PIEMONTE ARTE: WARHOL, BALLA E FONTANA, ABRATE, AIMONE, SOFFIANTINO, THEO GALLINO, PARATISSIMA, CINA URBANA, EGIZIO, DOMODOSSOLA…

coordinamento redazionale di Angelo Mistrangelo

 

ANDY WARHOL è…SUPERPOP!

ANDY WARHOL Through the Lens of Fred W. McDarrah

Il viaggio estroso e colorato nella vita di Warhol.

24 ottobre 2020 – 31 gennaio 2021

PALAZZINA DI CACCIA DI STUPINIGI – Piazza Principe Amedeo 7 – Stupinigi (TO)

La mostra per conoscere genio, creatività ed innovazione del padre della Pop Art. Per comprendere il suo mondo, la sua essenza di uomo e la sua opera, capace di influenzare l’arte ed il pensiero della società contemporanea.  Per la prima volta a Torino, un’esposizione unica che raccoglie oltre settanta opere ufficiali: fotografie, serigrafie, litografie, stampe, acetati, ricostruzioni fedeli degli ambienti e dei prodotti che Warhol amava e da cui traeva ispirazione.

Andy Warhol (1928 – 1987)

NEXT EXHIBITION e ONO ARTE, con il patrocinio di Città Metropolitana Torino, sono lieti di presentare “SUPER POP” la mostra evento che offre uno sguardo intimo e curioso su uno degli artisti simbolo del XX secolo. Dopo un primo tuffo nell’atmosfera degli anni ‘50/60, il visitatore conosce la storia di Warhol, da grafico pubblicitario ad artista di successo, potendo ammirare le sue opere iconografiche, come Marylin Monroe, the Self Portrait, Cow e Campbell’s soup. Nel percorso in mostra gli acetati e le lastre serigrafiche da cui prendevano vita le sue stampe e l’esposizione della collezione di scatti del fotografo statunitense Fred W. McDarrah che ha immortalato l’artista per oltre trent’anni svelandone da una parte il lato più il lato più intimo ed umano e dall’altra mettendo in luce le sue molte e diverse pratiche artistiche. Warhol viene quindi ritratto all’apice della sua carriera circondato dalle scatole di Brillo durante l’inaugurazione di una sua mostra personale,   o mentre gira una delle sue pellicole sperimentali, o ancora, molti anni più tardi, intento in una delle sue attività preferite: una telefonata.  Una delle opere più iconiche di Warhol sono sicuramente le “Silver Clouds”, la cui replica sarà presente nel percorso espositivo. Un’installazione composta da palloncini che fluttuano a mezz’aria e circondano il visitatore, creata per la prima volta nel 1966 alla Leo Castelli Gallery, dove McDarrah ha documentato il processo di allestimento. Non mancherà l’Andy comunicatore, istrionico in compagnia, nei migliori locali di tendenza d’America, oltre che assoluto padrone di casa de la Factory, creatore non solo di arte ma anche di personaggi: fu lui infatti a lanciare i Velvet Underground, o le sue tante “Superstar”, da Edie Sedgwick a Candy Darling.  La Factory è la “fabbrica” dove Warhol produceva la maggior parte del suo lavoro, ma anche il suo quartier generale, il luogo di ritrovo e condivisione dove tutti i suoi amici si riunivano per condividere fantasie, passioni ed idee, tra trasgressive feste all’avanguardia. E’ lo spazio dove la Pop Art è uno stile di vita e alla base c’è l’accettazione di qualsiasi comportamento, senza giudizio. Tra attori, drag queen, personaggi mondani e liberi pensatori, alla corte di Warhol passano anche artisti come Lou Reed, Bob Dylan, Truman Capote e Mick Jagger. Alla Palazzina di Caccia di Stupinigi sarà ricreata l’atmosfera dello studio ed esposta la copia esatta dello storico divano rosso de la Factory. Ogni visitatore potrà sentirsi una star degli anni Sessanta alla corte dell’artista del momento, scattandosi un selfie ricordo. In fin dei conti, come Warhol amava dire: “Nel futuro ognuno sarà famoso per quindici minuti”. E il suo futuro è il nostro oggi. A chiudere il percorso gli scatti del fotografo Anton Perich ai visitatori classici della Factory e le testimonianze di Keith Haring a Basquiat, che hanno accolto il lascito del Maestro.

GIORNI ED ORARI DI APERTURA  

La mostra sarà aperta:

–           dal martedì al venerdì dalle 10 alle 17.30

–           sabato e domenica dalle 10 alle 18.30

Ultimo ingresso consentito in mostra: un’ora prima dell’orario di chiusura.

Ponti e festività: 25 dicembre chiuso

 

CUNEO: E LUCE FU. GIACOMO BALLA, LUCIO FONTANA, OLAFUR ELIASSON, RENATO LEOTTA

24 ottobre 2020 – 14 febbraio 2021. Visite inaugurali: 24 ottobre 2020, ore 10.30, 11.30, 15.30 e 16.30, prenotazioni obbligatorie su www.fondazionecrc.it

Complesso Monumentale di San Francesco – Via Santa Maria 10, Cuneo

Proponendo un percorso immersivo e sensoriale, le opere degli artisti in mostra sono installate in relazione con gli spazi della Chiesa di San Francesco. Al centro della navata centrale della chiesa, i visitatori incontrano Feu d’artifice (Fuoco d’artificio), 1917, storica opera realizzata da Giacomo Balla (Torino, 1871 – Roma, 1958) durante gli anni di adesione al Futurismo. L’opera, che fu presentata per la prima volta il 30 aprile 1917 al Teatro Costanzi di Roma, consiste in un vero e proprio spettacolo teatrale nel quale Balla, sulle note di Igor’ Stravinskij e la regia del noto impresario dei Balletti russi Sergej Djagilev attiva uno scenario i cui protagonisti sono volumi geometrici luminosi. Forme piramidali e parallelepipedi appuntiti la cui struttura lignea è ricoperta di stoffe dipinte e colorate, essi hanno all’intero luci elettriche, ritmicamente azionate con inediti effetti di movimento e vitalità. Balla spiega che gli elementi rappresentano “gli stati d’animo dei fuochi artificiali” che la musica di Stravinskij gli aveva suggerito. Questo teatro di forme dall’architettura alogica, animato da continui giochi di luce, manifesta ampiamente il desiderio formulato nel 1915 da Balla insieme a Fortunato Depero nel manifesto “Ricostruzione futurista dell’universo” di liberare l’arte nella vita, esaltando l’istinto ludico dell’uomo. Lo spettacolo dura soltanto tre minuti, in accordo con i principi di un teatro nato dall’intuizione e capace in pochi istanti di condensare molteplici situazioni e idee, come proclamato dal teorico del movimento futurista, Filippo Tommaso Marinetti. Gli elementi che compongono la scena di Feu d’artifice sono stati ricostruiti al Castello di Rivoli in occasione della mostra Sipario, organizzata nel 1997 e dedicata allo stretto rapporto fra teatro e arti visive. La ricostruzione si è basata su approfondite ricerche, a partire dagli oltre venti fogli contenenti i progetti di ciascun elemento dello scenario, oggi conservati al Museo Teatrale alla Scala di Milano. Con Ambiente Spaziale, 1967 (1981), la mostra offre la rara opportunità di esperire un importante lavoro di Lucio Fontana (Rosario di Santa Fe, Argentina, 1899 – Comabbio, Varese, 1968). II 5 febbraio 1949, Fontana allestì il suo primo Ambiente spaziale a luce nera, detto “Ambiente nero”, presso la Galleria del Naviglio di Milano, che venne illuminata con lampade di Wood, la “luce nera” che fa risaltare i colori fosforescenti con cui sono ricoperte alcune forme astratte pendenti dal soffitto. Questo stesso principio è articolato in modo diverso in Ambiente spaziale, oggi facente parte delle Collezioni del Castello di Rivoli: la luce di Wood rivela la doppia traiettoria lineare di circoli dipinti a colori fosforescenti. Lo spettatore, secondo le intenzioni dichiarate dall’artista, si trova nell’ambiente a tu per tu con se stesso: non è più chiamata in causa una percezione solo visiva, ma tutti i sensi concorrono a fare della percezione un’esperienza totale, psicologica e fisica. II lavoro ambientale di Fontana si pone come una prima realizzazione dei progetti enunciati nei manifesti del Movimento spazialista, che l’artista fonda a Milano nel 1947. “L’opera d’arte è eterna, ma non può essere immortale”, afferma il primo Manifesto dello Spazialismo. Perché sia immortale, l’arte deve svincolarsi dalla materia deperibile, e farsi puro gesto, pura idea, grazie al concorso di strumenti espressivi mutuati dalla tecnologia. L’Ambiente spaziale in collezione è stato realizzato per la mostra Lo spazio dell’immagine organizzata a Foligno nel 1967. Dopo la morte di Fontana, l’ambiente è stato ricostruito da Gino Marotta per essere esposto in occasione di altre mostre; l’esemplare posseduto dal Castello di Rivoli è l’unico non distrutto dopo l’esposizione, avvenuta a Rimini nel 1982. Esso è stato donato al Castello da Teresita Rasini Fontana, vedova dell’artista.Lo spazio dell’abside è animato dai giochi di luci e ombre di The sun has no money (Il sole non ha soldi), 2008, di Olafur Eliasson (Copenaghen, 1967), artista che pone al centro della propria ricerca la soggettività di ciascuno dei visitatori e che sin dall’inizio del suo percorso indaga la luce quale tematica cruciale nell’ambito della conoscenza del reale. Eliasson si riferisce spesso ai suoi lavori come a “macchine”, intendendo che la vera opera d’arte è il prodotto dell’incontro tra gli oggetti fisicamente disposti nello spazio e l’unicità degli individui che li percepiscono. Nel caso dell’installazione in mostra, Eliasson utilizza due fari da teatro, puntandone i potenti fasci luminosi su due strutture fatte da anelli concentrici in materiale acrilico. Appesi al soffitto e azionati meccanicamente, gli anelli proiettano nello spazio espositivo molteplici ombre, producendo cerchi di luce colorata che disegnano forme inedite lungo le pareti dello spazio. L’effetto ottenuto rende l’ambiente avvolgente e lievemente ipnotico, trasformandolo in un luogo dove anche il trascorrere del tempo e la sua percezione diventano oggetto di numerose riflessioni riguardanti la luce e i suoi effetti. Come nel caso di tutte le sue opere, anche in The sun has no money Eliasson lascia visibili gli elementi meccanici ed elettrici che compongono l’installazione, invitando i visitatori a interrogarsi sulle modalità della percezione così ottenuta. L’opera, in comodato al Museo da Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT, è stata realizzata dall’artista per il Castello di Rivoli, in occasione della mostra 50 lune di Saturno, organizzata nel 2008. Il percorso espositivo prosegue con Sole, 2019-2020, di Renato Leotta (Torino, 1982), installazione che si snoda attraverso l’intero ambiente della Chiesa. Sole consiste in vecchi fari di automobili dismesse installati per illuminare dettagli significativi dell’architettura e dell’impianto decorativo interno dell’edificio. A partire da una ricerca avviata nel 2019, Leotta recupera le luci di vari veicoli riconfigurandole quali agenti capaci di sostituirsi a tradizionali impianti di illuminazione. L’azione dell’artista trasforma i vecchi fari in dispositivi che danno luce a specifici dettagli di spazio altrimenti trascurati. In questo modo, Leotta s’interroga sui cambiamenti sociali avvenuti in più parti del territorio piemontese che, da centro legato all’industria fino alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, si è indirizzato verso la produzione della “cultura contemporanea dell’intrattenimento”, secondo le parole dell’artista. L’installazione è nata su commissione del Castello di Rivoli, inizialmente presentata a Venezia al Piedmont Pavilion nel 2019 e poi al Castello in occasione della mostra personale dell’artista.

