titoli nobiliari e dei loro segni esterni. I primi a sparire furono gli stemmi reali della facciata del Municipio, poi quelli dell’Arco di Piazza insieme alle statue del duca Carlo Emanuele I e della moglie Caterina di Spagna. Gli stemmi dei Savoia, insieme a quelli dei Canonici (quasi tutti provenienti dal mondo dell’aristocrazia) scomparvero anche nel Duomo. Ai piedi dell’Albero della Libertà vennero conferiti e bruciati gli stemmi delle famiglie nobili chieresi.
Una nuova classe dirigente si accinse ad insediarsi in tutte le istituzioni cittadine. In particolare, vennero rinnovati i consigli di amministrazione dell’Ospizio di Carità, dell’Ospedale Maggiore e dell’Istituto delle Orfane. Ma anche a Chieri, come dovunque, la transizione dalla vecchia alla nuova classe dirigente avvenne senza gravi conflitti. La vecchia aristocrazia cedette senza eccessivi drammi le stanze dei bottoni alla borghesia rampante, e questa dimostrò di volerle subentrare senza forzare troppo la mano. Probabilmente, la rivolta popolare del 1797 aveva insegnato ad aristocratici e borghesi che per spartirsi il potere era meglio essere uniti di fronte al nemico comune, il popolino con le sue intemperanze.
La politica religiosa della Municipalità “giacobina”, come quella del Governo centrale, era improntata ad una religiosità di facciata, come dimostrano le parole del giuramento dei pubblici funzionari: “Giuro all’Onnipotente Dio fedeltà al Governo Repubblicano, e di mantenere con tutte le mie forze la Libertà e l’Eguaglianza. Giuro odio eterno alla Tirannia e di essere fedele all’alleanza della mia Patria colla Repubblica Francese sua Liberatrice”. Ma la realtà era l’ingerenza dell’Autorità civile nelle faccende prettamente religiose. Sia pure con qualche vantaggio: nell’aprile 1799, infatti, su sollecitazione della Prefettura, la Municipalità fece valere il suo peso per convincere il Capitolo della Collegiata e il rettore di San Giorgio a trovare una soluzione alle loro tradizionali vertenze. Fino ad allora a Chieri era sempre esistita una sola parrocchia, quella facente capo alla Collegiata di Santa Maria della Scala. La chiesa di San Giorgio e il suo rettore dipendevano dalla Collegiata. Tale situazione era sempre stata motivo di tensioni e contrasti, che si erano acutizzati quando, nel 1766, era stato nominato rettore don Emanuele Borelli, un sacerdote dal carattere particolarmente spigoloso ed indipendente. L’11 Floreale dell’anno VII (30 aprile 1799), il Capitolo della Collegiata e don Borelli furono praticamente costretti a stipulare una convenzione con la quale venivano fissati i rispettivi diritti e doveri praticamente sancendo la separazione della parrocchia di San Giorgio da quella del Duomo. Fu un fatto tutto sommato positivo, ma che allo stesso tempo evidenziava l’invadenza dell’Autorità civile in materia religiosa.
(Da: Antonio Mignozzetti, “PAGINE DI STORIA CHIERESE, civile e religiosa, 1789-1985”, Chieri 2022, pp. 46 – 48 passim).
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