PASSIONE FUMETTI di Giancarlo VIDOTTO: Nathan Never, cronache da Marte e dal lontano futuro

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Ho conosciuto l’universo di Nathan Never a Courmayeur, mi pare nel 1990, dove era stata allestita una mostra con gli studi preparatori e le prime tavole delle sue avventure (un anno prima dell’uscita in edicola), in occasione dell’Italcon, la Convention Nazionale della Fantascienza e del Fantastico. Un debutto prestigioso per il personaggio che ha segnato l’ingresso in grande stile della fantascienza in casa Bonelli e la nascita del fumetto seriale di fantascienza in Italia. Ed effettivamente in questi 25 anni l’universo di Nathan Never si è espanso ed arricchito più di quello di qualunque altro personaggio bonelliano. Oltre alla serie regolare, giunta al nr. 306 “Abisso di dolore”, negli anni si sono via via aggiunti albi Speciali, Maxi, Giganti (ora Grandi Storie), ma soprattutto serie e miniserie nate da costole del personaggio principale, come quella su Legs (durata 119 nr. dal 1995 al 2005), il trimestrale Agenzia Alfa e le miniserie Universo Alfa e Asteroide Argo, fino ad arrivare all’ultima Nathan Never Anno Zero.

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Le ragioni di una tale esplosione di storie, tangenti alla serie principale, sta nella corposità del mondo ideato dal trio dei sardi – Antonio Serra, Michele Medda e Bepi Vigna – che si è via via arricchito e strutturato anche grazie ai numerosi sceneggiatori arrivati successivamente. Ad esempio le miniserie che si alternano all’interno di Universo Alfa esplorano situazioni e avvenimenti che non riguardano direttamente i protagonisti della serie principale, ma che prendono spunto da alcune importanti saghe o avvenimenti che vi sono comparse. Così in Sezione Eurasia assistiamo alle avventure della sezione dell’Agenzia Alfa nella Russia del futuro, in Squadra Fantasma a quelle del gruppo fuori dagli schemi capitanato da Legs Weaver, in Dipartimento 51 l’azione si sposta negli anni ’50 a causa di misteriosi varchi temporali, in Guerra Futura una giornalista porterà alla luce cronache dimenticate delle guerre spaziali e ne Il Mondo dei Robot si raccontano storie di androidi grazie alle memorie di Mac, l’amico di Nathan Never.

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Questo mese è giunta a conclusione proprio la trilogia delle Cronache di Marte, la miniserie Universo Alfa dedicata all’evoluzione della dittatura del pianeta rosso negli anni successivi alla Guerra dei Mondi raccontata sulle pagine di Nathan Never nel 2011 e 2012 (albi dal 239 al 253). Si tratta di una saga particolarmente avvincente e ricca di rimandi – vere e proprie allegorie – alla recente storia umana. In un mondo in cui i mutati detengono il potere e gli uomini sono sfruttati ed emarginati, la dittatura dei Pretoriani progetta di ridurli in schiavitù e rinchiuderli in campi di concentramento. Nei tre albi scritti da Bepi Vigna e disegnati da Germano Bonazzi (il primo “Il Gladiatore”) e Giéz (“Il tallone di ferro” e “La caduta di Cydonia”) le vicende del gladiatore umano Dagan si incrociano con quelle dei ribelli e dell’oligarchia Pretoriana. Tra amori interraziali, intrighi politici, vicende carcerarie e sfide nell’arena, la saga risulta essere una delle più interessanti e godibili dell’intera serie di Universo Alfa.

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Un’altra spettacolare sorpresa dell’universo di Nathan Never è l’ultimo numero di Agenzia Alfa “I Figli del Buio”, l’albo nr. 38 uscito nel mese di novembre, che va a concludere la trilogia iniziata nel nr. 31 “La Guerra del Buio” e proseguito nel nr. 35 “Nato nel Buio”. Si tratta di una saga concepita in modo piuttosto curioso in quanto frutto del recupero di avventure giovanili della mutata Kay Frayn, la figlia adottiva di May e Branko, divenuta improvvisamente adulta durante la Guerra dei Mondi. La saga del Buio, ideata dal disegnatore e sceneggiatore Alessandro Russo, sposta l’azione principale di ulteriori 300 anni nel futuro, in un mondo semi-desolato guidato e dominato dalla Sorellanza Telepate, al cui vertice sta proprio la nostra Kay, misteriosamente ancora giovane ma senza ricordi del suo passato. In questo mondo è in atto una guerra contro un nemico ancora più misterioso e quasi indefinito, il Buio. Negli albi 31 e 35, all’interno della cornice rappresentata dalla guerra in corso, ripercorriamo alcune fasi dell’adolescenza e della crescita di Kay attraverso ben 5 avventure realizzate da diversi sceneggiatori e disegnatori. Avventure che tuttavia costituiscono una specie di prologo per quello che costituirà l’inedito epilogo della saga, il nr. 38 appunto, sempre scritto da Alessandro Russo e disegnato dal bravissimo Massimo Dall’Oglio.

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Massimo Dall’Oglio era già comparso sugli albi di Agenzia Alfa nei numeri 32 e 34 per due storie brevi, rispettivamente “Le due guerriere” e “Crimson”. Precedentemente aveva realizzato due albi di John Doe “Un buco nel cielo”(nr. 74 prima serie) e “Urlando al demonio”(nr. 8 seconda serie). Massimo è un disegnatore quasi unico nel panorama del fumetto italiano in quanto il suo stile è dichiaratamente manga e tuttavia i suoi lavori vengano pubblicati su serie italianissime. Ci vorrebbe un saggio per disquisire sullo stile del fumetto italiano e sulle sue influenze ma qui basti dire che sostanzialmente arrivano in gran parte dal fumetto americano classico, sia per il fumetto realistico, sia per quello Disney. I fumetti manga hanno invaso le edicole italiane in questi ultimi 20 anni ma non ne hanno quasi mai contagiato lo stile. Tranne che per Massimo Dall’Oglio, che ha saputo fare sue e rielaborare le lezioni dei più grandi maestri del Sol Levante.

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Guardando i disegni dei suoi albi, in particolare quelli di quest’ultimo Agenzia Alfa, il pensiero va in particolare a Katsuhiro Otomo, autore di Akira, e al suo allievo Takumi Nagayasu, autore di Mother Sarah (che a “I Figli del Buio” si può accostare anche per ambientazione). Ma nel tratteggio fine, nella dinamicità delle tavole, nell’uso efficace di linee cinetiche e retini, vi si possono trovare richiami a tanti altri grandi maestri di manga come Masamune Shirow (Ghost in the Shell), Jiro Taniguchi (Ai tempi di Bocchan), Yukinobu Hoshino (2001 Nights).

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Lo stile di Massimo Dall’Oglio va comunque oltre grazie ad un’impostazione delle vignette che risente delle sue esperienze francesi e ad un grande senso cinematografico delle inquadrature. I suoi personaggi hanno poi quel calore espressivo, naturale, che spesso manca proprio ai fumetti giapponesi. Il risultato è una gioia per gli occhi. “I Figli del Buio”, grazie anche alla avvincente storia scritta da Alessandro Russo, è un albo intrigante che si gusta pagina dopo pagina. Il personaggio di Moon, accompagnata dall’ironico assistente robot, risulta di un fascino sorprendente, uno di quelli che dovrebbero conquistarsi, se non una serie propria, almeno qualche altra storia.

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