 

CARMAGNOLA, MOSTRA “GIACOMO SOFFIANTINO 1960-2013”

Palazzo Lomellini, Piazza Sant’Agostino, 17

Periodo:23 Ottobre–20 Dicembre2020

Orario:Giovedì, venerdì, sabato ore 15:00 -18:00 Domenica ore 10:00 -12 :00 •15:00 -18:00

Ingresso libero. Catalogo a colori, distribuito in sede (visita consentita ad un massimo di 12 visitatori per volta)

A sette anni dalla scomparsa del maestro Giacomo Soffiantino l’Associazione Piemontese Arte,presieduta da Riccardo Cordero, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura della Città di Carmagnola è lieta di dedicarglinei prestigiosi spazi di Palazzo Lomellini, una importante retrospettiva. Come scrive l’Assessore Alessandro Cammarata nella presentazione in catalogo…Questa mostra è il primo omaggio pubblico ad uno degli artisti che hanno fortemente segnato, nella seconda metà del novecento, la vita artistica italiana. E’ una visione completa del suo ciclo pittorico, dai primi anni ’60 fino all’ultimo quadro rimasto incompiuto ed a cui aveva ancora lavorato pochi giorni prima della morte. Il tutto documentato nel bel catalogo con grafica di Claudio Ruffino, edito per l’occasione, che contiene tutte le immagini delle opere esposte e un approfondito testo del Professor Francesco De Bartolomeis, legato con l’artista da profonda amicizia e stima……”Fino agli inizi degli anni Sessanta la sua ricerca è come se trattenesse pensieri complessi, emozioni profonde, miscelamenti di eventi. È con il ciclo I musulmani: Olocausto del 1960-1962 che forze latenti vengono alla luce e sfidano la complessità. Il ciclo è destinato a un lungo periodo di clandestinità, anche se alcune opere furono presenti in mostre come dipinti accanto ad altri dipinti. Non se ne vide il valore particolare. …Il Trittico è una sorta di summa del mondo dell’artista. Gremita di fatti di natura in diverso stato, l’opera richiede che si passi dalla ricognizione di simboli all’esplorazione della loro realtà pittorica. Nella vita entra l’angoscia, il senso della morte e dell’assenza. Si sprofonda e si emerge. I segni-fili, fitti o radi, sono legami inestricabili ma anche sostegni precari. I  simboli.  La  terra  =  sostanza  fecondata,  materia  generatrice;  Il  bosco=coesistenza  di  mondo sotterraneo, di terra e di tendenza verso il cielo; La sorgente=generazione di vita, purificazione. Nel processo metamorfico ciclico ciò che è vivo e crea senza sosta si confronta con ciò che è morto e si dissolve per generare nuova vita. Un angoscioso tentativo di trovare un ordine nel mutamento e nell’irregolarità…”

 

SANTENA, MOSTRA FOTOGRAFICA “Dal Covid-19 ai vostri sguardi”.

24 ottobre – 7 novembre 2020

Sarà aperta al pubblico per due settimane la mostra fotografica “Dal Covid-19 ai vostri sguardi”. Dal prossimo 24 ottobre al 7 novembre nella biblioteca civica “Enzo Marioni” di Santena saranno infatti esposte le fotografie che hanno partecipato all’omonimo contest fotografico. L’inaugurazione sarà il  sabato 24 alle 16,30 con la premiazione dei vincitori del contesto. La mostra sarà visitabile negli orari di apertura della biblioteca: il lunedì dalle 15 alle 19, dal martedì al venerdì dalle 9 alle 12,30 e dalle 15 alle 19 ed il sabato dalle 9 alle 12,30. Il concorso è stato organizzato in tarda primavera dalla stessa biblioteca santenese in collaborazione con l’Amministrazione Comunale ed è stato riservato ai fotografi professionisti che sono stati suddivisi in tre categorie. Gli scatti sono stati quindi pubblicati sulla pagina Facebook della Biblioteca santenese e sono state sottoposti alla votazione degli utenti. A vincere sono stati gli scatti che hanno ricevuto il maggior numero di like. In occasione della mostra saranno inoltre anche premiati i vincitori. Nella categoria Senior, riservata a tutti i partecipanti maggiorenni, ha trionfato Sylvie Abele che, totalizzando 144 voti, ha preceduto Debora Dello Monaco e Valentina Caranzano che sono salite sul podio rispettivamente come seconda e terza classificata. In quarta posizione si è invece piazzata Erika Gibboni davanti a Simona Giraudi. Gaia Mezzano con 173 like si è invece imposta nella categoria Junior, dagli 11 ai 18 anni, davanti a Valentina Coppola (101 voti) ed Emanuel Murgolo (91). Sono invece rimaste di un soffio fuori dal podio Aurora Domenino ed Elisa Gariglio. Tra gli Under 10, infine, si è invece imposto Alberto Grimaldi che con 86 voti ha preceduto nell’ordine Fabio Petreanu, Ophellia Grollino, Francesco Barbo e Cosimo Rotundo. «Le fotografie esposte nella mostra – interviene Alessia Nobile, consigliera di maggioranza del Comune di Santena delegata al progetto – diventeranno il ricordo e la memoria di una pandemia che ha sconvolto la vita sociale di tutti noi. La mostra allestita in biblioteca ripercorrerà ciò più ci ha segnato, in particolare durante il periodo del lockdown». Le fa eco anche Paolo Romano, Assessore alle politiche di governance del territorio, culturali, sportive ed associazionismo del Comune di Santena: «A nome dell’Amministrazione – commenta l’Assessore – mi congratulo con i vincitori delle varie categorie. Inoltre faccio i complimenti e ringrazio tutti i partecipanti che sono stati autori di fotografie attraverso le quali hanno trasmesso le emozioni vissute durante il periodo più duro della pandemia».

 

LA SCOMPARSA DI NINO AIMONE: UN PROTAGONISTA DEL MONDO DELL’ARTE

Protagonista del mondo dell’arte, Nino Aimone è morto a 87 anni, sabato 17 ottobre all’Ospedale di Chieri. Nato a Torino l’8 dicembre 1932, residente a Pavarolo, ha raccontato attraverso  dipinti e puntuali incisioni le emozioni, le sensazioni e le vicende umane che hanno accompagnato il suo intenso percorso artistico. Vi è nelle sue opere il clima di una ricerca che si sviluppa dalla figurazione alle pagine informali, dal segno a un luminoso cromatismo. Allievo di Felice Casorati, amico da sempre di Mauro Chessa, Francesco Casorati, Piero Ruggeri, Sergio Saroni e Giacomo Soffiantino, ha elaborato un discorso pittorico che è l’assoluto protagonista della sua esperienza. Un’esperienza legata alla rivista «Orsa Minore», all’attività di grafico presso un’agenzia pubblicitaria, agli anni d’insegnamento ai corsi di pittura, incisione e decorazione dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. E questo multiforme percorso fa parte della cultura visiva del secondo Novecento e del nuovo Millennio, in una sorta di narrazione che mette in evidenza la capacità di «costruire – ha rilevato Loris Dadam – un miracolo di equilibrio da molteplici elementi ognuno singolarmente squilibrati». In tale dimensione, si delineano i momenti di una pittura condotta con passione, con l’energia di una scrittura caratterizzata dalla tensione poetica dell’immagine. Invitato alle Biennali di Venezia e alla Quadriennale di Roma, Aimone ha partecipato a numerose rassegne d’arte a carattere nazionale e internazionale, che costituiscono un documento della sua attività creativa: da «1945-1965 Arte italiana e straniera», dalle collezioni della GAM di Torino, allestita nella Palazzina al Valentino della Promotrice (1987) all’antologica organizzata dalla Regione Piemonte nel 1995. E poi «Pittura dipinta» alla Fondazione Giorgio Amendola, le personali alla Galleria Ariele e Galleria Arteregina, la IX° Edizione di «Fiabe e Boschi», Biennale Francesco Tabusso ordinata nei locali di Villa Tabusso a Rubiana (insieme alle opere di Campagnoli, Casorati, Chessa, Ruggeri, Saroni, Soffiantino della Torino degli anni ‘50). E, inoltre, si ricordano «Alle radici della democrazia/ Testimonianze d’Arte» a Palazzo Lascaris, realizzata dal Consiglio regionale del Piemonte, e «Dialogo con i Maestri», promossa dall’Associazione Piemontese Arte, presieduta da Riccardo Cordero, e Comune di Carmagnola. La GAM di Torino conserva la tempera su carta «L’albero» (1958), acquistata alla XXIX Biennale di Venezia del 1958.

