COME ERAVAMO
Le giornate dal 18 al 25 Aprile. L’atmosfera di attesa, gli applausi ai partigiani in città il 19, poi la paura, la rappresaglia e la prigionia. Le ritorsioni dei ‘briganti neri ’ che decidono di punire i Chieresi per la gioia con cui accolsero i liberatori. Tutto ciò è contenuto in un piccolo ma prezioso libro, pubblicato a Chieri nel Giugno del 1945 ora introvabile, ma che, a metà degli anni Settanta, era passato tra le mani del ricercatore Graziano Camporese. Quelle pagine sono finite, quindi e puntualmente, sul settimanale ‘Cronache Chieresi’ e vi invito a rileggerle. Ve ne offro, ora, brevissimi stralci non prima, però di avervi informato che l’autore Paolo Merlino, sessantaquattro anni all’epoca dei fatti e impiegato presso la P.C.E., è tra quegli ostaggi. Ostaggi prelevati, casa per casa, e portati via mentre le forze fasciste addossano, ai due lati di Piazza Cavour, molti Padri Gesuiti in fila da una parte, ed altrettanti cittadini dall’altra, minacciando per tutti la fucilazione. Ostaggi per garantire la vita ai militi delle ‘brigate nere’ presi prigionieri dalle forze di liberazione. Ripropongo quella triste vicenda, nell’anniversario della Liberazione, a coloro che non hanno vissuto quei giorni, i più, ma soprattutto a coloro che pur ricordandoli cercano, da tempo, di ridimensionarne gli ideali e la portata storica.
I miei compagni di sventura
“… Quarà cav. Vittorio e figlio, Romita avv. Giovanni e figlio, Cabrini ing. Paolo, Gramegna ing. Giulio, Pavesio can. Giovanni, Gilforte rag. Errico, Pierandozzi m.lo Giuseppe, Scalero Angelo, Negro Claudio, Martano Giuseppe tipografo, Rossetti Gino, Martano Giovanni, Morando Michele, Pasqualotto Attilio, Poggio Giovanni, Fausone Luigi, Urbani Enrico, Malotti dott. Elio, Sanguedolce Camillo, Mattioda, Bignaud Piero ed un venditore di menta proveniente dal Canavesano, di passaggio a Chieri, di cui mi sfugge il nome… Il camioncino che ci trasporta rimorchia un carro armato, o meglio una delle carrette che i fascisti chiamano cosi, ma che tanto terrore incutono alla popolazione inerme. Si percorre molto lentamente la salita del Pino…non parliamo; anche i neri tacciono: forse stanno digerendo le chicche della confetteria Negro…(ora Avidano n.d.r.) Di tanto in tanto il convoglio si ferma, nel cielo volteggiano apparecchi inglesi….
Alla caserma Cernaia
…Finalmente a Torino…. scendiamo nel vasto cortile…ci fanno appoggiare al muro….poi in un vasto stanzone al pianterreno…E’ sera ormai e il mio pensiero si rivolge alle mie figliole rimaste sole nel dolore, nell’incertezza…Il canonico Pavesio ci invita a recitare il rosario in questa caserma dove tanto si offende il Signore…Finalmente il mattino, triste come ieri…ad un tratto si dice che si va via…Credo di sognare ma non mi illudo; difatti un torpedone ci accoglie sotto il portone della caserma. Saliamo ben guardati dai neri… trasferiti in carcere….
Alle Nuove
…Ci conducono alle celle. Siamo al V braccio, cella n. 363, con l’amico Scalero, l’avv. Romita, suo figlio, e il m.lo Pierandozzi…Non so che dire sono incapace di pensare…Veniamo a sapere che il can. Pavesio è stato liberato…consideriamo il fatto di buon augurio per noi…Domenica 22 Aprile. ‘Oggi c’è la Messa’ mi annuncia festoso un sorridente partigiano calabrese. Alla santa comunione mi accosto anch’io all’altare: Dio è con me…Le ore si susseguono lente, sui volti di tutti la speranza di una prossima fine sia dei neri che della nostra prigionia. Si parla del I Maggio. Si prevede che per tale data la sconfitta per i nazifascisti sarà completa…anche qui alle Nuove…Il risveglio del lunedì come al solito è pieno di speranza…Anche oggi le ore sono eterne ci sembrano anche più lunghe perché ci manca la nozione del tempo…
Martedì, 24 Aprile, finalmente liberi
Mi alzo con i nervi tesi…..poi, finalmente, ho una distrazione. Vedo una cella lasciata libera…vi entro, osservo, leggo le solite iscrizioni dei carcerati…una piccola immagine appiccicata al muro, in mezzo a tante laidezze, attrae il mio sguardo: ‘Ecco – ripeto – il Beato Cafasso, il grande amico dei carcerati’… Delicatamente la stacco, la nascondo in tasca…Ritorno alla mia cella e la appiccico alla porta, non altrove, perché Egli deve aprirci questa prigione, deve darci la libertà…Sono quasi le 16 quando i miei compagni mi cercano mi gridano: ‘siamo liberi’…Ancora non posso credere…La grazia del Beato è venuta benefica…”


