Dare un nome a chi non torna a casa: il ricordo di Marco Francone, sindaco e uomo della terra

( Di Yuleisy Cruz Lezcano)

 

Ci sono tragedie che colpiscono una comunità intera perché spezzano la vita di una persona che rappresentava molto più del ruolo che ricopriva. La morte di Marco Francone, sindaco di Levice e imprenditore agricolo di 56 anni, appartiene a questa categoria.

Francone ha perso la vita nel pomeriggio del 6 luglio mentre stava lavorando nel noccioleto di famiglia, sulle colline dell’Alta Langa. Il trattore che stava conducendo si è ribaltato, travolgendolo. I soccorsi, giunti rapidamente con l’ambulanza del 118, l’elisoccorso decollato da Torino, i vigili del fuoco e i carabinieri, non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso. Le autorità stanno ricostruendo l’esatta dinamica dell’incidente. Ma dietro questa notizia c’è una persona, una famiglia e una comunità che oggi piangono una perdita immensa.

Marco Francone era prima di tutto un uomo profondamente legato alla sua terra. Insieme ai figli Sara, Erika e Luca conduceva l’azienda agricola “Levicciola”, specializzata nella produzione della Nocciola Piemonte IGP, simbolo dell’eccellenza agricola del Cuneese. Anche di fronte alle difficoltà imposte dalla sua disabilità, che lo costringeva a utilizzare una sedia a rotelle, non aveva mai rinunciato al lavoro nei campi, adattando i mezzi agricoli alle proprie esigenze e continuando a vivere quotidianamente il rapporto con la terra che amava.

Nel giugno 2024 i cittadini lo avevano scelto come sindaco di Levice alla guida della lista civica “Facciamo Squadra”. In un piccolo comune di poco più di duecento abitanti aveva interpretato il proprio ruolo con disponibilità, concretezza e spirito di servizio, diventando un punto di riferimento per l’intera comunità. La valorizzazione dell’agricoltura, del territorio e dei servizi locali erano al centro della sua azione amministrativa.

La sua morte lascia un vuoto difficile da colmare, ma anche un dovere morale: quello di ricordarlo non soltanto come l’ennesima vittima di un incidente agricolo, bensì come una persona con una storia, una famiglia, un impegno civile e una passione autentica per il proprio lavoro.

Perché ogni volta che un trattore si ribalta non muore soltanto un agricoltore. Muore un padre, un marito, un figlio, un amministratore, un vicino di casa. Muore un pezzo di quella comunità che ogni giorno tiene vivo il territorio. E proprio per questo è necessario dare un nome a queste vittime.

La morte di Marco Francone riporta ancora una volta l’attenzione su un’emergenza che continua a ripetersi con inquietante regolarità. Anche nel 2026 gli incidenti agricoli rappresentano una delle principali cause di morte sul lavoro in Italia, e il ribaltamento dei trattori resta il fenomeno più frequente e più letale. Secondo i dati diffusi dall’Osservatorio Indipendente di Bologna, quello di Francone è l’82° decesso dell’anno causato dallo schiacciamento sotto un trattore. Numeri che confermano una tendenza già evidenziata da INAIL, ILO ed EU-OSHA: il ribaltamento dei mezzi agricoli costituisce uno dei rischi più gravi dell’intero settore.

La ricerca scientifica internazionale conosce da tempo le principali cause di questi incidenti: terreni in pendenza, perdita di stabilità del mezzo, manovre improvvise e assenza o mancato utilizzo dei sistemi di protezione antiribaltamento (ROPS) associati alle cinture di sicurezza. Gli studi dimostrano che questi dispositivi possono ridurre drasticamente il rischio di morte, ma una parte consistente del parco macchine agricolo continua a essere composta da mezzi datati o non adeguati agli standard di sicurezza più recenti.

Le tecnologie esistono e le conoscenze anche. Ciò che ancora manca è un’applicazione uniforme delle misure di prevenzione, accompagnata da investimenti, formazione continua e politiche capaci di rendere la sicurezza una priorità concreta.

Ricordare Marco Francone significa allora andare oltre la cronaca. Significa riconoscere il valore di un uomo che aveva scelto di servire la propria comunità senza mai allontanarsi dalla terra che lo aveva visto crescere. Significa trasformare il dolore in memoria e la memoria in responsabilità.

Ogni vittima del lavoro ha un nome, un volto e una storia. Marco Francone oggi rappresenta tutte quelle persone che ogni mattina salgono su un trattore per coltivare la terra e che dovrebbero poter tornare a casa.

Il tributo più autentico che possiamo dedicargli non è soltanto il ricordo, ma l’impegno affinché tragedie come questa diventino sempre più rare. Perché nessuna comunità dovrebbe essere costretta a piangere il proprio sindaco, il proprio agricoltore, il proprio padre, per una morte che la prevenzione può contribuire a evitare.

A Levice resterà il ricordo di un amministratore presente, di un imprenditore agricolo appassionato e di un uomo che ha dedicato la propria vita alla sua terra. Ed è con il suo nome, prima ancora che con i numeri, che occorre continuare a parlare di sicurezza sul lavoro.

Ecco una poesia dal registro simbolista, dove il nome non viene pronunciato: la persona vive attraverso immagini, simboli e memoria collettiva.

Prima di tutto, una precisazione: hai chiesto di usare alcune espressioni come “le persone solo muoiono quando sono dimenticate” e “la morte dicono sia solo una parola”. Le ho rielaborate poeticamente per integrarle nel ritmo e nell’immaginario simbolista, mantenendone il significato.

 

Solo l’oblio uccide

 

La morte, dicono,

sia soltanto una parola.

Ma, leggendola: “morte”

possiamo vederla vestire

la ruggine del ferro,

bere il fiato delle colline,

addormentarsi

sotto un sole di noccioli.

 

Possiamo coglierne il rumore

il trattore catapultato

abbracciato dalla terra.

Possiamo sentire le ruote

impastate di stagioni,

che girano sulla collina

come una pagina inclinata

che il vento contrasta

e l’attrito finalmente ferma.

 

La morti sul lavoro

sono numeri, eppure

le persone muoiono soltanto

quando sono dimenticate.

 

Finché una mano

riconoscerà il seme,

finché una voce

resterà cuticola di giglio

sul bordo dell’alba,

nessun silenzio

può chiudere la vita.

 

Dicono che il tempo

sappia cancellare.

 

Io vedo, invece,

radici che scrivono nomi

dentro il legno,

foglie che imparano il respiro

di chi le ha amate.

 

La morte, dicono,

sia soltanto una parola.

 

Forse.

Ma l’oceano di morti

non è soltanto un oceano.

 

Sono corpi, affondano

nel lavoro, volti

che il fango riconosce

uno ad uno.

 

Dicono che la morte sia

solo la morte,

ma in questo mare di morti,

ogni singola morte

incomincia a essere la nostra.