Angelo Mistrangelo

 

AOSTA, MOSTRA “ANGELO ABRATE, IL PITTORE ALPINISTA”

L’Assessorato del Turismo, Sport, Commercio, Agricoltura e Beni culturali della Regione autonoma Valle d’Aosta comunica che giovedì 22 ottobre 2020, a partire dalle ore 14, verrà aperta al pubblico presso la Chiesa di San Lorenzo ad Aosta la mostra Angelo Abrate, il pittore alpinista. L’esposizione, a cura di Leonardo Acerbi e Marina Mais, presenta una selezione di  32 opere del pittore piemontese, nato a Torino nel 1900 e morto a Sallanches nel 1985. Il percorso espositivo è scandito da quattro sezioni tematiche: Uno sguardo sulla Valle d’Aosta e sulle valli del Monte Bianco, La Valle d’Aosta a quote più alte, A Sallanches e non solo e Dalle Dolomiti al Mediterraneo. Valente alpinista, Angelo Abrate vive intensamente la passione per la montagna, che diventa il soggetto prediletto delle sue opere pittoriche. La mostra monografica a lui dedicata, realizzata dalla Struttura Attività espositive e promozione identità culturale, si inserisce nel programma espositivo annuale 2020 della Regione autonoma Valle d’Aosta e documenta la qualità di un autentico pittore della montagna. Scrive Leonardo Acerbi nelle note biografiche del catalogo: “Gli interessi di Abrate si indirizzano ben presto lungo due specifiche direzioni: la passione per la pittura e quella per la montagna, spingendolo a lasciarsi alle spalle la città e a trasferirsi prima a Courmayeur e poi a Sallanches. Due autentici poli d’attrazione, entrambi al cospetto del “suo” Monte Bianco, montagna di cui l’artista piemontese diverrà massimo interprete tanto da meritarsi, nel tempo, l’appellativo di peintre du Mont-Blanc”. Le sue salite in solitaria oppure le pause durante le ascensioni con i compagni di cordata sono finalizzate a questo: dipingere en plein air la prima luce decembrina sulle vette o l’ultima neve al lago Chécruit, uno scorcio delle Jorasses o i seracchi in quota. La mostra Angelo Abrate. Il pittore alpinista è corredata da un catalogo bilingue italiano-francese, con testi di Daria Jorioz e Leonardo Acerbi, edito da Sagep Editori, acquistabile in mostra al prezzo di 12 euro.

L’esposizione rimarrà aperta al pubblico fino al 7 febbraio 2021 con il seguente orario: martedì – domenica 10 – 13 /14 -18, chiuso lunedì. Ingresso libero. Per garantire la sicurezza dei visitatori e del personale e in ottemperanza alle norme vigenti, la mostra sarà ad ingresso contingentato. I visitatori dovranno indossare i dispositivi di protezione personale.

 

IL CHIERESE THEO GALLINO ESPONE A VALENZA

 

I.U.C., “ACQUE TOSSICHE”, IL DITTICO DI DELIA GIANTI

Dal 27 ottobre, alle 18,30, sino al 15 novembre 2020, a sostegno del progetto Fondo Legale in difesa delle Generazioni Future Costituito dal Comitato Popolare Stefano Rodotà per i Beni Comuni

A partire dal 27 ottobre 2020, alle 18.30, è possibile vedere presso IUC, International University College of Turin, in piazza Paleocapa 2, il dittico «Acque tossiche», una tecnica mista su seta, che l’artista Delia Gianti espone e mette in vendita per devolvere l’intera somma acquisita al Comitato Popolare Stefano Rodotà per la Difesa dei Beni Comuni. Si tratta di una iniziativa dalla connotazione sociale e culturale, con l’obiettivo della difesa dei Beni comuni attraverso una proposta di Legge popolare ed oggi della Costituzione di un Fondo economico a garanzia e sostegno di cause in difesa delle Generazioni Future.

 

ACCADEMIA ALBERTINA, MOSTRA “CARLO GIULIANO. L’ECLETTISMO DELLA RAGIONE”

a cura di Edoardo Di Mauro

Inaugurazione Giovedì 22 ottobre 2020 dalle 16.00 alle 20.00. La mostra sarà successivamente aperta al pubblico dal 23 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021 tutti i giorni dalle 10 alle 18 (ultimo ingresso alle 17.30), a esclusione del mercoledì, compresa nel biglietto della Pinacoteca, accanto alle opere della collezione dell’Albertina. pinacoteca.albertina@coopculture.it – 0110897370

Il lavoro di Carlo Giuliano, pur gettando solide radici in una ben precisa porzione del terreno fecondo della ricerca artistica degli anni ’60, è stato capace, all’interno di un coerente percorso progettuale,  di  germogliare  frutti  estetici  assaporabili  anche  in  seno  alla  nostra contemporaneità.  Per meglio intenderci, Giuliano incarna da un lato molti aspetti relativi al perfetto prototipo dell’eclettismo rinascimentale, periodo simbolo della stagione moderna, in merito alla tipologia albertiana e poi leonardesca dell’ artista – scienziato, in grado con la sua dottrina di spiegare le leggi  della  natura  e  di  elaborare,  con  passione  sposata  al  raziocinio,    macchine  e  strumenti elaborati e complessi.  Dall’altro la sua produzione si incunea nelle linee guida dell’estetica tardo novecentesca, conscia dell’importanza  di  una  fruizione  allargata  e  collettiva  dell’evento  artistico  e  dell’importanza dell’interazione tra opera, ambiente e pubblico.  Dopo una fase in cui, giovanissimo enfant prodige, realizza già in età adolescenziale pitture su tela imbevute del migliore spirito del Novecento piemontese, la successiva evoluzione di Carlo Giuliano come artista può, per certi aspetti, essere inserita all’interno delle ricerche cinetiche deiprimi  anni  ’60,  pur  con  una  visione  assolutamente  personale,  estranea  a  certe  rigidità “macchiniste” tipiche di quel movimento nei suoi aspetti organizzati, e rivendicante l’esigenza di  tenere  ben  presente  la  primarietà  dell’intervento  manuale  dell’artista  rispetto  alla “secondarietà” assoluta simboleggiata dall’evidenziazione della nudità oggettuale.  L’esperienza di Giuliano presenta delle indubbie analogie con questa impostazione formale, pur nell’assoluto  privilegio  riservato  alla  rivendicazione  della  centralità    della  sua  ispirazione pittorica ed al diniego manifestato nei confronti di ipotesi di lavoro di gruppo tendenti a relegare in  un  angolo  la  personalità  del  singolo  artista  così  come  alla  serializzazione  eccessiva  del prodotto,  frutto  delle  utopie  di  un  determinato  periodo  storico  nei confronti  di  un’  alleanza, improponibile in quei termini, tra produzione industriale ed artistica.  Le opere di Giuliano sono certamente “mentali” nella loro genesi, privilegiano in prima battuta il procedimento intellettuale che porta all’elaborazione del progetto. Questo si evidenzia dalla pulizia formale che le contraddistingue, dalla linearità geometrica che caratterizza il sapiente dosaggio degli spazi, dove il ritmo alterna pieni e vuoti, luci ed ombre.  Tuttavia  la  tensione  lucida  ma  irrequieta  dell’artista  è  lì,  ben  viva  e  presente,  pronta  ad intervenire per spezzare una linea formale altrimenti troppo razionale, ad introdurre la casualità come componente non eludibile di qualsiasi esperienza artistica ed esistenziale.  In  molti  lavori  di  Carlo  Giuliano  la  nudità  espressiva  dei  materiali  mostrati  nella  loro essenzialità è addolcita sia dall’inaspettato intervento manuale che dall’uso della luce, una luce essenziale, mai tendente a fini meramente spettacolari, eppure in grado di gettare un tramite poetico nei confronti del fruitore, di collegare non solo la sua mente all’interno dell’opera, ma anche la rete delle sue percezioni immaginative e sensoriali.

