Dall’aula alle app come Zoom, la rivoluzione dell’istruzione nell’era Covid

Foto di Jan Vašek da Pixabay

Con la pandemia da Coronavirus il nostro approccio con la tecnologia è stato radicalmente rivoluzionato. Sono cambiate le nostre abitudini, il nostro modo di vivere la quotidianità e le relazioni. Il contatto sociale è stato sostituito da una telefonata o da una videochiamata. La realtà ha preso, sotto alcuni aspetti, una piega diversa, dove la protagonista principale è la completa ascesa della digitalizzazione.

La rivoluzione del comparto scuola

Tra le numerose trasformazioni, il comparto istruzione è quello che più di tutti è stato trasformato. Ancorato alla metodologia della didattica tradizionale, con lezioni e verifiche in presenza, a fronte di un nemico invisibile, la scuola ha dovuto cedere il passo alla tecnologia. E così, da luogo di aggregazione sociale e di costruzione del Sé, dal mese di marzo di un anno fa, per via dell’emergenza da Coronavirus, la scuola ha subito una specie di stop perdendo la sua principale funzionalità: quella di essere un contesto che favorisce l’apprendimento, il pensiero creativo, che insegna ad interagire. La normalità è svanita. Ore interminabili su piattaforme di videoconferenza hanno preso il posto del suono della campanella, delle lezioni in presenza, dei compiti in classe e dei momenti di socializzazione tra coetanei. Quelle dinamiche che rendono piacevoli le ore trascorse sui libri smettono di esistere. Il frastuono delle aule è stato sostituito con frasi ormai tipiche: “Prof non la vedo”, “Prof, mi sente?”, “Prof è andata via la linea”. Al caos dell’aula ha fatto seguito il silenzio di una cameretta, di una cucina, o di un soggiorno.

A fronte di questo cambio di rotta, è stato possibile notare quanto il settore dell’istruzione fosse del tutto sfornito degli strumenti prima e competenze poi per far fronte ad una didattica e-learning. Per tenere il passo, le scuole hanno seguito l’esempio delle numerose università telematiche che da qualche decennio non rendono obbligatorie la frequenza dei corsi in presenza. È il caso ad esempio è dato dell’ateneo Unicusano che fin dagli albori affianca alla didattica a distanza anche quella tradizionale.

L’approccio alla metodologia e-learning è stata per molti docenti una vera sfida: lezioni frontali, verifiche e interrogazioni si dematerializzano digitalizzandosi. Ogni singola attività che prima veniva svolta in presenza ora si sposta sulla rete attraverso sistemi sincroni e asincroni di web Conference come per esempio Zoom, Google Meet, Classroom, Teams. La gamma di software disponibili è estremamente ampia. Proprio l’uso di queste nuove app ha cambiato il modo di fare scuola, rivoluzionando il concetto stesso di didattica e rivalutando alcune metodologie poste per troppo tempo in secondo piano.

Tra le numerose applicazioni oggi a disposizione, sicuramente la più scaricata e utilizzata è stata la piattaforma Zoom. Posta al centro della formazione di milioni di discenti in tutto il mondo, l’app presenta una spiccata versatilitàcapacità di poter far collegare fino a 500 partecipanti. Inoltre, a differenza di altre piattaforme, da l’opportunità all’insegnante di governare i microfoni di tutti gli studenti. Tuttavia, l’utilizzo di questa web Conference non è stata esente da critiche in tema privacy: proprio lo scorso anno, a fronte del massiccio utilizzo, si sono verificate azioni di hackeraggio definite zoombombing. Nonostante ciò, la piattaforma resta, ad oggi, una delle più scaricate: circa 450 milioni di download in poco più di un anno.

La Zoom Fatigue il contrappeso dell’innovazione

Se da un lato l’uso di queste applicazioni digitali hanno consentito alla scuola, ma non solo, di poter continuare il proprio lavoro, dall’altro c’è lo sconfinamento dell’orario previsto dalla legge. Fin dallo scorso anno, la National Geographic ha evidenziato come lo smart working abbia dato origine al fenomeno denominato Zoom Fatigue. È stato evidenziato, in una recente ricerca condotta da una multinazionale, che il 40% degli smartworker fa orari più lunghi e fatica a disconnettersi rispetto a chi lavora in ufficio. Ciò provoca inevitabilmente una sensazione di stanchezza e frustrazione, in quanto si ha la percezione di non staccare mai.

Dunque, la scuola sicuramente ha fatto un passo avanti in termini innovativi ma quanto questo effettivamente determinerà una nuova dimensione dell’istruzione, anche a livello di sistema universitario, non ancora è dato saperlo. Ad ogni modo, date le recenti evoluzioni e scontri, sembrerebbe che la scuola debba cedere il fianco più all’esigenza dei genitori, di mandare i propri figli a scuola, che alla digitalizzazione del comparto stesso.

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