FORTUNE O DISGRAZIE? SU EUGENIA BURZIO, LA PRIMA “DOPPIATRICE” DEL CINEMA ITALIANO
Fortune o disgrazie? Fate voi, ma tenete presente che a Chieri e Dintorni non vengono mai sole. Smaltita l’euforia per il ritorno di due strepitosi reliquiari fiamminghi, trafugati dalla Cappella Gallieri in Duomo nel 1973 e “messi al sicuro” in attesa di un’improbabile valorizzazione, si sta avvicinando un altro avvenimento “di somma risonanza”. Un appuntamento che, all’ombra dell’Arco, pare al momento destinato a non lasciare il segno. Conoscete Eugenia Burzio? Se no, vale la pena di aggiornarsi. Soprano lirico di fama mondiale, la Burzio è passata alla storia del melodramma da “madre putativa” della divina Maria Callas. Nata a Poirino ma con tutte le credenziali utili a definirla chierese, è da noi finita da un bel pezzo nel solaio dell’oblio. Non solo: poco mancò che facesse una brutta fine anche la tomba di famiglia, dove la cantante riposa nel cimitero di Chieri. Se ciò non avvenne lo si deve all’addetto ai lavori Edoardo “Edo” Ferrati e a qualche mugugno dal Regno Unito: ci fu chi rischiava di fare un “pellegrinaggio” a vuoto!… Ma le occasioni per trovare all’artista un posto al sole più attraente e prestigioso non dovevano mancare. A Poirino, qualche anno fa, prendeva infatti forma e sostanza, grazie all’iniziativa dell’Associazione Vissi d’Arte, supportata da Comune e Biblioteca, il Concorso Lirico Internazionale “Eugenia Burzio”: era il 2022 e si coglieva al meglio l’occasione del doppio anniversario, 140° dalla nascita e 100° dalla morte. Per l’edizione 2026, la manifestazione numero 4 (2024 meditativo) si svolgerà dal 3 al 5 settembre nella sede della Fondazione Spinola Banna per l’Arte. Di rimando, sul fronte chierese, c’era e c’è il solito assordante silenzio, contaminabile da un malizioso interrogativo: chi fu mai costei?… In realtà la Burzio va annoverata tra quei personaggi che non finiscono mai di stupire: più la si studia e più ci si rende conto di non saperne abbastanza. Che è stata, “tanto per dire”, la prima “doppiatrice” del cinema italiano, a confermare un profondo senso di emancipazione femminile in un’epoca infarcita di maschilismo. La nascita del cinema muto in Italia era avvenuta in ritardo: 1905. Accanto al filone storico nacque il film operistico, forma primitiva priva di montaggio e simile a una ripresa teatrale. In Italia a lanciare l’idea fu il Cine-Fono-Teatro Pineschi. I fratelli Azeglio e Lamberto Pineschi, originari di Pomarance (Pisa), inventarono il primo rivoluzionario sistema di proiezione con il quale si effettuò la perfetta sincronizzazione tra immagine su “pellicola” e suono su “disco parlante”. La Latium Film divenne la loro casa di produzione. Nel 1908 battesimo speciale: una versione de “Il trovatore”, basata sull’opera di Giuseppe Verdi. L’adattamento cinematografico prevedeva una particolare sincronizzazione tra le scene e la riproduzione fonografica: a ogni attore sullo schermo corrispondeva un cantante lirico. L’opera, perduta, riscosse un chiaro successo popolare, ma si dovette ritirarla a causa di un contenzioso con le case editrici Ricordi e Sonzogno, che rivendicarono i diritti d’autore. Quel Trovatore fu l’unico disco sincronizzato di cui la stampa riportò gli interpreti: il soprano Eugenia Burzio e il baritono Antonio Magini-Coletti. Il 78 giri della Società Italiana di Fonotipia Milano, il primo nella cronologia di una lunga e ricca discografia dell’Eugenia, porta la data del 16 dicembre 1905. Contiene: “Qual voce!… come!… tu donna?” e “Conte… né cessi?… Grazia!”, duetti Atto IV, Parti I-II. Le proiezioni si susseguirono da Roma, al pionieristico Cinema Altieri, mentre a Livorno i due cantanti presenti salutarono il pubblico. Le iscrizioni al Concorso Lirico Internazionale “Eugenia Burzio” di quest’anno si chiudono il 31 agosto: nel “mare magnum” delle iniziative specifiche si notano sempre più la serietà di intenti e la qualità dei concorrenti di tutto il mondo. Auguriamo un futuro radioso e foriero di ulteriori traguardi prestigiosi: chissà, un “festival” di opere liriche “burziane” all’aperto, un vero coinvolgimento del territorio, a cominciare proprio da quella Chieri in catalessi ma in grado di portare in dote Cascina La Croce, punto di riferimento dove l’artista coltivò e rinverdì le proprie radici. Possiamo del resto definire la Burzio una sognatrice che sarebbe stata capace di respingere le effimere lusinghe dell’intelligenza artificiale: perché dunque non esserlo anche noi?…
Angelo Tosco
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