Questa capacità di sposare con esiti felici fantasia e rigore, antica “technè” ed estetica nella sua etimologia  originaria  di  “sentire  con  i sensi”, dimensione  privata e spazio  pubblico,  è,  non a caso,  assai  ben  simboleggiata  dalle  fondamentali  esperienze  professionali  cui  Giuliano  ha armonicamente affiancato la sua attività di artista, come quella di scenografo, dove spicca la responsabilità degli allestimenti del Teatro Stabile di Torino dal 1976 al 1990. In mostra sarà presente una doverosa testimonianza della feconda attività di Carlo Giuliano come  scenografo  teatrale,  che  lo  portò  a  collaborare  con  personalità  quali  Ugo  Gregoretti  e Mario Missiroli, e ad intessere rapporti con i più significativi attori di una stagione irripetibile del teatro italiano. Non  a  caso  Giuliano  si  laureò  con  una  tesi  dedicata  al  Barocco,  di  cui  indubbiamente  si rintracciano  echi  nelle  sue  principali  scenografie,  dove  la  fantasiosa  macchina  di  meraviglia secentesca riesce a conciliarsi con il rigore dell’espressionismo contemporaneo e la lezione delle avanguardie storiche.  In  questa  mostra  saranno  esposti  lavori  allestiti  nella  grande  antologica  del  2019  a  Palazzo Salmatoris a Cherasco, insieme ad opere inedite, che vanno a coprire un arco di tempo esteso dagli  anni  Sessanta  ai  giorni  nostri,  testimoniando  quella  che  è  un’altra  componente fondamentale del suo lavoro, la duttilità nei materiali prescelti e nella capacità di assemblarli con soluzioni formali mai ripetitive.  Strutture minimali in metallo improvvisamente spezzate nella loro sequenzialità dall’irrompere epifanico della luce, o dall’irregolarità della forma che, improvvisamente, da geometrica si fa curvoidale,  superfici  specchianti  in  plexiglas  intarsiate  di  regolari  estroflessioni  che simboleggiano il ritmo percettivo, punte acuminate di metallo che, collocate su supporti piatti e regolari,  con  tramite  dell’illuminazione  danno  conto  del  cinetismo  luminoso,  carboncini  che rappresentano intensi grumi di materia primaria, sono un’efficace sintesi della coerenza di più di cinquant’anni di carriera.

Edoardo Di Mauro – Direttore  Accademia Albertina di Belle Arti

 

PARATISSIMA ART STATION, NUOVO FORMAT

23 ottobre – 8 dicembre 2020

ARTiglieria Con/temporary Art Center Torino

Dopo 15 anni, Paratissima nel 2020 cambia e si rinnova ripensando il classico modello di fiera d’arte, per sperimentare un nuovo format espositivo per artisti indipendenti e gallerie d’arte più sostenibile e flessibile: anziché 5 giorni concentrati in una sola settimana, durante l’Art Week di Torino, Paratissima estenderà la sua durata su circa due mesi, dal 23 ottobre all’8 dicembre, offrendo di volta in volta al pubblico contenuti nuovi e diversi. Paratissima mantiene inalterata la sua identità e la sua mission di sostegno all’arte emergente. Non cambia luogo, confermando la sede dell’ex Accademia Artiglieria di Torino in piazzetta Accademia Militare 3 (dietro piazza Castello), ma variano i tempi di fruizione dedicati alle sezioni che compongono l’intero evento: arti visive, gallerie d’arte e fotografia. Quattro gli appuntamenti in programma: dal 23 ottobre al 1° novembre Nice & Fair – Contemporary visions; dal 6 all’8 novembre G@P – Galleries at Paratissima; dal 13 al 22 novembre Rebirthing – Art to restart; dal 27 novembre all’8 dicembre Ph.ocus – About photography. Quattro i progetti espositivi collaterali: L’Immortalità, la personale di Lorenzo Puglisi, una delle voci più interessanti ed originali della pittura italiana, a cura di Luca Beatrice, dal 23 ottobre al 22 novembre; Storie Microcosmiche di Eleonora Gugliotta, dal 23 ottobre all’8 dicembre, che ridisegna con i suoi fili scultorei gli spazi abbandonati dell’ARTiglieria; Think Big, il progetto espositivo dedicato a grandi opere d’arte, non solo per forma ma anche per contenuti e messaggi, dal 23 ottobre all’8 dicembre; Blooming Playground, il campo da basket nella corte interna interpretato come un rigoglioso giardino fiorito dallo street artist Tellas.

Paratissima, simbolo della creatività in costante movimento, diventa così a tutti gli effetti una stazione d’arte: da punto di incontro, di partenza o di arrivo a matrice di scambi e relazioni, nonché luogo di transito e di libera circolazione per l’arte e le sue nuove proposte. L’invito è a salire a bordo dei “treni” di volta in volta proposti per compiere un viaggio di scoperta sempre diverso, oltrepassando idealmente quei limiti imposti dalla onnipresente linea gialla, forma mentis necessaria per avvicinarsi e comprendere l’arte contemporanea. La prima fermata “NICE & FAIR – Contemporary visions” affronta il tema della contemporaneità nelle 5 mostre collettive, che coinvolgono più di 80 artisti, curate dagli 11 allievi del corso per curatori N.I.C.E. – New Independent Curatorial Experience. “C.R.A.C. Crepe, Rotture, Alterazioni e Cicatrici” a cura di Rosanna Accordino e Ludovica Lamoure riflette sul concetto di frattura e delle sue declinazioni nell’ambito ambientale, nella società e nell’essere umano. “Prospettiva rifugio” a cura di Valeria Cirone, Paola Curci e Linda Lin, nasce da una riflessione sull’omonima teoria di Psicologia Ambientale, ponendo in particolare l’attenzione sulla quotidianità vissuta durante il lockdown. “In utero. Il grembo come matrice primordiale” a cura di Caterina Capantini e Giorgia Gibertini è incentrata sul tema del grembo come matrice primordiale da cui tutto ha origine. “Elogio al camaleontismo e all’incoerenza. Per sopravvivere al caos contemporaneo” a cura di Clara Rodorigo e Margaret Sgarra, celebra la contraddizione, la capacità di adattamento e trasformazione, imprescindibili qualità nel mutevole contesto contemporaneo. “Places for people” a cura di Giovanni Gerolin e Alice Pietrucci riflette sullo sviluppo di nuovi spazi per combattere il distanziamento sociale causato dalla pandemia di Covid-19. La seconda fermata “G@P – Galleries at Paratissima” è dedicata ai professionisti di settore nella vendita di opere d’arte. Quattordici, quest’anno (l’anno scorso erano 10), le gallerie d’arte selezionate: Collezionando Gallery (Roma), MAG – Magazzeno Art Gallery (Ravenna), Independent Artists (Milano), Casati Arte Contemporanea (Torino), AD Gallery (Fiesole, FI), ArteQuadri (Camposampiero, PD), Wikiarte (Bologna), RoccaVintage (Torino), Artender (Alassio), Context Art Gallery (Treviso), CaputoColossi – Incontro d’Arte (Chiari, BS), Picta Grafica d’Autore (Ciriè, TO), Arte Gallery (Fermo), bART Gallery (Roma). La terza fermata “REBIRTHING – Art to restart”, curata da Paolo Lolicata e Giulia Giglio, si interroga sul futuro: nel presente attuale sospeso e dilatato si vive nell’attesa di un segno di speranza o miglioramento, che lasci intravedere una qualche sfumatura di un possibile e prossimo futuro. La costante, il comune denominatore globale, è l’incertezza ma, nonostante ciò, si staglia ora chiaro e netto all’orizzonte il desiderio di rinascita e la necessità di un cambiamento. Gli artisti, e l’arte in generale, hanno avuto nei secoli una prerogativa, ovvero quella di prefigurare ipotesi futuribili e possibilità inesplorate, intercettando cambiamenti ancora in procinto di avvenire, come esigenze e tendenze sommerse. La quarta e ultima fermata “PH.OCUS – About photography”, a cura di Laura Tota, è dedicata alla fotografia contemporanea con due mostre curate e un progetto speciale per raccontare la quarantena, il lockdown e la forza della comunicazione visiva della fotografia autoriale. “Quarantined – Storie di resistenza (e disagio) digitale” mette in mostra i progetti fotografici realizzati durante la quarantena e allo stesso tempo realizza un’indagine sull’utilizzo della comunicazione visiva durante il lockdown. Il progetto è ideato e curato da Dario Donato, Teodora Malavenda, Chiara Oggioni Tiepolo e Laura Tota. Da “Quarantined” nasce la mostra curata “Please, stay home” che raccoglie i foto-progetti, ideati e realizzati durante il lockdown, capaci di restituire inediti ed inaspettati punti di vista e lampi di creatività nati all’interno delle mura domestiche. “Please, take care” invece vuole essere un invito rivolto ai fotografi ad indagare ciò che per ognuno di loro merita di essere fotografato e quindi raccontato, impresso e, nella maggior parte dei casi, condiviso. Un racconto corale, ma allo stesso tempo introspettivo sull’attribuzione di valore non solo nella fotografia, ma nell’intera società contemporanea. Paratissima Art Station è la naturale evoluzione del processo creativo di Paratissima: nata nel 2005 come evento autogestito, cresciuta poi come progetto espositivo diffuso nel quartiere di San Salvario e diventata infine, a tutti gli effetti, una Art Fair indipendente. La scelta di adottare un nuovo modello si pone come strategica anche in relazione all’emergenza attuale, per garantire al pubblico e agli espositori un evento sostenibile e sicuro. Sede degli eventi l’ex Accademia Artiglieria di Torino, di proprietà di CDP Investimenti SGR, società del Gruppo Cassa depositi e prestiti. Nata nel 1679 come “Reale Accademia”, scuola di formazione per nobili e giovani gentiluomini alla vita di corte, è stata in seguito trasformata in accademia militare e sede dell’esercito ed oggi è stata ribattezzata “ARTiglieria – Con/temporary Art Center”, incubatore di arte e creatività emergente, in concessione fino al 31.12.2021 a PRS Srl Impresa Sociale.

