Ceuta, la fortezza dei disperati: quando il chierese Avezzana guidò un esercito di galeotti contro la Santa Alleanza
C’è un filo sorprendente che lega la Ceuta di oggi, frontiera blindata d’Europa sulla costa africana, a una pagina dell’avventurosa vita del chierese Giuseppe Avezzana.
Nel 1821, dopo il fallimento dei moti nel regno di Sardegna, Avezzana fu costretto a lasciare la patria insieme a centinaia di insorti. La nave che li avrebbe portati in Spagna venne finanziata dai genovesi accorsi al porto per salutarli: tra la folla, appena sedicenne, c’era anche Giuseppe Mazzini.
Mentre in Italia le rivolte liberali erano state soffocate, in Spagna l’insurrezione guidata da Rafael del Riego aveva avuto successo. Tutto era cominciato nel 1820, quando la Spagna preparava nuovi contingenti da inviare contro gli indipendentisti messicani. Del Riego, destinato a partire per l’America con i suoi uomini, si ribellò e costrinse il sovrano a ripristinare l’ordine costituzionale. Si aprì così il Triennio liberale, o costituzionale, durante il quale la monarchia assoluta fu obbligata a convivere con un assetto politico più aperto.
Le monarchie europee non rimasero a guardare. Riunita nel Congresso di Verona, la Santa Alleanza decise l’intervento armato per soffocare l’esperimento costituzionale spagnolo.
A guidare l’operazione fu la Francia, che nel 1823 inviò i “Centomila figli di san Luigi”. L’esercito attraversò i Pirenei, invase la Spagna e occupò il Paese con l’appoggio delle forze realiste fedeli al re. I rivoluzionari spagnoli tentarono una resistenza disperata, chiamando in aiuto anche gli esuli italiani.
Avezzana, rimasto in Spagna in attesa di capire quale direzione dare alla sua vita, rispose senza esitazioni. Gli fu affidato un reparto molto improbabile: una compagnia di galeotti liberati dalla fortezza di Ceuta. Nelle sue memorie il patriota non usa mezzi termini: “Ma che razza di militari! alti di persona, indisciplinati, precipitosi alle rapine: un vero accozzamento di malfattori”.
Ceuta, allora, era insieme prigione e piazzaforte: un avamposto spagnolo in terra d’Africa, stretto fra il mare, le mura e le ostilità delle tribù locali. Sorvegliava lo stretto di Gibilterra con fossati e fortificazioni imponenti, le stesse che avevano resistito ai grandi assedi del secolo precedente. Oggi, quella stessa exclave spagnola di appena 18 chilometri quadrati è ancora circondata da barriere di terra e di mare, innalzate per fermare i migranti.
Nel 1823, lo scontro fra l’esercito francese e i rivoluzionari spagnoli era ormai impari. Ma Avezzana combatté lo stesso, e con lui quella compagnia ribelle, difficile da comandare quanto pericolosa da affrontare. Durante una marcia verso Granada, gli uomini si fermarono per procurarsi vettovaglie e ignorarono il tamburo che ordinava di riprendere la strada. Avezzana li richiamò una, due, tre volte. Poi uno di loro gli si lanciò contro con la baionetta. Il patriota riuscì a estrarre la sciabola e lo colpì alla spalla: abbastanza da fermarlo, abbastanza da ristabilire l’ordine. La colonna ripartì, e nessuno osò più protestare.
Daniela Bonino