Paratissima è organizzata da PRS. La direzione artistica è di Francesca Canfora. È realizzata con il supporto di CDP Investimenti SGR, società del Gruppo Cassa depositi e prestiti, il contributo di Fondazione Compagnia di San Paolo e il patrocinio della Città di Torino.

Paratissima Art Station

Cross the Yellow Line

ARTiglieria Con/temporary Art Center

Piazza Accademia Militare 3, Torino

STOP 1

NICE & FAIR – Contemporary visions

23 ottobre-1 novembre 2020

STOP 2

G@P – Galleries at Paratissima

6 novembre-8 novembre 2020

STOP 3

REBIRTHING – Art to restart

13 novembre-22 novembre 2020

STOP 4

PH.OCUS – About photography

27 novembre-8 dicembre 2020

 

 

 

CHINA GOES URBAN. LA NUOVA EPOCA DELLA CITTÀ. LA CINA URBANA IN MOSTRA AL MAO

dal 16 ottobre 2020 al 14 febbraio 2021

Dopo un lungo periodo di chiusura forzata e la ripresa nella tarda primavera, il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino dà avvio alla programmazione autunnale volgendo uno sguardo al futuro, e lo fa attraverso una mostra originale dal titolo “China Goes Urban. La nuova epoca della città”, curata dal Politecnico di Torino e da Prospekt Photographers con la Tsinghua University di Pechino, e organizzata in collaborazione con Intesa Sanpaolo. La mostra è frutto di una ricerca pluriennale e propone al pubblico una prospettiva nuova e ampia che traccia una linea di continuità tra passato, presente e futuro, mettendo in relazione la cultura della Cina tradizionale con le imponenti trasformazioni delle città cinesi contemporanee. Un’occasione per approfondire e interrogarsi sulle sfide lanciate dai cambiamenti urbani in atto non solo in Cina, ma in tutto il pianeta. Partendo dall’esplorazione di alcune new town cinesi e delle contraddizioni innescate dai frenetici processi di inurbamento e di espansione urbana, la mostra punta infatti a stimolare una riflessione sulla città di oggi e del futuro. China Goes Urban rappresenta un’interessante occasione per sperimentare una possibile revisione dei modelli di accesso alla cultura e si pone anche come caso pilota di “mostra all’epoca del Covid-19”, attraverso cui offrire soluzioni innovative che possano essere discusse e ampliate in altri contesti. La progettazione della mostra ha l’obiettivo di consentire un accesso in sicurezza al pubblico, direzionando razionalmente i flussi: attraverso un’apposita segnaletica i visitatori saranno indotti a spostarsi temporaneamente o indotti a muoversi a velocità diverse, evitando assembramenti. Inoltre, in corrispondenza di tre varchi lungo il percorso di mostra, saranno anche allestiti dei segnali luminosi e alcuni QR code, che porteranno il visitatore a scoprire spazi virtuali dove poter fruire di contenuti visivi e approfondimenti aggiuntivi scaricabili sui dispositivi mobili personali.

La mostra

Ogni anno, in Cina, oltre 16 milioni di persone si spostano dalle aree rurali a quelle urbane dando origine a quella che è considerata la più grande migrazione di massa che il mondo abbia mai visto. Non si tratta di un processo “eccezionale”, ma di un trend globale: come rilevato da UN-Habitat, nel 2007 infatti la popolazione urbana del pianeta ha superato la popolazione rurale. Il fenomeno dell’urbanizzazione planetaria non implica però solo l’aumento della popolazione delle città o lo sviluppo degli insediamenti, ma anche l’incremento di sempre più intense relazioni sociali, economiche, politiche e funzionali tra le diverse regioni del mondo. Questo modello di sviluppo, che si è affermato nel corso dei secoli, presenta limiti e contraddizioni, sia dal punto di vista ambientale sia da quello socio-economico, particolarmente evidenti nell’attuale fase di incertezza dovuta all’emergenza sanitaria e alle conseguenze in termini economici e di inasprimento delle diseguaglianze. “China Goes Urban. La nuova epoca delle città” intende interrogarsi sui processi urbani, architettonici e di cambiamento socio-economico della Cina contemporanea, considerati come uno specchio in cui si riflettono le possibilità e i limiti della città contemporanea, in Cina come altrove. Intrecciando ricerca e immaginazione, la mostra è un’esplorazione di quattro new town – Tongzhou, Zhengdong, Zhaoqing e Lanzhou – attraverso cui indagare la nuova urbanizzazione cinese e condurre il visitatore a interrogarsi sul (nostro) comune futuro urbano. Al centro della mostra sono posti tre temi principali che definiscono i caratteri dell’urbanizzazione cinese: il frammento, quale caratteristica specifica della città contemporanea e della sua architettura; l’infrastrutturazione, elemento chiave del funzionamento urbano; e il superamento della dicotomia città/campagna a favore di nuove forme di urbanizzazione estese a superare entità definite stabili. Il percorso della mostra si snoda lungo due sequenze logiche: la prima prende il via dalla ricostruzione di una exhibition hall, luogo iconico tipico delle new town cinesi, in cui le amministrazioni pubbliche e le imprese di costruzioni mettono in scena la città per promuoverne lo stile di vita e i successi raggiunti, e arriva all’urbanizzazione globale. La seconda sequenza si muove partendo da spazi vuoti e atoni per arrivare alle persone, ai singoli individui ripresi nelle loro attività quotidiane o in ritratti “situati” dentro i nuovi insediamenti. Le due sequenze si intrecciano continuamente, smontando via via il rassicurante concetto di “eccezionalità” cinese: ciò che da lontano e a uno sguardo superficiale appare esotico e distante, si rivela molto più familiare di quanto crediamo. Le nuove urbanizzazioni cinesi non appaiono più come “altro da noi”: nelle new town della Cina contemporanea la vita quotidiana è fatta degli stessi piccoli gesti di cui è fatta la vita a ogni latitudine e le persone che li compiono non sono diverse da noi nei comportamenti, nelle pratiche, nei desideri.

 

POLO DEL’900, MOSTRA “RITRATTI DI CINEMA”

Martedì 20 ottobre si è inaugurata la mostra Ritratti di Cinema. La sala, il lavoro, il pubblico nata per ritrarre le comunità cinematografiche e coloro che continuano a promuovere la settima arte nelle sale piemontesi. L’esposizione – visitabile gratuitamente fino al 15 novembre al Polo del ‘900 – include 54 scatti di diversi formati realizzati dal fotografo Diego Dominici durante l’edizione 2019 di Movie Tellers e mostrano 27 sale di tutte le 8 province coinvolte nella rassegna cinematografica organizzata dall’Associazione Piemonte Movie. La mostra è inoltre un modo per mantenere in vita la rassegna Movie Tellers che – a causa dell’incertezza dovuta al Covid – per quest’anno è sospesa. La mostra si snoda in 3 ambienti che accolgono 3 macro-temi: la sala, il lavoro e il pubblico, oltre a una parete di “polaroid” create graficamente da Diego Dominici con tutti i volti di gestori e proprietari, le attrezzature, gli oggetti e le curiosità colti dal suo obiettivo. La saletta proiezione completa il percorso con un focus sulle tante sale della città di Torino, attive e non, raccontate nel cortometraggio Manuale di Storie dei cinema di Stefano D’Antuono e Bruno Ugioli che ha vinto la seconda edizione del contest Torino Factory e che, proprio in questi giorni, sta concludendo la produzione della versione lungometraggio, prodotta da Rossofuoco.

 

MUSEO EGIZIO, MOSTRA”LO SGUARDO DELL’ANTROPOLOGO”

Al Museo Egizio di Torino continua fino al 15 novembre 2020 la mostra “Lo sguardo dell’antropologo”, realizzata in collaborazione con il MAET-Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino (chiuso dal 1984) per mettere in dialogo le due collezioni, per riflettere sulle modalità con cui la cultura scientifica europea, tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX, percepiva e classificava i suoi “altri”. Un progetto che mira a ricostruire i rapporti tra egittologia e antropologia, individuando prospettive di ricerca e possibili aree di collaborazione. Sono esposti una quarantina di oggetti, in gran parte provenienti dal MAET, rappresentativi delle culture extraeuropee e dell’antico Egitto: il ruolo di protagonista spetta alla mummia di una giovane donna caratterizzata da una tunica finemente plissettata, proveniente dal sito archeologico di Gebelein, oggetto di recenti indagini scientifiche, e il cui restauro è stato da poco concluso presso il Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”. La mostra – resa suggestiva dall’utilizzo di vetrine ottocentesche e dai pavimenti in legno originali della sala – vuole dare particolare risalto alle tracce degli “sguardi” che si sono posati sui reperti al momento del loro rinvenimento: sguardi colmi di stupore, meraviglia ma anche di disprezzo o compiacimento, improntati a una visione che classificava i gruppi umani all’interno di una griglia evolutiva. In quella prospettiva, gli abitanti dell’Africa – insieme alla maggior parte delle culture extraeuropee – erano visti come “primitivi” immersi nella magia e nella superstizione; l’Egitto, invece, fu idealmente disconnesso dal continente cui appartiene per essere invece considerato culla della civiltà occidentale.

ORARI: Venerdì 10:00-18:00 – Sabato 10:00-20:00 – Domenica 10:00-20:00

CONTATTI 011 44 06 903 Museo Egizio di Torino info@museitorino.it

 

PREMIO CESARE PAVESE 2020: ECCO I VINCITORI

In diretta online domenica 25 ottobre da Santo Stefano Belbocon i vincitori della 37a edizione:Eraldo Affinati (narrativa), Renata Colorni (editoria), Elton Priftie Wolfgang Schweickard (saggistica), Anna Nadotti (traduzione)

 www.fondazionecesarepavese.it

Il Premio Cesare Pavese 2020 si svolgerà in diretta online da Santo Stean Belbo domenica 25 ottobre e non più in presenza, come precedentemente previsto. La Fondazione Cesare Pavese, ente organizzatore, non fa venire meno l’appuntamento tradizionale legato alla figura di Cesare Pavese e, al fine di rispettare le nuove normative di sicurezza dovute all’emergenza Covid-19 previste dal Dpcm 18 ottobre 2020 e contribuire a evitare la diffusione del contagio, trasferisce online la cerimonia di premiazione. L’appuntamento si svolgerà così a porte chiuse, ma in diretta streaming, sempre alla Chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo, sconsacrata negli anni ’20 del ‘900, in cui fu battezzato Cesare Pavese. Sarà visibile da tutti a partire dalle ore 10 sul sito e sulla pagina Facebook della Fondazione Cesare Pavese. I vincitori della 37a che nel corso della cerimonia ci racconteranno il loro pavese e terranno ciascuno una breve lectio magistralis dedicata alla popria attività culturale per la quale vengono premiati, sono: Eraldo Affinati (narrativa), Renata Colorni (editoria), Elton Prifti e Wolfgang Schweickard (saggistica) e Anna Nadotti (traduzione). Le sezioni in cui il Premio è suddiviso intendono, infatti, rappresentare i tanti ambiti in cui Pavese aveva lavorato: narrativa, editoria, traduzione e saggistica, riconoscendo in ciascuno una personalità che si è distinta nel corso degli anni per passione, cura del lavoro, creatività, continuo confronto con il mondo. È un intento che prende linfa e anima dalle parole di Pavese in Dialoghi con Leucò, “Tu sei tutto nel gesto che fai”. La giuria del Premio Pavese sarà presente alla cerimonia di premiazione, condotta dalla giornalista e autrice Chiara Buratti, per dialogare e omaggiare i vincitori. La giuria è composta da: Alberto Sinigaglia (presidente della giuria, presidente dell’Ordine dei Giornalisti Piemonte, presidente del Comitato scientifico della Fondazione Cesare Pavese), Gian Arturo Ferrari (figura di rilievo dell’editoria italiana), Giulia Boringhieri (traduttrice, storica dell’editoria, figlia di Paolo Boringhieri che fu amico e collega di Pavese all’Einaudi), Chiara Fenoglio (docente, saggista, giornalista), Claudio Marazzini (presidente dell’Accademia della Crusca), Pierluigi Vaccaneo (direttore della Fondazione Cesare Pavese). Il premio ai vincitori sarà offerto dalla cantina I Vignaioli di Santo Stefano Belbo che consegneranno a ciascun premiato una bottiglia di Moscato d’Asti DOCG 2020 per ogni domenica dell’anno, 52 bottiglie per celebrare, oltre al Premio Pavese, anche la nuova annata del vino più importante di Santo Stefano Belbo. Con l’edizione 2020 del Premio nasce la collaborazione tra la Fondazione Cesare Pavese e le Cantine Ceretto, proprietarie assieme alla famiglia Scavino de I Vignaioli di Santo Stefano, con l’obiettivo di celebrare il connubio tra cultura contadina e letteraria che caratterizza l’anima di una terra, quella di Langa riconosciuta in tutto il mondo grazie alle sue unicità. Il tartufo d’Alba, offerto dall’Ente Turismo Langhe Monferrato Roero, sarà il consueto ospite della giornata di premiazione a ulteriore suggello del dialogo tra le eccellenze del nostro territorio. Il Premio Pavese 2020 si arricchisce di una sezione dedicata alle scuole. Nel corso della premiazione di domenica 25 ottobre verranno premiati i ragazzi delle scuole che hanno partecipato al concorso dedicato ai temi del romanzo La luna e i falò. L’Associazione per il Patrimonio dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe Monferrato e Roero e la Fondazione Cesare Pavese metteranno a disposizione della scuola vincitrice materiale didattico a sostegno dell’istruzione in un periodo complesso per tutte le scuole d’Italia.Durante la cerimonia, l’illustratore Paolo Galetto, conosciuto in Italia soprattutto per i suoi acquerelli letterari e apprezzato in tutto il mondo per il suo tratto poetico, presenterà il dipinto originale dedicato a Pavese e realizzato per i settant’anni della scomparsa dello scrittore. «Mi piace molto l’atto del disegnare – spiega Paolo Galetto – e mi piace molto la prima parte della nostra vita, l’infanzia. Allora ho deciso di disegnare Pavese bambino, immaginare la fantasia come un ritratto visto da dietro, su un tappeto, foglia volante, che ha profumo di campagna e di mare. Inoltre l’infanzia è la cosa più distante dall’idea dell’autodistruzione, dal suicidio. In questo modo mi sembra di perdonare e farsi perdonare da Pavese». Gli altri appuntamenti della due giorni pavesiana, inizialmente previsti per sabato 24 e domenica 25 ottobre, sono rimandati, in attesa di poterli programmare dal vivo e in sicurezza quando la situazione di emergenza da contagio Covid-19 sarà rientrata.

 

 

PAST NOW SOON: URBAN LAB TORINO,  UN NUOVO SPAZIO PER RACCONTARE LA CITTÀ CHE CAMBIA

Dal 16 ottobre Torino e l’area metropolitana hanno un nuovo luogo-laboratorio. Fotografie, videoinstallazioni e mappe interattive accompagnano in un percorso che analizza le trasformazioni di Torino e della sua area metropolitana e che, a partire dalla storia recente della città propone una fotografia dell’oggi e uno sguardo verso possibili futuri. Uno spazio-laboratorio dinamico nel quale sarà possibile per il visitatore contribuire attivamente a costruire la propria visione di città. Una nuova sede per Urban Lab. Uno spazio nuovo che conduce lungo la storia socio-economica urbana e le trasformazioni di Torino e dell’area metropolitana con un racconto capillare, accessibile a tutti. Attraverso i passaggi Past, Now e Soon scorre la città che cambia con una consapevolezza crescente dello spazio urbano, delle sue criticità e potenzialità, partendo dagli anni ’50 fino ai giorni nostri e guardando al futuro prossimo.  “Urban Lab compie 15 anni, è un traguardo importante ed è una tappa fondamentale per la sua crescita – afferma Elena Dellapiana, presidente di Urban Lab – Il nuovo allestimento è la sintesi delle analisi svolte da Urban Lab in questi anni e rafforza così il legame con il suo passato, rappresentando un nuovo inizio. Oggi inauguriamo quindi uno spazio-laboratorio che ci permette, attraverso un viaggio nella storia urbana che parte dal secondo dopoguerra, di capire meglio la città nella quale viviamo”. Nel corso degli anni Urban Lab – i cui soci fondatori sono Città di Torino e Fondazione Compagnia di San Paolo – ha cambiato nome (prima era l’Urban Center Metropolitano) e ha ampliato il suo raggio d’azione, mantenendo sempre forte la vocazione al racconto della città, a partire dalle sue trasformazioni fisiche e sociali, e confermandosi capofila sia della rete italiana sia di quella europea degli Urban Center. “L’inaugurazione dei nuovi spazi di Urban Lab è un segnale importante per tutta la Città di Torino, ancor di più in un momento complesso per tutta la nostra comunità. Uno spazio per comunicare, conoscere e costruire insieme il nostro territorio a disposizione di tutte le cittadine e tutti i cittadini è da considerarsi patrimonio collettivo e hub di competenze e visioni che guardano al futuro – commenta la sindaca Chiara Appendino – Torino ha davanti a sé prospettive ampie e tutte le forze e le capacità per affrontare le sfide dei prossimi anni. Sono certa che Urban Lab saprà essere spazio di protagonismo in questa prospettiva, accompagnando le trasformazioni della città, non solo dal punto di vista urbanistico, ma anche economico e sociale.Ci tengo a ringraziare tutte e tutti coloro che lo rendono vivo”. L’indirizzo rimane piazza Palazzo di Città 8f, nel cuore di Torino, ma il nuovo allestimento, l’ampliamento dei contenuti e le nuove modalità di fruizione consentono un racconto più approfondito, ricco di dati sulla città, rendendo Urban Lab un luogo unico in Italia: uno spazio di informazione dinamico, e soprattutto in costante aggiornamento. “Abbiamo lavorato a uno spazio che fosse versatile e parlasse della città a pubblici differenti, ma che soprattutto fosse in condizioni di aprirsi a contaminazioni esterne – sottolinea Valentina Campana, direttore di Urban Lab – Abbiamo provato anche a proporre nuovi punti di vista, come la grande mappa in cui la vista è inusuale, il punto di osservazione tradizionale cambia per provare a guardare insieme la città con occhi nuovi”. Il percorso (fisico) di visita, arricchito da interventi multimediali che moltiplicano i possibili livelli di lettura delle tematiche proposte, è ripensato per mettere in evidenza i principali punti di forza del territorio, illustrati attraverso tre sezioni che si presentano come nodi di una ideale space line, uno spazio frammentato in cui si intersecano PAST, NOW e SOON dell’area metropolitana torinese. Sarà inoltre possibile effettuare la visita accompagnati da Visitul.it, una guida virtuale gratuita per approfondire il nuovo spazio di Urban Lab da mobile (smartphone) e da remoto, ovunque tu sia. Il 15 ottobre rappresenta dunque un punto di partenza per restituire ai cittadini uno spazio-laboratorio implementabile, in cui si possano raccogliere nel tempo e in maniera sempre più approfondita e trasversale, i diversi modi di raccontare la città. E per festeggiare questo compleanno questa sera sarà proiettato sulla Mole Antonelliana il logo di Urban Lab.

 

TORINO, COOPERATIVA BORGO PO: PRESENTAZIONE LIBRO

DOMODOSSOLA: “MUSICA DA CAMERA” DI MICHELE SCACIGA

Mostra del pittore allo spazio Gallery

Michele Scaciga è un artista poliedrico; attraverso una conoscenza pratica egli spazia in diversi ambiti del sapere: videomaker, poeta, disegnatore, pittore, autore del primo videogame turistico e ideatore di tecniche di videoarte interattiva a scopo didattico e all’interno di installazioni museali. Grazie alla sua vasta formazione nel campo delle arti visive ha creato gruppi di ricerca sulle tecniche cromatiche della pittura tardo ottocentesca e ha fondato e tuttora dirige il gruppo artistico cinematografico “Gara di Moonwalking”, con il quale realizza opere poetiche e visionarie. In questa occasione egli presenta però la sua produzione pittorica di carattere chiaramente astratto-informale, caratterizzata da un segno deciso e spesso marcato e da una tavolozza “lirica” che certamente bene si accompagna ai suoi testi poetici. La sua mostra personale dal titolo “Musica da camera” sarà aperta il 24 ottobre presso lo spazio Gallery – ufficio dei Private Banker di Domodossola (Via G. Marconi 26), con i seguenti orari: da lunedì a venerdì 8,45-12,45 /15,00-18,45, sabato 8,45-12,45. La personale offre una serie di opere astratte in tecnica mista su legno, realizzate in proporzioni auree create adottando scelte cromatiche basate su armonie tardo ottocentesche. Il titolo della mostra si riferisce all’impressione di classicità di tali “ritmi visivi” inseriti, però, all’interno di ambienti della quotidianità. Queste composizioni diverse dalle precedenti, che erano certamente più legate al figurativismo, sono liricamente evocative e in esse, come hanno rilevato critici d’arte, in ritmiche strutture ambientali e architettoniche dalle cromie tenui e sapientemente distese, paiono vibrare energie vitali. In queste tavole l’autore ha combinato abilmente estensioni di colori ocra, bianchi, grigi, ravvivati da altri più caldi, dentro scansioni spaziali, in cui regna un ordine tramato da segni grafici sottili o a tratti più marcati, così da dare vita a zone di differente valore tonale. Si intuisce in lui una profonda conoscenza dell’arte del passato, dal Rinascimento all’Impressionismo fino all’arte contemporanea. Residente a Baceno (prov. Verbano Cusio Ossola), dopo aver ottenuto il diploma presso un Istituto Tecnico, ha frequentato la Scuola del Fumetto e l’Istituto Arte e Messaggio pressoi il Castello Sforzesco di Milano. In questi istituti ha appreso la conoscenza pratica del disegno accademico e della comunicazione visiva. Dal 1991 ha realizzato fumetti, illustrazioni per l’editoria scolastica, dipinti ad olio, acrilico, acquarello, sculture e dal 1997 è attivo nel campo della multimedialità. Egli ha vinto premi ed esposto in Austria, in Olanda e in Svizzera per l’associazione Kunstverein. Ha insegnato per quattro anni presso la Scuola di Belle Arti Rossetti Valentini di S. Maria Maggiore, in val Vigezzo, nell’Ossola, nota come la valle dei pittori (si tratta della famosa scuola dei maestri vigezzini: Cavalli, Fornara, Ciolina ecc.). Ad oggi è presidente dell’enciclopedia Poetica Wikipoesia (www.wikipoesia.it) e cofondatore della Scuola di Democrazia ispirata alla figura di Ettore Tibaldi, nonché ai valori della Resistenza in Ossola durante la Giunta provvisoria di Governo. Ultimamente realizza prevalentemente opere pittoriche, cortometraggi e videogame con finalità didattiche e divulgative. Durante l’emergenza sanitaria dell’ultimo periodo ha sostenuto economicamente, attraverso numerose donazioni artistiche, i medici in prima linea contro il Covid 19.

Enzo De Paoli

 

ALLA VIDEOTECA GAM LA MOSTRA DEDICATA ADALIGHIERO BOETTI

La GAM di Torino è felice di presentare la mostra dedicata ad Alighiero Boetti (1940 – 1994), terzo appuntamento del ciclo espositivo nato dalla collaborazione tra l’Archivio Storico della Biennale di Venezia e la VideotecaGAM. Tra i primi tentativi d’interpretazione del video come linguaggio artistico ebbero fortuna i parallelismi tra monitor e specchio. Dopo i Doppelgänger della letteratura ottocentesca e le inquietudini oniriche del Surrealismo, l’immagine a circuito chiuso reintrodusse il tema del doppio nello studio d’artista lasciando che il tempo dell’opera si biforcasse tra il presente e la sua riproduzione istantanea. Davanti all’obiettivo della telecamera l’artista agiva e vedeva agirsi, riscoprendosi spettatore di sé stesso e metà di una coppia. Quando Gerry Schum alla fine degli anni Sessanta invitò Alighiero Boetti a produrre un video, l’artista aveva già realizzato il lavoro fotografico Gemelli, 1968, e il tema del doppio, centrale nel suo lavoro da allora in poi, trovava suggello in una sedicesima lettera, aggiunta tra nome e cognome, nella firma dell’artista: Alighiero e Boetti. Quell’aggiunta sanciva un’identità al quadrato ma anche uno scarto sorprendente dallo schema dell’asettica tautologia concettuale. La frase “io sono io” conteneva, nella sua simmetria sintattica, anche il significato di “io sono un altro”. Non era che un piccolo slittamento, quasi un gioco linguistico, eppure nel raddoppiamento inevitabile dell’identità ogniqualvolta afferma sé stessa c’è in nuce tutto lo spirito e l’intelligenza dell’operare di Boetti. Nel primo video presentato in mostra, Senza titolo del 1970, parte della raccolta Identifications di Gerry Schum, Boetti decide di volgere le spalle all’occhio della telecamera. Così facendo trasforma il proprio corpo in un segno nero verticale contro un muro bianco, posto perfettamente al centro dell’inquadratura. Le sue mani iniziano a scrivere contemporaneamente, verso destra e verso sinistra, la sequenza dei giorni della settimana, a partire dal giovedì fin dove la lunghezza delle braccia aperte gli consente di arrivare. In questo gesto l’artista diviene asse di uno spazio che va aprendosi nel tempo, nel susseguirsi delle lettere, nella sequenza dei giorni e, parallelamente, nello scorrere dei secondi del video. In un’unica azione Boetti intreccia il tempo e il doppio, i due aspetti fondamentali del linguaggio video e al contempo del suo lavoro. Negli stessi mesi aveva realizzato un’immagine fotografica di sé stesso scattata dall’alto: Due mani e una matita dove stringe con le braccia tese un lapis posato sul bianco del foglio, come apice di un triangolo da cui lasciar scaturire il mondo e il dipanarsi del tutto. Molte sue opere successive avrebbero presentato una doppia riproduzione di quell’immagine, posta in alto e in basso, una rovesciata rispetto all’altra, come a chiudere e ad aprire lo spazio immaginativo del foglio e della tela, dove ogni possibile aspetto del reale può essere accolto. Tra le sue due mani si apre l’infinito spazio universale ma l’onnicomprensività del pensiero che si fa gesto non si rivolge soltanto alla totalità del visibile. Riguarda il suono non meno delle immagini ed è per questo che Boetti non scinde mai il proprio lavoro dalle parole legandole alle immagini e facendo di esse un’opera visiva là dove afferma che il suo scrivere con la sinistra è un disegnare. Tutto questo si traduce in uno dei suoi più noti ritratti fotografici: Strumento musicale del 1970, scattato da Paolo Mussat Sartor e presente in mostra. L’artista vi appare con le mani posate sui i due manici simmetrici di un curioso banjo ambidestro che con la sua cassa circolare e il doppio ponticello circoscrive al centro della visione un ideale ombelico sonoro da cui si immagina possano scaturire due diverse musiche speculari, due flussi di suoni che si dipartono dall’abisso del tempo. A chiudere nel segno del doppio l’esposizione si presenta il video Ciò che sempre parla in silenzio è il corpo, realizzato da Boetti nel 1974, parte delle raccolte dall’Archivio Storico della Biennale di Venezia. L’opera offre, a cinque anni di distanza, una riflessione speculare del primo video, mutandone esclusivamente la frase scritta dall’artista. L’incipit è il medesimo: alle due curve contrapposte e congiunte della G iniziale di “Giovedì” si sostituisce la duplice curva della C di “Ciò” e nel divaricarsi progressivo delle braccia le parole del titolo, scritte a matita sul muro, danno vo​ce al corpo che resta al centro silenzioso, origine del tutto e matrice del doppio: “È incontrovertibile – ha scritto Boetti – che una cellula si divida in due, poi in quattro e così via; che noi abbiamo due gambe, due braccia e due occhi e così via; che lo specchio raddoppi le immagini; che l’uomo abbia fondato tutta la sua esistenza su una serie di modelli binari, compresi i computer; che il linguaggio proceda per coppie di termini contrapposti. […] È evidente che questo concetto della coppia è uno degli elementi archetipi fondamentali della nostra cultura”.

 

CASTELLAMONTE, MOSTRA “PLANETARIUM”

Al Centro Ceramico La Fornace Fino al 1° novembre

Fino al 1° novembre l’Associazione Museo “Centro Ceramico Fornace Pagliero 1814”, in frazione Spineto n°61, a Castellamonte (To), ospita la mostra di Scultura Ceramica Contemporanea dal titolo “Planetarium”, una installazione unica realizzata con 40 sfere dal diametro di 60 centimetri  curata da Vittorio Amedeo Sacco. L’allestimento è già un successo di pubblico e di critica! Tanto che la tematica e le opere hanno attirato l’attenzione della stampa internazionale e il Centro Ceramico si è con piacere attivato per la comunicazione in lingua inglese dei contenuti. Spiega il titolare Daniele Chechi: “Il primo fine settimana di apertura, oltre al pomeriggio di inaugurazione,  ha già portato grande soddisfazione. Siamo stati contattati da un’agenzia di stampa straniera proprio grazie alla bellezza delle opere e alla grande valenza di contenuti legati sia all’arte sia alla sensibilizzazione verso la tutela dell’ambiente ed il rispetto per la nostra Madre Terra. In questi primi giorni, oltre a curiosi ed appassionati, hanno visitato la mostra anche numerosi artisti e galleristi. La ceramica col passare del tempo non ha perso il suo fascino. Nonostante il difficile periodo che stiamo vivendo con l’emergenza covid, inoltre, era importante proporre un nuovo progetto e dare un segnale di continuità e di impegno a favore dell’arte, della cultura e della valenza sociale che esse hanno. Planetarium diventa, in quest’ottica, un momento per pensare al futuro dell’ambiente e della vita sul nostro pianeta, ma, anche, per riflettere su nuovi progetti artistici sul nostro territorio. L’accesso alla mostra avviene in piena sicurezza, con gruppi contingentati, con mascherina, disinfezione delle mani e nel pieno rispetto della normativa anti covid”. In occasione dell’apertura dell’evento, sabato 3 ottobre, il sindaco di Castellamonte, Pasquale Mazza, ha dichiarato: “Voglio evidenziare due aspetti importanti. Il primo è il contenuto di una mostra interessante che ci induce a riflettere sulle problematiche ambientali e il futuro della Terra. Un tema fondamentale oggi e anche in prospettiva futura. Oltretutto riflettiamo sul clima in giorni in cui il maltempo ha nuovamente flagellato il Piemonte. Un argomento di drammatica attualità. Il secondo aspetto che ritengo importante è la progettazione di un futuro nuovo e dinamico per la tradizione ceramica di Castellamonte. Essa è il brand della nostra città. Su di essa dobbiamo focalizzare risorse e attenzione per creare un tessuto annuale di mostre ed eventi capaci di catalizzare l’attenzione a sostegno di ricettività, commercio ed occupazione del territorio. In apertura di mandato, intendo annunciare che lavoreremo anche al progetto museale. Non mi piace il termine museo, trovo sia ormai obsoleto. È invece importate creare una realtà dinamica, in sinergia con tutto il territorio canavesano, che propone ai giovani artisti un luogo in cui fare cultura”.

L’allestimento è a ingresso gratuito e chiuderà domenica 1 novembre.

L’orario sarà il seguente: giorni feriali dalle 15 alle 19 e giorni festivi dalle  10 alle 19. 

Giorno di chiusura lunedì.

 

“VOICE OF THE HEART“ PERSONALE DI  DELTA N.A.,

Inaugurazione giovedì 29 ottobre  ore 18.00

Punto 65 Concept Art Room ospita “Voice of the heart“ personale di  DELTA N.A., a cura di Carlotta Canton; la mostra ospiterà circa 25 opere, tra dipinti e sculture. Alessandro Vignola e Neva Epoque, in arte DELTA N.A., coppia anche nella vita, lavorano a quattro mani, simultaneamente, condividendo ed espandendo le proprie anime nei segni e nei colori delle loro opere d’arte. La mostra raccoglie i lavori di questo ultimo anno, dove i Delta N.A. hanno cominciato a  esplorare una nuova dimensione dell’anima offrendo, attraverso la loro arte, un nuovo approccio alla vita che si rivela, appunto, seguendo la voce del cuore. Il cuore parla una lingua a cui non si è stati abituati, una lingua che diventa una voce fatta di intuizioni, percezioni, immagini e sogni. Ascoltare la voce del cuore significa imparare a cogliere e accettare ciò che si sente dentro di sé, abbandonando per un attimo la spinta della ragione. La possibilità di intraprendere un viaggio interiore alla riscoperta della parte più profonda di se stessi, porta le persone a prendere coscienza della loro vera natura. Lucio Anneo Seneca diceva “Ciò che il cuore conosce oggi, la testa comprenderà domani”. Nelle tele dei Delta N.A. le figure si intrecciano, si confondono, giocano tra loro e con gli elementi della natura, non ci sono corpi ma solo anime, il sogno diventa protagonista e i colori si fondono con le anime. Le sculture, con i loro volti appena abbozzati, sono la materializzazione dell’anima, protengono verso l’infinito, in una dimensione impalpabile dove solo la voce del cuore ci può condurre. E sia così: lasciamoci travolgere dalla voce del cuore, per scoprire la vera essenza delle nostre vite.

Voice of the heart –  personale di DELTA N.A.

29 ottobre – 31 dicembre 2020

Orari: dal lunedì al venerdì (orario continuato) dalle 09.00 – 18.30

 

INCONTRO AL MUSEO DELLA CERAMICA DI MONDOVI’SULLA GENESI DELLA MOSTRA “IL LIBRO DELLO SPLENDORE”

25 ottobre ore 16

Il testo di mistica ebraica, noto anche come Zohar, ha ispirato le 18 opere esposte di Filippo di Sambuy. Ne parlano l’artista e il curatore Ermanno Tedeschi, che converseranno con il Rabbino Alberto Somekh. Ingresso sino ad esaurimento posti, come da disposizioni per il contenimento del rischio da Covid 19, prenotazione obbligatoria al numero 0174 330 358 – int.1 o via mail all’indirizzo turistico@comune.mondovi.cn.it L’omaggio all’ideatore del Museo della Ceramica di Mondovì, il monregalese Marco Levi, si arricchisce di un appuntamento a corredo della mostra a lui dedicata, “Il Libro dello Splendore”, di Filippo di Sambuy. Domenica 25 ottobre (ore 16) il Museo ospiterà una “riflessione” sul tema dello Zohar, altro nome con cui è conosciuto il Libro dello Splendore, opera di mistica ebraica interpretata nelle 18 opere esposte, 9 acquerelli e 9 monotipi. Filippo di Sambuy e il curatore della rassegna, Ermanno Tedeschi, converseranno con il Rabbino Alberto Somekh sul tema dello Zohar, svelando alcuni risvolti teorici e raccontando la genesi dell’ispirazione dell’artista. Introdurranno l’evento la Presidente Fondazione Museo della Ceramica di Mondovì, Andreina d’Agliano, e la Direttrice del Museo della Ceramica di Mondovì, Christiana Fissore. Filippo di Sambuy leggerà alcuni passi dell’antico testo e spiegherà come ha tratto ispirazione per le sue opere, che sono una “luminosa e rispettosa interpretazione del libro”. La mostra rientra nelle celebrazioni per il decennale del Museo della Ceramica ed è dedicata a Marco Levi, ultimo ebreo della plurisecolare comunità ebraica di Mondovì, che riuscì non solo a trasformare l’importante esperienza industriale e artistica della ceramica monregalese nell’attuale prestigioso museo, ma soprattutto lasciò a Mondovì il ricordo di un imprenditore illuminato e generoso. La rassegna, che è visitabile fino al 5 novembre, è stata realizzata con il patrocinio del Comune di Mondovì e della Regione Piemonte, promossa dalla Fondazione Museo della Ceramica di Mondovì ed ha il sostegno della “Fondazione Compagnia di San Paolo” e della “Fondazione CRC”.

Orari di apertura: venerdì e sabato 15-18; domenica 10-18

 

OGLIANICO: LABORATORI PILOTA DI ARTETERAPIA IN PIEMONTE PER IL PROGETTO EUROPEO DEEP ACTS CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE

Dal 22 ottobre 2020 al 31 maggio 2021

c/o Comunità terapeutica “Fragole Celesti”

Corso Vittorio Emanuele 32, OGLIANICO (TO)

Organizzazioni di Italia, Portogallo e Italia si sono unite nella realizzazione del progetto DEEP ACTS, finanziato dal programma europeo Rights, Equality and Citizenship, che si pone come obiettivo principale la prevenzione della violenza di genere attraverso la sistematizzazione e la diffusione di strumenti e metodi basati su educazione emotiva e arteterapia. Dal 22 ottobre 2020 iniziano a Oglianico i laboratori pilota che nell’arco di 8 mesi e per un totale di 21 giornate coinvolgeranno sei donne e due operatori di Fermata d’Autobus, associazione piemontese capofila del progetto, presso la sua comunità terapeutica “Fragole Celesti”, struttura riservata a donne comorbili vittime di abuso, violenza e maltrattamento. L’obiettivo finale di questi laboratori pilota è quello di testare, e in seguito diffondere, le linee guida prodotte e le esperienze sino a qui acquisite dal gruppo di lavoro sull’utilizzo di metodi innovativi e di specifici strumenti che prevedono l’uso dell’arteterapia nel supporto alle vittime di violenza.

 

 

 

 


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